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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Più vicina una guerra in Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2010


«gli effetti di un raid aereo potrebbero variare a seconda di chi lo conduce, delle munizioni a disposizione e della capacità di attacco che gli iraniani possono sopportare». (il generale David Petraeus, nel gennaio di quest'anno)
 
L'Iran manda le sue navi contro Israele; o meglio, verso Gaza, ma il significato del gesto è oggettivamente "bellico", al di là di quello che può succedere in mare; si spera che le rispettive diplomazie abbiano già previsto tutti i possibili scenari: questi gesti sono spesso infatti dimostrazioni di forza - non necessariamente violente - che servono a consolidare e certificare erga omnes i posizionamenti delle potenze in campo, in questo caso soprattutto da parte iraniana. 

E' necessario avere presente però che la situazione complessiva va cambiando: fino a qualche mese si era abbastanza confidenti che il conflitto armato fra i due paesi fosse una situazione impensabile e anche un raid preventivo era visto come una soluzione molto difficile sotto diversi versanti; la minaccia di un'escalation era ed è utile soprattutto a Teheran per continuare a giocare sul filo del rasoio con la comunità internazionale e stressare i nervi israeliani, nella realtà contrattando un nuovo ruolo in quell'area attraverso la "moneta di scambio" nucleare.

La tensione portata agli estremi però non può trascinarsi a lungo: c'è stato l'episodio della Mavi Marmara che ha avuto "successo" dal punto di vista della vasta area politica antiisraeliana e che ha irrigidito - al di là delle decisoni di breve periodo - le posizioni di Gerusalemme; c'è stata l'anno scorso l'involuzione interna all'Iran con la repressione delle dimostrazioni di piazza, "scusa politica" per la decisione del regime di chiudersi rispetto alle influenze esterne e di mostrare il suo volto più tetro. 

Ma soprattutto oggi il mondo è meno capace di stare sotto pressione su questo problema, quando già molte altre situazioni richiedono ben maggiore attenzione; Cina e Stati Uniti, mentre trovano un'intesa monetaria, stanno anche facendo prove di governo del mondo e il voto comune per un inasprimento delle sanzioni a Teheran è un segnale importante in questo senso.
 
Ma al di là delle sanzioni è pensabile che il mondo agisca contro l'Iran militarmente? E' un'opzione molto improbabile; forse però sta diventando meno improbabile l'ipotesi di lasciare mano libera in caso di necessità a Israele (il problema è però a quel punto chi valuta la necessità, e Israele vuole essere autonoma da questo punto di vista). 

L'escalation che ne seguirebbe in Medio Oriente, probabilmente è considerata tollerabile e gestibile anche dagli USA, visto che in realtà l'Iran atomico è considerato scomodo non solo da Gerusalemme, che parrebbe trovare inaspettati (si fa per dire) "appoggi" a un eventuale blitz

In un frangente di questo tipo entrano in gioco altri fattori, che possono indurre le potenze maggiori a delegare la questione e però al tempo stesso a trarne - per quel che possibile - il massimo profitto politico: in particolare la scossa di una crisi in Medio oriente potrebbe imporre una cogestione successiva, e facilitare così - forzando le tappe - una cooperazione internazionale difficile (ma a quel punto obbligata), come quella che abbiamo visto tentare con molte difficoltà in questi giorni nel G8-G20.

In breve, le navi iraniane verso Gaza faranno una scommessa grave, che spero fallimentare: ma la questione - comunque vada - non riguarderà solo Teheran e Gerusalemme.

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permalink | inviato da franzmaria il 27/6/2010 alle 21:9 | Versione per la stampa
Ma ancora una volta ha vinto Teheran
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 10 giugno 2010



Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). 

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. (...)

Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario.(...)

È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. 
Sinistra per Israele sulla vicenda della Freedom Flottilla - RASSEGNA STAMPA
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 1 giugno 2010


In queste ore di grande tensione internazionale, segnalo il comunicato di Sinistra per Israele, che abbiamo elaborato in queste ore in relazione alla tragica operazione israeliana contro la Freedom Flottilla.

Come nostro stile, abbiamo tentato di dire una parola puntuale e al tempo stesso più di riflessione che emotiva, anche se è netta la condanna dell'azione israeliana in quanto sicuramente sproporzionata rispetto al fine di fermare un gruppo di navi, obiettivo che poteva essere raggiunto con altri metodi. Troppi i morti e inaccettabile l'esito per una operazione che poteva essere gestita in maniera diversa. 

Detto ciò, è necessario non perdere la calma e non seguire la retorica violenta che a tratti sta imperversando, sul web e non solo. 

Come sempre in politica internazionale, inoltre, è necessario avere presente tutto il contesto: basti qui citare il ruolo ambiguo che la Turchia sta avendo, ruolo che si sta ridisegnando in un'ottica sempre più aperta al mondo islamico e sempre meno attenta alle ragioni dell'Occidente. 

Per tentare di fornire materiale per comprendere di più le dinamiche e gli attori in gioco, segnalo vari link per una breve rassegna stampa su quanto accaduto e alcuni documenti tratti dal sito dell'ambasciata israeliana.

Ciao

FranzMaria Mariotti

***

IL COMUNICATO DI SINISTRA PER ISRAELE

A poche ore dal drammatico intervento della Marina Israeliana contro la flotta dei pacifisti che hanno tentato di forzare il blocco navale a Gaza, sviluppare un ragionamento a partire dai fatti è difficile ma necessario. 

Prima di ogni altro ragionamento però noi esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime della nave Marmara. SpI nasce per ribadire che solo la formula due popoli due stati potrà interrompere la tragedia continua della perdita di vite umane in medioriente.

Una cosa è certa: anche chi come noi non transige sulla sicurezza di Israele, non può esimersi dal considerare la risposta del governo israeliano – al di là dell'eventuale legittimità o meno – come inaccettabile dal punto di vista del costo in vite umane. La Marina Israeliana, che prima dell'azione ha esplicitamente invitato le navi della flottiglia umanitaria a dirottare su un altro porto, ha infatti messo in atto un attacco che appare da diversi punti di vista sproporzionato rispetto alla manovra di rottura dell'embargo; questo anche laddove si accertino le volontà offensive di singoli esponenti del gruppo di pacifisti. Parte dei quali non hanno certo le carte in regola per definirsi "operatori di pace".

Anche se chi forza un blocco militare sa che non può non esserci una reazione, sicuramente il previsto arrivo delle navi con gli aiuti poteva essere gestito dalla leadership israeliana in carica con un approccio diverso che impedisse – o per lo meno limitasse al minimo – un eventuale conflitto.

L'attuale governo israeliano mostra – in questa azione – il deficit di politica che lo sta accompagnando fin dalla sua nascita. E’ necessario che al più presto riprendano i colloqui di pace fra Israele e l'unica legittima Autorità Nazionale Palestinese, emarginando Hamas e altre frange terroristiche, che in questo frangente stanno tentando di riprendere peso nella scena internazionale. Dobbiamo infatti ricordare che causa del duro embargo contro Gaza è anche la scelta terroristica di chi governa quel territorio, scelta che non è mai stata rinnegata.

Per il bene della democrazia israeliana che sappiamo capace di autocorreggersi e dare segni di maturità anche in momenti di gravissima tensione, anche quando è in gioco la sua sopravvivenza,e per tenere accesa la flebile speranza di una pace giusta in medioriente ci auguriamo che venga al più presto stabilita la corretta dinamica dei fatti, e si accertino le responsabilità: Israele si apra alla collaborazione delle autorità internazionali e dell'Unione Europea e avvii una propria inchiesta indipendente. In questo senso è bene anche che venga rapidamente chiarito lo status di tutti gli attivisti fermati.

In ultimo, auspichiamo che altrettanta responsabilità venga da ogni parte coinvolta nella vicenda: è infatti inquietante che le manifestazioni di ieri siano state guidate verso i quartieri a forte presenza ebraica e le sinagoghe di alcune città ; la critica – legittima – contro la politica del governo di Israele non deve mai rischiare di confondersi con forme di antisemitismo; manifestare di fronte ad una sinagoga per i morti a bordo della nave turca significa scegliere come obbiettivo della propria protesta gli ebrei e non il governo d'israele, il che è pericoloso e inaccettabile.

Vogliamo sperare che tutti coloro che lavorano per la pace siano consapevoli di questo rischio gravissimo e faranno di tutto per evitarlo. 

SpI continuerà a lavorare perchè in medioriente si possa giungere ad una giusta conciliazione fra il diritto di Israele a esistere sicuro e il diritto del popolo palestinese ad una propria patria.

Furio Colombo, presidente nazionale di Sinistra per Israele
Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele
Fabio Nicolucci, coord. Sinistra per Israele di Roma
Giorgio Albertini, coord. Sinistra per Israele di Milano
Silvia Cuttin, coord. Sinistra per Israele di Bologna
Ilda Sangalli Miller, coord. Sinistra per Israele di Trento

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RASSEGNA STAMPA







La versione ufficiale di Israele (dal sito dell'ambasciata)

Israele e la vera identità di Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 26 gennaio 2009


di LUCIA ANNUNZIATA, La Stampa - 26/1/2009
   
Ora che le armi tacciono, è possibile ritornare a parlare di Gaza invocando, se non la serenità, almeno il diritto di cronaca. Ieri un'unità navale degli Stati Uniti ha fermato nel Golfo una nave con un carico di armi diretto a Gaza. Ordinaria amministrazione che ha meritato solo una «breve» nei media. Il piccolo schermo in compenso è stato «bucato», sempre ieri, da uno strepitoso reportage firmato da Mark Innaro per il Tg3. Innaro, corrispondente della Rai, ha documentato l'intervento con cui Hamas (soldi in mano davanti alle telecamere) ripaga ora i civili vittime degli attacchi di Israele: poche centinaia di dollari per minori danni, 5000 per un intero edificio distrutto, 3000 dollari per un martire. Lodevole attenzione, per la quale Hamas ha calcolato, dice Innaro, 50 milioni di dollari di risarcimento. Da dove vengono?, chiede il giornalista, senza trovare risposta dagli uomini di Hamas.

La risposta formale è irrilevante. Emiro, leader terrorista o Stato che sia il finanziatore, basta un servizio di un Tg ad allargare la nostra visione dei fatti: Hamas non è un semplice partito palestinese, sia pur radicale, e Gaza non è solo un pezzo di terra conteso.

Hamas è parte di una alleanza internazionale di uno o più soggetti arabi, e la Striscia è una piattaforma militare strategica. Un buon esempio per ricordarci quanto restrittivo sia guardare oggi a quello che accade fra Israele e Palestina come a uno scontro fra occupati e occupanti, uno scontro per la terra, o anche solo per uno o due Stati.

L'operazione militare scatenata da Israele a Gaza ha formato due fenomeni che - è facile anticiparlo - segneranno nei prossimi anni la nostra vita pubblica. La discesa in campo di un movimento di protesta arabo con forti connotati radicali-religiosi; e il contemporaneo aumento di opinioni antiebraiche dentro la popolazione italiana. Con il risultato che arriviamo al fatidico Giorno della Memoria (domani, martedì) in uno Stato di post-sbornia: commossi come sempre dalla tragedia dell'Olocausto, ma sconnessi dalle passioni che l'operazione Gaza ci ha suscitato fino a poche ore fa.

Il conflitto arabo-israeliano fa di questi effetti, e ne farà sempre più, se ci ostiniamo a ridurlo invece di capire quali dimensioni abbia ormai preso.

Diciamolo di nuovo a freddo. Bisogna accettare che Hamas ha metodi, identità e scopi ben più ampi e complessi di quella che pure per anni è stata la semplice resistenza palestinese - quella guerrigliera degli Anni 70 o, ancora di più, quella autoctona della prima Intifada. Sarà un caso che in Cisgiordania non ci sia stata una mobilitazione vera contro la guerra di Gaza? Che nei Paesi arabi le manifestazioni siano state poche e di maniera? Che l'Egitto, che avrebbe dopo tutto potuto fare il gesto salvifico di aprire le frontiere e accogliere i civili, non lo abbia fatto? Certo non immaginiamo disumanità nel mondo arabo di fronte alle vittime di Gaza; ma di sicuro possiamo immaginare reticenze, calcoli, paure e rancori, maturati dentro una causa che da tempo non è più solo e semplicemente quella dell'indipendenza della Palestina.

Hamas ha certo vinto le elezioni nel 2006. Ma dopo cosa è accaduto? Battaglie tremende, fra il 2006 e 2007, hanno opposto Fatah e Hamas, lacerato Palestina e Gaza, fatto morti palestinesi per mano palestinese a centinaia: esecuzioni, colpi di mano, cannonate per la conquista di pubblici edifici. Ancora oggi fa meraviglia guardare alla violenza di quella guerra civile in un popolo già vittima di un altro conflitto. La divisione estrema maturata dentro i palestinesi negli ultimi anni non è altro che il riflesso della spaccatura che travolge oggi tutto il mondo arabo, e che lo vede più o meno armato al suo interno fra differenti governi e fazioni - come prepotentemente ci ha ricordato l'11 settembre, e ci ricordano le cronache delle tensioni nei vari Paesi mediorientali.

Arriviamo così a una terza cosa da dire a freddo. Niente di tutto questo giustifica l'operato di Israele a Gaza nelle scorse settimane; l'operazione militare, oltre ad avere avuto un costo di sangue altissimo, non ha reso né efficace né duratura la lezione che voleva essere inferta a Hamas. Diciamolo ancora meglio: l'uccisione di civili non si giustifica con la natura dell'avversario. Ma, proprio per le dimensioni prese dalle vicende mediorientali, è chiaro che Israele non è nemmeno più tra i grandi attori di questo conflitto; sicuramente non ne è il deus ex machina, fermato il quale si ferma tutto. Anzi, la follia militaristica, nella quale periodicamente il governo di Gerusalemme cade, appare solo, visti i risultati, come un processo di indebolimento delle sue élite militari e politiche.

Questo è un ragionamento per grandi linee, naturalmente. Ma è nei momenti di grande attesa e di sospensione delle armi che bisogna mettere sul tavolo tutti i caveat di un giudizio che nel fuoco della polemica diventa invece azzardato e limitato.

Il Medioriente entra ora, si dice, in una nuova fase con l'amministrazione Obama. In compenso l'antisemitismo è rientrato da tempo nella nostra nuovissima Europa. Appiattire le nostre opinioni in merito a tutto ciò non solo non aiuta soluzioni politiche, ma ci porta sempre più a muoverci come piume al vento. Per cui spesso questo nostro Paese oscilla fra difesa degli arabi in Palestina e attacco agli arabi immigrati, e fra l'onore alle vittime dell'Olocausto e il rogo delle bandiere di Israele. Senza mai riconoscere il nesso tra nessuna di queste opinioni. O emozioni.


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permalink | inviato da franzmaria il 26/1/2009 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Quelle folle imponenti
post pubblicato in Idee, il 11 gennaio 2009


La Stampa, 11/1/2009 - VITTORIO EMANUELE PARSI
 
Numeri imponenti, quelli di ieri a Milano, che fanno impallidire quelli registrati pochi giorni fa sul sagrato del Duomo. Il fatto che il teatro della preghiera collettiva con cui si è conclusa la manifestazione pro Palestina sia stato diverso, il piazzale antistante la Stazione Centrale, consente di far chiarezza almeno su una cosa. Ciò che ci colpisce non ha nulla a che fare con l’ipotetico affronto o la meno ipotetica mancanza di delicatezza verso la religione ampiamente maggioritaria in Italia (ne scriveva sulla Stampa di ieri Gian Enrico Rusconi).

No, il punto è un altro e, evidentemente, molto più importante per la civile convivenza in una società composita culturalmente e per le istituzioni doverosamente laiche della Repubblica. Il punto è che la politicizzazione delle molte decine di migliaia di individui di religione islamica presenti nel nostro Paese sta avvenendo su un tema che incorpora, nella sua storia, sessant’anni di violenza e di rabbia: talvolta latente, talvolta esplosiva. Il punto è che ciò si manifesta nel momento in cui una «tregua duratura» tra Hamas e Israele sembra essere lontana e mentre le posizioni appaiono, se possibile, radicalizzarsi ulteriormente. Il punto infine è che, in queste condizioni e su questi temi, il rischio che organizzazioni politiche affini o vicine a Hamas (e, più in generale, al mondo del fondamentalismo islamista radicale) diventino le «beneficiarie naturali» di questa politicizzazione è estremamente elevato.

È in sé un fattore positivo che i cittadini stranieri che lavorano in Italia si organizzino politicamente per far valere i propri diritti, i propri interessi e le proprie aspettative. Ma non è indifferente, rispetto alla possibilità di una convivenza non programmaticamente conflittuale, che ciò avvenga nel nome di valori di un tipo o di un altro, sull’onda di una spinta all’integrazione o di fenomeni, come la guerra, che polarizzano e aiutano a trovare le ragioni dello scontro e della diversità esibita e brandita come un’arma, invece che impiegata come uno strumento di arricchimento complessivo della società.

Le manifestazioni pro Palestina di questi giorni, che avvengono un po’ in tutto il continente, sono legittime, in questa Europa costruita sui valori della tolleranza e della libertà. E noi vogliamo che resti tale. Guai a chi, impaurito, lo dimenticasse. Bene ha fatto il presidente del Consiglio a ricordarlo concretamente, liquidando la proposta leghista di far pagare una tassa sul permesso di soggiorno, quasi in una riedizione banalizzata della «vendita delle indulgenze» di infausta memoria. Ma chi marcia e prega per i propri «fratelli nell’Islam» deve essere consapevole che la libertà non è garantita dalle regole e dal loro rispetto, ma è costruita sulle regole e sul loro rispetto. L’entità di queste manifestazioni ci ricorda anche che il mondo arabo è parte del nostro mondo, e che i governi occidentali hanno uno speciale interesse a contribuire il più rapidamente possibile al raffreddamento di questa crisi, prestando tutta la loro disponibilità alla realizzazione del piano franco-egiziano per una forza internazionale a Gaza.  

Gaza, il puzzle del negoziato
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 11 gennaio 2009


di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente (08-01-2009)

Nella sua prima dichiarazione Obama ha espresso profonda preoccupazione per le vittime civili a Gaza e in Israele. Essa costituisce un campanello d’allarme che Israele non può trascurare, nel giorno in cui si devono contare oltre quaranta vittime palestinesi nella scuola Onu nel campo profughi di Jabaliya. Il nuovo presidente ha inoltre preannunciato un serrato impegno della sua amministrazione sulla questione mediorientale, subito dopo il suo insediamento del prossimo 20 gennaio.

Il rinvio della terza fase offensiva
L’offensiva israeliana sta attraversando un’ulteriore momento di transizione nel quale gli obbiettivi che potevano essere perseguiti nelle prime due fasi, con l’attacco aereo e la prima invasione di terra, sono stati sostanzialmente esauriti. Cresce intanto il numero delle perdite israeliane, ed in misura assai più forte di quelle palestinesi che hanno oramai oltrepassato le 700. Il Gabinetto ristretto israeliano, pur ratificandola in via di principio, ha peraltro deciso di rinviare la terza fase dell’offensiva (che punterebbe sulle zone più popolate, a partire dalla Città di Gaza e dai campi profughi più popolati) di fronte allo sviluppo delle diverse iniziative internazionali volte ad ottenere una cessazione delle ostilità. Si tratta di diverse iniziative parallele della Ue, della Francia, della Turchia, dell’Egitto (insieme ad altri paesi arabi) spesso concomitanti e talora in aperta concorrenza tra loro.

La proposta franco-egiziana
Tuttavia l’iniziativa europea, mal guidata dalla nuova presidenza cecoslovacca considerata troppo filo-israeliana, è presto evaporata e ora l’attenzione pare concentrarsi sempre più su una proposta avanzata congiuntamente da Mubarak e Sarkozy a Sharm al-Sheikh. Lo stesso Olmert ha annunciato attraverso il suo portavoce di guardare ad essa con attenzione. La proposta è stata sostenuta anche da Condoleeza Rice (che ha richiesto un cessate il fuoco che duri, che porti reale sicurezza e che sia sostenibile) e da un sempre più appannato Abu Mazen, nei loro interventi al Consiglio di Sicurezza. La proposta contemplerebbe un immediato cessate il fuoco (non è chiaro se sulle attuali linee di fuoco) e l’avvio di un negoziato, della durata di due-tre mesi, sui problemi di lungo termine relativi sia alla questione della sicurezza sul confine egiziano, sia alla cessazione del blocco israeliano nella striscia.
In realtà la proposta si dirama attraverso canali paralleli di contatto e di contrattazione in corso.
Uno, che coinvolge egiziani, francesi e Usa, è volto a discutere l’ipotesi del dislocamento di ingegneri militari statunitensi sulla parte egiziana del confine per controllare e impedire il rifornimento di armi ad Hamas attraverso i tunnel (ma anche via mare, secondo una proposta francese, attraverso la creazione di una specifica forza navale).
Questi ingegneri non assumerebbero la veste di una forza internazionale per non ledere la sovranità egiziana, ma quella di esperti chiamati come consulenti, su iniziativa dello stesso Governo del Cairo e al suo servizio.

Sull’altro versante si sviluppa l’iniziativa congiunta franco-egiziana volta a premere su Hamas perché accetti il cessate il fuoco: mentre una missione di rappresentanti della organizzazione islamica si è recata al Cairo per incontrare il responsabile della intelligence Omar Suleiman, che li ha informati sui contenuti della proposta e sulle pesanti conseguenze di un loro eventuale rifiuto, Sarkozy nella sua tappa a Damasco ha chiesto al presidente Assad di esercitare la sua influenza su Hamas, per convincerlo a porre termine agli attacchi contro il Sud di Israele e ad accettare il cessate il fuoco. In questa fase Hamas sconta l’ostilità egiziana e degli altri regimi arabi moderati, che non vogliono che la crisi si concluda con un ulteriore rafforzamento dell’organizzazione islamica.

La Turchia come “cerniera”
Parallelamente ha preso consistenza l’iniziativa della Turchia (il cui governo ha mantenuto contatti ufficiali con Hamas dopo la passata vittoria nelle elezioni legislative), che ha avanzato in queste settimane critiche estremamente dure contro l’offensiva israeliana, malgrado i consolidati rapporti di cooperazione con il Governo di Gerusalemme, che le hanno consentito di sviluppare un importante ruolo di mediazione nei recenti negoziati indiretti tra Israele e Siria. La Turchia continua a sviluppare con grande determinazione il suo nuovo ruolo di potenza regionale, proponendosi come una cerniera di contatto tra occidente e mondo islamico, e pare essere destinata a svolgere un ruolo centrale nella costituzione della nuova forza internazionale che dovrebbe essere costituita per garantire la riapertura dei valichi di frontiera a Gaza.

Israele preferirebbe procedere per accordi paralleli
Per parte sua Israele preferirebbe evitare un nuovo negoziato indiretto con Hamas, procedendo attraverso accordi paralleli: sul traffico d’armi, con l’Egitto e con un coinvolgimento degli Stati Uniti; sulla riapertura delle frontiere a Gaza, riesumando il vecchio accordo del 2005 sul valico di Rafah, che coinvolgeva l’Autorità Palestinese, l’Egitto e l’UE; mente per il cessate il fuoco Israele pensa a un accordo da raggiungere in sede di Consiglio di Sicurezza con il coinvolgimento degli Usa, della Francia e degli Stati arabi moderati, che gli lasci aperta la possibilità di reagire ad ogni violazione di Hamas.
Ma non è detto che questo approccio, teso a bypassare completamente l’organizzazione islamica, sia effettivamente realistico e realizzabile.


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permalink | inviato da franzmaria il 11/1/2009 alle 23:24 | Versione per la stampa
L'equazione Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


29-12-2008 - di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente
 
L’impressione generale è che lo Stato ebraico sia stato indotto all’offensiva in atto da una consapevole scelta di Hamas, che ha dichiarato decaduta la tregua stipulata sei mesi fa grazie alla mediazione egiziana (anche se la prima violazione era avvenuta da parte israeliana alcuni giorni prima della scadenza del 20 dicembre, con il bombardamento di un tunnel in costruzione, che aveva ucciso tre militanti palestinesi). L’organizzazione islamica (che forse aveva sottovalutato l’efficacia della possibile reazione israeliana), nell’ultima settimana ha lanciato sulle città israeliane di confine oltre trecento razzi e missili di varia portata, fino ad una distanza di circa 50 chilometri. Nell’ultimo anno, il totale dei razzi lanciati su Israele supera i 3000, anche se in generale essi sono piombati in aperta campagna, provocando più che altro molta paura, con pochi danni e poche vittime, contrariamente ai bombardamenti israeliani di questi giorni.

E’ evidente tuttavia che il Governo di Gerusalemme non poteva reggere a lungo una situazione del genere, anche in vista delle prossime elezioni politiche del 10 febbraio: i leader di Kadima e del Likud avevano ripetutamente attaccato il Ministro della Difesa e leader del Labour, Ehud Barak, per la  sua inazione, affermando che la situazione si era fatta intollerabile.

Ma Barak ha preferito preparare con calma la sua offensiva, utilizzando a fondo i sei mesi della tregua e selezionando accuratamente i suoi obbiettivi, anche attraverso una approfondita azione di intelligence, in modo da sorprendere per quanto possibile Hamas, infliggendogli il colpo più doloroso. I morti si avvicinano, nel momento in cui scriviamo, ai 300, e tra di loro molte sono certamente le vittime civili, per quanto accurata sia stata la scelta dei bersagli, spesso situati nelle zone più popolate: è quindi praticamente impossibile evitare, per usare l’angosciante eufemismo israeliano, “danni collaterali”.
Hamas ha naturalmente minacciato ritorsioni, e la ripresa degli attentati suicidi, chiamando i palestinesi alla “terza intifada”.

Intanto truppe e mezzi corazzati israeliani sono ammassati sul confine, non si capisce se per esercitare una pressione psicologica o per preannunciare una prossima operazione di terra, tesa a ripulire la fascia di confine da cui sono lanciati i razzi: ma si dovrebbe trattare in ogni caso,  probabilmente, di una operazione limitata nel tempo. Tutto vuole Israele salvo che ritrovarsi di nuovo impantanato in una situazione simile a quella dell’ultima guerra in Libano. Proprio quella esperienza ha dimostrato d’altronde che, limitandosi ad attacchi dall’aria, non si riesce a bloccare il lancio di missili contro Israele, ma anche che una azione di terra di portata limitata avrebbe solo effetti temporanei: una volta ritirate le truppe israeliane le rampe di lancio sarebbero rapidamente ripristinate.

Lo stesso obbiettivo, annunciato da alcuni dei leader ebraici, di arrivare a cancellare il controllo di Hamas su Gaza, abbattendone il Governo, appare non molto credibile: gli israeliani non vogliono arrivare ad una rioccupazione permanente della Striscia, che causerebbe loro forti perdite e costi altissimi, finendo per addossare loro la responsabilità civile del milione e mezzo di abitanti palestinesi. E d’altra parte sarebbe arduo, anche per Abu Mazen, arrivare a ripristinare la sua autorità sulla Striscia al seguito dell’esercito occupante.

Qui sta il punto: quali sono gli scopi effettivi che l’offensiva si propone, al di là della volontà di bloccare il lancio dei razzi, impartendo una lezione alle organizzazioni islamiche e ai militanti che li lanciano, e restituire pace e sicurezza alla parte meridionale del paese?

Quello che Hamas voleva, con la scelta di mettere sotto pressione Israele, è chiaro: ripristinare la tregua a condizioni più vantaggiose, garantendo una apertura dei valichi di frontiera meno aleatoria, in grado di assicurare il rifornimento costante della Striscia e della sua popolazione oramai esausta; concludere la trattativa per la liberazione del soldato israeliano Shalit, con il rilascio di un forte numero di prigionieri palestinesi, scelti tra i più rappresentativi; estendere la tregua anche alla Cisgiordania, dove i suoi militanti sono sotto la doppia pressione di Israele e delle forze di sicurezza dell’ANP. Si tratta, va detto, di punti già presenti nell’accordo di giugno, e di cui solo il primo  era stata parzialmente implementato.

Più in generale, la organizzazione islamica si proponeva di tornare al centro dell’attenzione araba e internazionale (e vi è riuscita in pieno grazie alle scene angosciose da Gaza, trasmesse dalle TV di tutto il mondo ed in particolare dai grandi network arabi); e di indebolire ulteriormente Al Fatah, dipingendo Abu Mazen come un traditore connivente con il nemico. Non sono stati risparmiati neanche attacchi al Governo egiziano e allo stesso Mubarak, reo di aver ricevuto nei giorni precedenti il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, senza protestare per le sue dichiarazioni che preannunciavano l’attacco.

Ma Israele, cosa vuole davvero? Finito l’effetto iniziale dell’attacco, sarà necessario tornare a discutere di come rinnovare la tregua, e a quali condizioni: ora che entrambi hanno mostrato i muscoli, possono sedersi al tavolo della trattativa (se pur indiretta, attraverso la rinnovata mediazione egiziana) senza fare la figura del perdente. Un rituale che naturalmente non tiene conto del costo in vite umane, feriti e danni ingenti, e della enorme angoscia che tutto questo rituale di guerra ha causato nelle due popolazioni.

Probabilmente, si renderà necessario anche un intervento internazionale: già il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è pronunciato, pur senza la necessaria forza, per una sospensione di tutte le attività militari, ed è probabile che nei prossimi giorni l’intervento si faccia più incisivo.

Anche l’Europa deve far sentire di più la sua voce, e sia Bush che Obama possono esercitare la loro influenza moderatrice su Israele, così come gli Stati arabi moderati, a partire dall’Egitto e l’Arabia Saudita, su Hamas.

La condizione essenziale perché si torni alla tregua è che alla popolazione civile di Gaza venga assicurato un flusso costante di rifornimenti, riaprendo i valichi: su questo Hamas può difficilmente cedere. Lo stesso scambio tra Shalit e i prigionieri  palestinesi tornerebbe in quel caso nuovamente perseguibile.

Potrebbe probabilmente essere invece rinviata ad una fase successiva l’estensione della tregua alla Cisgiordania, che Israele non vuole concedere perché teme che così l’organizzazione islamica possa rafforzarsi troppo, a scapito della vacillante autorità dell’ANP.

La riapertura dei valichi potrebbe d’altronde comportare, in prospettiva, una rinnovata e rafforzata presenza internazionale alle frontiere, dopo la troppo limitata esperienza delle forze EUBAM.

Non si può nascondere che il ripristino e il consolidamento della tregua comporterebbero un sostanziale rafforzamento di Hamas, rappresentando un riconoscimento di fatto del suo controllo su Gaza e della sua capacità di tenuta rispetto al lungo assedio internazionale e israeliano cui è stato sottoposto. Fattori questi già presenti nell’accordo di sei mesi fa, e che verrebbero ora ulteriormente sanciti e stabilizzati, indebolendo ulteriormente Abu Mazen e l’ANP. Questa è d’altronde la realtà delle cose, e non si può ignorarla più a lungo.

Più in generale, la possibilità di un rilancio del processo negoziale israelo-palestinese, cui può puntare il neo Presidente Obama dopo il suo insediamento a fine gennaio, non potrà prescindere dalla consapevolezza che i palestinesi non possono essere rappresentati esclusivamente da Al Fatah, e che il coinvolgimento di Hamas, anche in maniera indiretta, si rende indispensabile, se non si vuole che i possibili accordi da raggiungere, con tutti i sacrifici che essi comporteranno per Israele, siano scritti sulla sabbia, e vengano rimessi in discussione il giorno dopo la loro firma.

Ciò richiede da parte della Comunità internazionale e dello stesso Israele una azione volta a favorire, e non a scoraggiare come in tutti questi anni, il raggiungimento di un nuovo accordo interpalestinese, senza dimenticare il versante siriano, che non può certo essere trascurato se la pace la si vuole fare davvero. Un approccio inclusivo, e non esclusivo e basato su prevalenti pregiudiziali ideologiche quale è quello che ha caratterizzato la presidenza Bush.


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permalink | inviato da franzmaria il 31/12/2008 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Il risveglio della Germania
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


30/12/2008 - LaStampa - VITTORIO EMANUELE PARSI

E'un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio» e la responsabilità dell'attacco israeliano a Gaza è «chiaramente ed esclusivamente» di Hamas, che ha unilateralmente «rotto gli accordi per il cessate-il-fuoco» e dato avvio a un «continuo lancio di razzi in territorio israeliano». Per il momento in cui arrivano, a 48 ore dall'inizio del durissimo esercizio di autodifesa messo in atto dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni attribuite alla cancelliera Angela Merkel dal suo portavoce sono politicamente molto pesanti.

Sono pesanti anche per l'appoggio oggettivo che forniscono a Mubarak e Abu Mazen. Ma sono ancora più significative perché, nel ribadire il pieno sostegno tedesco a Israele, rompono le modalità felpate con cui tradizionalmente la diplomazia tedesca era usa muoversi nella regione. Sembra quasi che, dopo un lungo periodo di sonno, la Cancelliera abbia deciso di scegliere un momento e un tema cruciali per sancire il ritorno della Germania sulla scena della grande politica estera. (...)

Ora, al crepuscolo di un semestre di presidenza francese tanto attivista quanto alla fine, purtroppo, poco concludente (si pensi alle modalità suicide con cui Parigi ha gestito il lancio di un'iniziativa pur cruciale e strategica come l'Unione Euro-Mediterranea), la Germania sembra volersi candidare a riassumere quel ruolo guida, senza il quale la politica estera dell'intera Unione resterebbe un mero esercizio retorico. Il fatto è stato immediatamente colto in Francia, e non proprio benevolmente, si direbbe. (...)

Si direbbe però che Merkel stia guardando più lontano, oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia deciso di «supplire» temporaneamente, almeno in termini di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la «latitanza di Washington», destinata a durare fino all'insediamento della nuova amministrazione. Il segnale mandato a Obama e al suo segretario di Stato Hillary Clinton, sembra indicare che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio Oriente: spazzando innanzitutto il campo da quelle differenze di sfumature che spesso si sono prestate a qualche ambiguità, a cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di quel «terzetto» europeo incaricato di cercare di stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra Usa e Iran sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno «cerchiobottista» a Gaza potrebbe, contemporaneamente, trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a Teheran che giocare la carta di una possibile spaccatura occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione.

L'attacco di Israele contro Hamas a Gaza
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 dicembre 2008


L'intervista di Tzipi Livni al TG1

La cartina dell'attacco dal sito di Limes


Arrigo Levi sulla Stampa del 28 dicembre 2008 - La minaccia dell'Iran
 

(...) Nello storico confronto in atto, nel mondo arabo-islamico, tra fondamentalisti e modernizzatori, Hamas rappresenta, agli occhi dei governi arabi, un ostacolo a una pace generale, e quindi un pericolo per la loro stessa sopravvivenza. Si aggiunga che nella West Bank, controllata dal governo palestinese moderato di Abu Mazen, la situazione economica e politica è in netto miglioramento, la presenza israeliana sempre meno ossessiva. Il confronto con le condizioni drammatiche di Gaza, conquistata da Hamas con una violenza sanguinaria che gli eredi di Arafat a Ramallah non perdonano, diventava per Hamas intollerabile.

Così, le pur forti pressioni esercitate dall’Egitto su Hamas, per invitarlo alla moderazione, non hanno avuto successo. La denuncia della tregua e la ripresa dei lanci dei missili sulle cittadine del Sud d’Israele, a rischio di colpire «per errore» un villaggio arabo al di qua della frontiera (se due bambini arabi rimanevano uccisi, erano comunque destinati alla gloria dei martiri), era prevedibile e prevista. Altrettanto prevista, chiaramente utile a Hamas, ma inevitabile con le elezioni a febbraio, era una rappresaglia israeliana. Fin dove si spingerà non sappiamo. Sappiamo che un giuoco perverso di azioni e reazioni rischia di vanificare gli elementi positivi che abbiamo elencato: non per eccessivo ottimismo, ma per rispetto della realtà del quadro politico generale. Difficile dire chi possa fare qualcosa, e che cosa, per interrompere il «war game» che si è rimesso in moto. Sperare in Obama? Ma è ancora alle Hawaii.

L'analisi di Guido Olimpio sul sito del Corriere - 28 dicembre 2008

(...) LE PROSSIME TAPPE - In questa fase si possono segnalare i seguenti punti.
1) Israele ha iniziato ad ammassare forze terrestri attorno alla Striscia ed ha annunciato un richiamo di riservisti. Chiare indicazioni della volontà di «entrare» a Gaza con blindati e fanteria
2) I palestinesi continuano con i lanci di razzi e, se riusciranno, cercheranno di colpire con gli attentatori suicidi.
3) Verrà intensificata da parte israeliana la caccia «agli uomini dei missili» palestinesi. E’ tuttavia possibile che Hamas, imitando l’Hezbollah, abbia costituito cellule autonome di lanciatori. Una tattica facilitata dalle caratteristiche tecniche degli ordigni. Quasi rudimentali, sono facili da usare, si nascondono bene.
4) Israele ha effettuato un buon numero di incursioni per neutralizzare una quarantina di tunnel al confine tra Gaza ed Egitto. Sono la linea logistica vitale per Hamas. Attraverso le gallerie passa di tutto: dai consiglieri iraniani alle armi. Se si taglia questa «vena» per i palestinesi sarà ancora più dura e non resterà che la via del mare anche se i controlli israeliani la rendono ardua da percorrere.
5) E’ probabile che l’eliminazione di alcuni capi militari palestinesi sia seguita dall’uccisione di quadri politici. Un modo per accrescere le difficoltà del movimento. Non bisogna dimenticare che la leadership di Hamas non è compatta e sono note le rivalità tra i capi che risiedono all’estero (Siria, Iran, Libano) e quelli che vivono sotto le bombe a Gaza.
(...)

Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 28 dicembre 2008 - I disperati della Striscia e le mire dell'Iran

(...) Ma il mondo forse sottovaluta il nefasto potenziale offensivo di Hamas, sempre meno partito politico e sempre più organizzazione terroristica, che ora minaccia una nuova campagna di attentati suicidi; sempre meno preoccupata per i problemi del popolo palestinese e per le quotidiane sofferenze degli abitanti di Gaza, e sempre più espressione di ciniche volontà esterne ai suoi confini, in particolare delle mire espansionistiche e aggressive degli ayatollah sciiti di Teheran. Se le emozioni, accese dalle immagini dei bombardamenti e dalle conseguenze su una popolazione stremata proprio a causa della feroce ostinazione di Hamas, si intensificano, non si possono sottovalutare né dimenticare le ragioni di quanto sta accadendo. La tracotanza degli estremisti islamici ha sfibrato il legittimo potere istituzionale dei palestinesi laici, guidati da Abu Mazen. Al punto che le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere il 9 gennaio, alla scadenza naturale del mandato, sono state rinviate sine die. Non esistono infatti le condizioni perché il popolo della Palestina possa esprimere democraticamente la propria volontà politica.

Il voto, in questa cornice drammatica, diventerebbe un'occasione per moltiplicare le violenze dello scontro, ormai fatale, tra chi crede nel dialogo con la controparte israeliana, e chi vi si oppone, pronto al ricatto terroristico. Illuminanti non sono soltanto le manifestazioni di sostegno ad Hamas che si stanno moltiplicando nei campi-profughi palestinesi del Libano, ma l'atteggiamento dell'Hezbollah, punta avanzata dell'Iran a Beirut, quindi sul Mediterraneo. Hezbollah non minaccia soltanto Israele, ma si scaglia velenosamente contro i regimi arabi moderati, accusandoli di tradimento. Primo obiettivo l'Egitto, che da sempre cerca un'impossibile mediazione tra il laico Fatah e gli integralisti di Hamas, seguito dall'Arabia Saudita e dalla Giordania. Tutto questo dimostra che il vero obiettivo, da conseguire ad ogni costo sulla pelle dei disperati di Gaza, è la lotta per il potere tra i baldanzosi sciiti, resi più forti dalla guerra all'Iraq, che puntano a radicalizzare lo scontro fino alle più estreme conseguenze, utilizzando cinicamente sia Hezbollah sia Hamas, e i sunniti, che rappresentano la stragrande maggioranza del popolo arabo. In attesa dei primi passi del presidente americano Barack Obama, crescono le incognite anche sulle elezioni israeliane, che si terranno il 10 febbraio. (...)

Fabio Nicolucci sul Riformista del 28 gennaio 2008

(...)Perfettamente cosciente di questa impotenza e dunque della propria centralità politica, come del fatto che essa viene rilanciata dall’incrudelirsi dello scontro militare, Hamas mira così a mantenere il possesso dell’agenda in un anno cruciale come il 2009, che vedrà il 9 gennaio la scadenza del mandato di Abu Mazen da Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e il 10 febbraio le elezioni politiche israeliane. Oltre che elezioni in Iraq, Iran e Libano. Come probabilmente previsto da Hamas, proprio il fatto di trovarsi praticamente già in campagna elettorale ha infatti costretto il governo israeliano a mutare la decisione presa all’inizio della crisi da Barak, Olmert e Tizpi Livni, di esercitare il massimo di controllo possibile e di evitare una reazione su larga scala dalle imprevedibili conseguenze, dando così il via ad una lotta per il migliore posizionamento politico che inevitabilmente sotto elezioni diviene quello di chi ha la mano più vicina al grilletto. Una lotta fatta a spese della realtà militare che ha molto irritato lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano, la cui cautela e prudenza intessuta di realismo è finita quasi per essere dipinta come codardia dai politici più estremi e spregiudicati di tutto lo spettro politico ma soprattutto di destra.(...)

Dal sito di Haaretz

Define the objectives in Gaza

With Gaza raid, Barak is back in the political ring

Barak Obama nel Medio Oriente che cambia
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 29 luglio 2008


Dal sito del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, traggo l'editoriale di Janiki Cingoli dedicato alla visita di Barak Obama in Medio Oriente

Obama ha trovato un Medio Oriente diverso (23 luglio 2008)
 
  Il Medio Oriente che Barak Obama si troverà di fronte, durante la sua ambiziosa visita di aspirante Presidente USA, è un Medio Oriente profondamente diverso da quello concepito da Bush. Per un capriccio della storia, i protagonisti paiono oggi tutti quei cattivi che lo stesso Bush aveva cercato di emarginare e mettere all’angolo, nella sua battaglia contro l’Asse del male. La stessa Gerusalemme, di cui anche Obama (per propiziarsi l’elettorato ebraico) aveva parlato anche in futuro come capitale indivisa di Israele, appare tutt’altro che sotto controllo: è di ieri il nuovo attentato al bulldozer, effettuato ancora una volta da un abitante arabo della parte orientale della città, dotato di carta di identità israeliana: un attentato che rivela come la penetrazione della propaganda terrorista e forse qaedista ha fatto breccia tra la popolazione di Gerusalemme Est, su cui non si esercita né l’autorità dell’ANP, i cui organi di rappresentanza anche indiretta (come Horient House) sono stati cancellati in tutti questi anni di repressione della nuova intifada, né di fatto la stessa autorità israeliana: vi sono quartieri arabi, al di qua e al di là del muro, che costituiscono zone franche aperte ad ogni infiltrazione, come ha rilevato in una audizione parlamentare lo stesso capo dello Shin Bet, Yuval Diskin.

Ma è tutto il panorama regionale ad essere in movimento: dopo che tutti i servizi di sicurezza USA hanno certificato al Presidente americano, attraverso il report pubblicato mesi fa, che l’Iran aveva oramai abbandonato ogni programma militare nucleare, report in sé dubbio, ma che stava a significare un fermo stop dell’establishment militare ad ogni progetto di attacco armato contro Teheran, la politica di Washington sta effettuando un faticoso ed incerto passaggio da una politica di confrontation a breve a una politica di containement a medio periodo: in qualche modo analogo a quello effettuato verso l’Unione Sovietica, quando si decise di abbandonare la politica di Roll Back attivo, affidandosi per una intera fase al cosiddetto equilibrio del terrore. E’ di questi giorni la partecipazione di William Burns, numero tre del Dipartimento di Stato, al fianco dei negoziatori europei che trattano con l’iraniano Saeeb Salili il pacchetto di incentivi per l’abbandono del programma di arricchimento dell’uranio, e l’annuncio della probabile apertura di una Sezione di interessi statunitense in Iran, per la prima volta dopo la crisi degli ostaggi nell’Ambasciata statunitense del ’79. La scelta del contenimento, naturalmente, non esclude prove di forza e sfide anche dure, ma rende altresì possibili accordi limitati e momenti di cooperazione, come si è visto d’altro canto in Iraq: gli Stati Uniti, di fatto, non possono prescindere dal rapporto con l’Iran, se vogliono ritirare le loro truppe da Baghdad in un futuro non troppo remoto. Ma sull’elenco dei cattivi, l’altro protagonista tornato alla ribalta è indubbiamente la Siria: fino a poco tempo fa proscritta e sotto minaccia di un processo internazionale, ha visto il suo Presidente accolto con tutti gli onori alla recente Assemblea Euromediterranea di Parigi: e d’altronde, il giovane Assad aveva già visto volgere in suo favore il conflitto interno libanese per l’elezione del nuovo Presidente della repubblica, Suleiman, conclusosi con il riconoscimento del potere di veto a Hezbollah nella formazione del nuovo governo: un potere che mette al riparo Damasco da indagini troppo approfondite per l’assassinio del precedente presidente libanese Hariri. Il gruppo sciita libanese, d’altro canto, ha concluso con successo lo scambio di prigionieri, restituendo i corpi dei due soldati rapiti due anni fa in cambio dei terroristi ancora imprigionati in Israele: uno scambio che riapre tutti gli interrogativi sulla scelta israeliana della guerra di due anni fa. Sull’altro versante, la Siria ha avviato promettenti negoziati indiretti con Israele, attraverso la mediazione turca, e tiene in mano le leve di controllo su Hamas e su Hezbollah, in condominio con l’Iran.

Quanto ad Hamas, ha concluso l’accordo per la tregua di sei mesi con Israele, sta negoziando per la riapertura dei valichi di Gaza, già parzialmente attuata, e sta negoziando, attraverso la mediazione egiziana, per il rilascio del soldato Shalit, in cambio di 1000-1500 prigionieri palestinesi, tra cui dovrebbe essere incluso, secondo le voci, lo stesso leader palestinese in carcere Marwan Barghouti. Ciò naturalmente stabilizza il controllo di Hamas su Gaza, e indebolisce il Presidente legittimo dell’ANP, Abu Mazen. Non è un caso che i negoziati tra Fatah e Hamas per la ricostituzione della unità interna palestinese, propiziati da diversi stati arabi, ristagnino: la formazione islamica, che ha dimostrato di saper reggere il blocco economico imposto da Israele, non pare avere troppa fretta, sa che il tempo lavora in suo favore. Così, quelli che oggi sono in difficoltà, sono i buoni: Di Abu Mazen si è già detto, quanto a Olmert si attende solo di conoscere la data delle sue dimissioni per le inchieste giudiziarie da cui è sommerso.


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permalink | inviato da franzmaria il 29/7/2008 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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