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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Rassegna Stampa: l'accordo Israele - Hamas per la liberazione di Gilad Shalit
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 13 ottobre 2011


(...) Dunque, la mera cronaca ci dimostra che nei fatti Israele ha spesso trattato con i terroristi per riportare a casa dei soldati rapiti, vivi o morti. Anche se questo significava rafforzare i suoi nemici e cedere ad accordi sbilanciati. Resta da chiedersi il perché. La spiegazione forse è più semplice di quanto non si potrebbe pensare. In un Paese dove le amministrazioni, il governo e i sindacati godono di una stima bassa, l’esercito non è visto come un’istituzione, ma come il cuore della società, senza distinzione tra destra e sinistra.
Tutti in Israele hanno qualcuno nell’esercito: un figlio, una figlia, un marito riservista, o tutte e tre le cose. Per tutti, dai soldati alle loro famiglie, è fondamentale sapere che il governo farebbe qualsiasi cosa per riportarli a casa, vivi o morti. Il governo non ha scelta: se abbandonasse i propri soldati, anche per una causa teoricamente giusta come non cedere ai ricatti, crollerebbe l’intero sistema.
La determinazione a non abbandonare mai i soldati, vivi o morti, è la forza del sistema-Israele e insieme una debolezza che i suoi nemici sanno sfruttare.


















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La milizia politico-religiosa di Erdogan
post pubblicato in Focus Europe, il 6 giugno 2010


L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco (Guido Olimpio dal sito del Corriere, 6 giugno 2010)

WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.
OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.
PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. (...)sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. (...)
I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.


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Israele e la vera identità di Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 26 gennaio 2009


di LUCIA ANNUNZIATA, La Stampa - 26/1/2009
   
Ora che le armi tacciono, è possibile ritornare a parlare di Gaza invocando, se non la serenità, almeno il diritto di cronaca. Ieri un'unità navale degli Stati Uniti ha fermato nel Golfo una nave con un carico di armi diretto a Gaza. Ordinaria amministrazione che ha meritato solo una «breve» nei media. Il piccolo schermo in compenso è stato «bucato», sempre ieri, da uno strepitoso reportage firmato da Mark Innaro per il Tg3. Innaro, corrispondente della Rai, ha documentato l'intervento con cui Hamas (soldi in mano davanti alle telecamere) ripaga ora i civili vittime degli attacchi di Israele: poche centinaia di dollari per minori danni, 5000 per un intero edificio distrutto, 3000 dollari per un martire. Lodevole attenzione, per la quale Hamas ha calcolato, dice Innaro, 50 milioni di dollari di risarcimento. Da dove vengono?, chiede il giornalista, senza trovare risposta dagli uomini di Hamas.

La risposta formale è irrilevante. Emiro, leader terrorista o Stato che sia il finanziatore, basta un servizio di un Tg ad allargare la nostra visione dei fatti: Hamas non è un semplice partito palestinese, sia pur radicale, e Gaza non è solo un pezzo di terra conteso.

Hamas è parte di una alleanza internazionale di uno o più soggetti arabi, e la Striscia è una piattaforma militare strategica. Un buon esempio per ricordarci quanto restrittivo sia guardare oggi a quello che accade fra Israele e Palestina come a uno scontro fra occupati e occupanti, uno scontro per la terra, o anche solo per uno o due Stati.

L'operazione militare scatenata da Israele a Gaza ha formato due fenomeni che - è facile anticiparlo - segneranno nei prossimi anni la nostra vita pubblica. La discesa in campo di un movimento di protesta arabo con forti connotati radicali-religiosi; e il contemporaneo aumento di opinioni antiebraiche dentro la popolazione italiana. Con il risultato che arriviamo al fatidico Giorno della Memoria (domani, martedì) in uno Stato di post-sbornia: commossi come sempre dalla tragedia dell'Olocausto, ma sconnessi dalle passioni che l'operazione Gaza ci ha suscitato fino a poche ore fa.

Il conflitto arabo-israeliano fa di questi effetti, e ne farà sempre più, se ci ostiniamo a ridurlo invece di capire quali dimensioni abbia ormai preso.

Diciamolo di nuovo a freddo. Bisogna accettare che Hamas ha metodi, identità e scopi ben più ampi e complessi di quella che pure per anni è stata la semplice resistenza palestinese - quella guerrigliera degli Anni 70 o, ancora di più, quella autoctona della prima Intifada. Sarà un caso che in Cisgiordania non ci sia stata una mobilitazione vera contro la guerra di Gaza? Che nei Paesi arabi le manifestazioni siano state poche e di maniera? Che l'Egitto, che avrebbe dopo tutto potuto fare il gesto salvifico di aprire le frontiere e accogliere i civili, non lo abbia fatto? Certo non immaginiamo disumanità nel mondo arabo di fronte alle vittime di Gaza; ma di sicuro possiamo immaginare reticenze, calcoli, paure e rancori, maturati dentro una causa che da tempo non è più solo e semplicemente quella dell'indipendenza della Palestina.

Hamas ha certo vinto le elezioni nel 2006. Ma dopo cosa è accaduto? Battaglie tremende, fra il 2006 e 2007, hanno opposto Fatah e Hamas, lacerato Palestina e Gaza, fatto morti palestinesi per mano palestinese a centinaia: esecuzioni, colpi di mano, cannonate per la conquista di pubblici edifici. Ancora oggi fa meraviglia guardare alla violenza di quella guerra civile in un popolo già vittima di un altro conflitto. La divisione estrema maturata dentro i palestinesi negli ultimi anni non è altro che il riflesso della spaccatura che travolge oggi tutto il mondo arabo, e che lo vede più o meno armato al suo interno fra differenti governi e fazioni - come prepotentemente ci ha ricordato l'11 settembre, e ci ricordano le cronache delle tensioni nei vari Paesi mediorientali.

Arriviamo così a una terza cosa da dire a freddo. Niente di tutto questo giustifica l'operato di Israele a Gaza nelle scorse settimane; l'operazione militare, oltre ad avere avuto un costo di sangue altissimo, non ha reso né efficace né duratura la lezione che voleva essere inferta a Hamas. Diciamolo ancora meglio: l'uccisione di civili non si giustifica con la natura dell'avversario. Ma, proprio per le dimensioni prese dalle vicende mediorientali, è chiaro che Israele non è nemmeno più tra i grandi attori di questo conflitto; sicuramente non ne è il deus ex machina, fermato il quale si ferma tutto. Anzi, la follia militaristica, nella quale periodicamente il governo di Gerusalemme cade, appare solo, visti i risultati, come un processo di indebolimento delle sue élite militari e politiche.

Questo è un ragionamento per grandi linee, naturalmente. Ma è nei momenti di grande attesa e di sospensione delle armi che bisogna mettere sul tavolo tutti i caveat di un giudizio che nel fuoco della polemica diventa invece azzardato e limitato.

Il Medioriente entra ora, si dice, in una nuova fase con l'amministrazione Obama. In compenso l'antisemitismo è rientrato da tempo nella nostra nuovissima Europa. Appiattire le nostre opinioni in merito a tutto ciò non solo non aiuta soluzioni politiche, ma ci porta sempre più a muoverci come piume al vento. Per cui spesso questo nostro Paese oscilla fra difesa degli arabi in Palestina e attacco agli arabi immigrati, e fra l'onore alle vittime dell'Olocausto e il rogo delle bandiere di Israele. Senza mai riconoscere il nesso tra nessuna di queste opinioni. O emozioni.


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Quale futuro per il Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 16 gennaio 2009


Scrivo mentre una "ultima ora" letta sul Corriere della Sera parla di una proposta di tregua da parte di Hamas: un anno contro il ritiro delle truppe israeliane e la revoca del blocco al territorio di Gaza.

Oggi Tzipi Livni volerà negli Stati Uniti, probabilmente per discutere il "cessate il fuoco" di "Piombo Fuso"; potremmo dunque essere alla svolta che il mondo attendeva con ansia, anche se dalla decisione alla messa in pratica potrebbero passare ancora diversi giorni, utili per consolidare i risultati sul terreno.

L'operazione militare era teoricamente giusta, e forse ha portato risultati positivi per Israele dal punto di vista strettamente militare; di contro ha però gettato su Gerusalemme l'ombra dell'"eccessiva durezza", della "sproporzione"; è ritornata l'immagine dello Stato militare contro la popolazione indifesa. E' inevitabilmente tornato il conteggio e i paragoni del numero di vittime. E nella riservatezza delle operazioni interne alla Striscia, il mondo dei media narra ancora di tutto, spesso senza un controllo preciso e senza una competenza tecnica che faccia distinguere cosa siano realmente i tracciati di luce che si vedono alla televisione, avvalorando così - ma spesso nell'imprecisione e nell'errore - le peggiori ipotesi.

Anche in questo caso, come in passato, però il problema non è nelle singole azioni od errori, ma è sostanzialmente politico: Israele sembra convinta - con moltissime ragioni, per la verità - che il mondo non capisca realmente il portato della tensione in Medio Oriente; da Gerusalemme si sono lette con molta chiarezza le "firme" iraniane dei nuovi missili che hanno superato la gittata dei "classici" Qassam e la "guida" siriana dal vertice di Hamas in esilio; e la preoccupazione è che il mondo non veda che la "guerra impossibile" in Gaza è una sorta di "sostituto" crudele di altre guerre, addirittura impensabili.

Quando il mondo seppe coalizzarsi contro l'Iraq che aveva invaso il Kuwait, Israele ebbe le rassicurazioni necessarie per non controbattere direttamente ai missili lanciati da Saddam Hussein. E la prima guerra del Golfo portò il Medio Oriente alla conferenza di Madrid, dove i Palestinesi - sotto "vesti" giordane  - cominciarono  a parlare con gli Israeliani; di lì - non direttamente, non in termini di conseguenza necessaria e automatica, con tutti gli "stop and go" e i "salti" che accompagnano le trattative diplomatiche fatte contemporanemente in posti diversi - si arrivò ad Oslo, a Rabin e Arafat che si stringono la mano.

La guerra del Golfo di Bush figlio, che aveva creato grandi perplessità in Israele fin dalla sua progettazione, ha lasciato un Medio Oriente frantumato e difficilmente governabile, aperto più di prima alle tentazioni terroristiche. In questo "paesaggio" Gerusalemme ha ritenuto di dover tentare di porre un argine chiaro e indiscutibile alle azioni di Hamas, che fossero proprie o per conto terzi.

Livni va a Washington a consegnare - più a Obama che a Bush - un risultato discutibile e difficile da difendere, ma probabilmente anche una situazione che può permettere al neopresidente americano di arrivare ad armi - si spera - silenti per tentare nuove strade, magari coinvolgendo l'Egitto - protagonista in primo piano della diplomazia parallela di questi giorni - e la Turchia, più discreta ma sempre infaticabile tessitrice del lavoro diplomatico nel Medio Oriente (si veda per questo l'analisi di Janiki Cingoli che riporto più sotto)

Se Livni o Barak dopo le elezioni di febbraio saranno ancora al governo, potrebbe essere realmente l'ora di un nuovo processo di pace: ma oltre al voto israeliano, sono tante le incognite di cui dovremo tenere conto. Fra queste, vorrei metterci il destino di un'Europa che potrà giocare un ruolo fondamentale (in particolare nelle trattative con l'Iran sul nucleare) se saprà trasformare la sua "cacofonia permanente" in una "polifonia concordata": oggi più che mai il Medio Oriente e il mondo hanno bisogno di una "forza gentile".

Francesco Maria Mariotti


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Quelle folle imponenti
post pubblicato in Idee, il 11 gennaio 2009


La Stampa, 11/1/2009 - VITTORIO EMANUELE PARSI
 
Numeri imponenti, quelli di ieri a Milano, che fanno impallidire quelli registrati pochi giorni fa sul sagrato del Duomo. Il fatto che il teatro della preghiera collettiva con cui si è conclusa la manifestazione pro Palestina sia stato diverso, il piazzale antistante la Stazione Centrale, consente di far chiarezza almeno su una cosa. Ciò che ci colpisce non ha nulla a che fare con l’ipotetico affronto o la meno ipotetica mancanza di delicatezza verso la religione ampiamente maggioritaria in Italia (ne scriveva sulla Stampa di ieri Gian Enrico Rusconi).

No, il punto è un altro e, evidentemente, molto più importante per la civile convivenza in una società composita culturalmente e per le istituzioni doverosamente laiche della Repubblica. Il punto è che la politicizzazione delle molte decine di migliaia di individui di religione islamica presenti nel nostro Paese sta avvenendo su un tema che incorpora, nella sua storia, sessant’anni di violenza e di rabbia: talvolta latente, talvolta esplosiva. Il punto è che ciò si manifesta nel momento in cui una «tregua duratura» tra Hamas e Israele sembra essere lontana e mentre le posizioni appaiono, se possibile, radicalizzarsi ulteriormente. Il punto infine è che, in queste condizioni e su questi temi, il rischio che organizzazioni politiche affini o vicine a Hamas (e, più in generale, al mondo del fondamentalismo islamista radicale) diventino le «beneficiarie naturali» di questa politicizzazione è estremamente elevato.

È in sé un fattore positivo che i cittadini stranieri che lavorano in Italia si organizzino politicamente per far valere i propri diritti, i propri interessi e le proprie aspettative. Ma non è indifferente, rispetto alla possibilità di una convivenza non programmaticamente conflittuale, che ciò avvenga nel nome di valori di un tipo o di un altro, sull’onda di una spinta all’integrazione o di fenomeni, come la guerra, che polarizzano e aiutano a trovare le ragioni dello scontro e della diversità esibita e brandita come un’arma, invece che impiegata come uno strumento di arricchimento complessivo della società.

Le manifestazioni pro Palestina di questi giorni, che avvengono un po’ in tutto il continente, sono legittime, in questa Europa costruita sui valori della tolleranza e della libertà. E noi vogliamo che resti tale. Guai a chi, impaurito, lo dimenticasse. Bene ha fatto il presidente del Consiglio a ricordarlo concretamente, liquidando la proposta leghista di far pagare una tassa sul permesso di soggiorno, quasi in una riedizione banalizzata della «vendita delle indulgenze» di infausta memoria. Ma chi marcia e prega per i propri «fratelli nell’Islam» deve essere consapevole che la libertà non è garantita dalle regole e dal loro rispetto, ma è costruita sulle regole e sul loro rispetto. L’entità di queste manifestazioni ci ricorda anche che il mondo arabo è parte del nostro mondo, e che i governi occidentali hanno uno speciale interesse a contribuire il più rapidamente possibile al raffreddamento di questa crisi, prestando tutta la loro disponibilità alla realizzazione del piano franco-egiziano per una forza internazionale a Gaza.  

Gaza, il puzzle del negoziato
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 11 gennaio 2009


di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente (08-01-2009)

Nella sua prima dichiarazione Obama ha espresso profonda preoccupazione per le vittime civili a Gaza e in Israele. Essa costituisce un campanello d’allarme che Israele non può trascurare, nel giorno in cui si devono contare oltre quaranta vittime palestinesi nella scuola Onu nel campo profughi di Jabaliya. Il nuovo presidente ha inoltre preannunciato un serrato impegno della sua amministrazione sulla questione mediorientale, subito dopo il suo insediamento del prossimo 20 gennaio.

Il rinvio della terza fase offensiva
L’offensiva israeliana sta attraversando un’ulteriore momento di transizione nel quale gli obbiettivi che potevano essere perseguiti nelle prime due fasi, con l’attacco aereo e la prima invasione di terra, sono stati sostanzialmente esauriti. Cresce intanto il numero delle perdite israeliane, ed in misura assai più forte di quelle palestinesi che hanno oramai oltrepassato le 700. Il Gabinetto ristretto israeliano, pur ratificandola in via di principio, ha peraltro deciso di rinviare la terza fase dell’offensiva (che punterebbe sulle zone più popolate, a partire dalla Città di Gaza e dai campi profughi più popolati) di fronte allo sviluppo delle diverse iniziative internazionali volte ad ottenere una cessazione delle ostilità. Si tratta di diverse iniziative parallele della Ue, della Francia, della Turchia, dell’Egitto (insieme ad altri paesi arabi) spesso concomitanti e talora in aperta concorrenza tra loro.

La proposta franco-egiziana
Tuttavia l’iniziativa europea, mal guidata dalla nuova presidenza cecoslovacca considerata troppo filo-israeliana, è presto evaporata e ora l’attenzione pare concentrarsi sempre più su una proposta avanzata congiuntamente da Mubarak e Sarkozy a Sharm al-Sheikh. Lo stesso Olmert ha annunciato attraverso il suo portavoce di guardare ad essa con attenzione. La proposta è stata sostenuta anche da Condoleeza Rice (che ha richiesto un cessate il fuoco che duri, che porti reale sicurezza e che sia sostenibile) e da un sempre più appannato Abu Mazen, nei loro interventi al Consiglio di Sicurezza. La proposta contemplerebbe un immediato cessate il fuoco (non è chiaro se sulle attuali linee di fuoco) e l’avvio di un negoziato, della durata di due-tre mesi, sui problemi di lungo termine relativi sia alla questione della sicurezza sul confine egiziano, sia alla cessazione del blocco israeliano nella striscia.
In realtà la proposta si dirama attraverso canali paralleli di contatto e di contrattazione in corso.
Uno, che coinvolge egiziani, francesi e Usa, è volto a discutere l’ipotesi del dislocamento di ingegneri militari statunitensi sulla parte egiziana del confine per controllare e impedire il rifornimento di armi ad Hamas attraverso i tunnel (ma anche via mare, secondo una proposta francese, attraverso la creazione di una specifica forza navale).
Questi ingegneri non assumerebbero la veste di una forza internazionale per non ledere la sovranità egiziana, ma quella di esperti chiamati come consulenti, su iniziativa dello stesso Governo del Cairo e al suo servizio.

Sull’altro versante si sviluppa l’iniziativa congiunta franco-egiziana volta a premere su Hamas perché accetti il cessate il fuoco: mentre una missione di rappresentanti della organizzazione islamica si è recata al Cairo per incontrare il responsabile della intelligence Omar Suleiman, che li ha informati sui contenuti della proposta e sulle pesanti conseguenze di un loro eventuale rifiuto, Sarkozy nella sua tappa a Damasco ha chiesto al presidente Assad di esercitare la sua influenza su Hamas, per convincerlo a porre termine agli attacchi contro il Sud di Israele e ad accettare il cessate il fuoco. In questa fase Hamas sconta l’ostilità egiziana e degli altri regimi arabi moderati, che non vogliono che la crisi si concluda con un ulteriore rafforzamento dell’organizzazione islamica.

La Turchia come “cerniera”
Parallelamente ha preso consistenza l’iniziativa della Turchia (il cui governo ha mantenuto contatti ufficiali con Hamas dopo la passata vittoria nelle elezioni legislative), che ha avanzato in queste settimane critiche estremamente dure contro l’offensiva israeliana, malgrado i consolidati rapporti di cooperazione con il Governo di Gerusalemme, che le hanno consentito di sviluppare un importante ruolo di mediazione nei recenti negoziati indiretti tra Israele e Siria. La Turchia continua a sviluppare con grande determinazione il suo nuovo ruolo di potenza regionale, proponendosi come una cerniera di contatto tra occidente e mondo islamico, e pare essere destinata a svolgere un ruolo centrale nella costituzione della nuova forza internazionale che dovrebbe essere costituita per garantire la riapertura dei valichi di frontiera a Gaza.

Israele preferirebbe procedere per accordi paralleli
Per parte sua Israele preferirebbe evitare un nuovo negoziato indiretto con Hamas, procedendo attraverso accordi paralleli: sul traffico d’armi, con l’Egitto e con un coinvolgimento degli Stati Uniti; sulla riapertura delle frontiere a Gaza, riesumando il vecchio accordo del 2005 sul valico di Rafah, che coinvolgeva l’Autorità Palestinese, l’Egitto e l’UE; mente per il cessate il fuoco Israele pensa a un accordo da raggiungere in sede di Consiglio di Sicurezza con il coinvolgimento degli Usa, della Francia e degli Stati arabi moderati, che gli lasci aperta la possibilità di reagire ad ogni violazione di Hamas.
Ma non è detto che questo approccio, teso a bypassare completamente l’organizzazione islamica, sia effettivamente realistico e realizzabile.


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L'equazione Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


29-12-2008 - di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente
 
L’impressione generale è che lo Stato ebraico sia stato indotto all’offensiva in atto da una consapevole scelta di Hamas, che ha dichiarato decaduta la tregua stipulata sei mesi fa grazie alla mediazione egiziana (anche se la prima violazione era avvenuta da parte israeliana alcuni giorni prima della scadenza del 20 dicembre, con il bombardamento di un tunnel in costruzione, che aveva ucciso tre militanti palestinesi). L’organizzazione islamica (che forse aveva sottovalutato l’efficacia della possibile reazione israeliana), nell’ultima settimana ha lanciato sulle città israeliane di confine oltre trecento razzi e missili di varia portata, fino ad una distanza di circa 50 chilometri. Nell’ultimo anno, il totale dei razzi lanciati su Israele supera i 3000, anche se in generale essi sono piombati in aperta campagna, provocando più che altro molta paura, con pochi danni e poche vittime, contrariamente ai bombardamenti israeliani di questi giorni.

E’ evidente tuttavia che il Governo di Gerusalemme non poteva reggere a lungo una situazione del genere, anche in vista delle prossime elezioni politiche del 10 febbraio: i leader di Kadima e del Likud avevano ripetutamente attaccato il Ministro della Difesa e leader del Labour, Ehud Barak, per la  sua inazione, affermando che la situazione si era fatta intollerabile.

Ma Barak ha preferito preparare con calma la sua offensiva, utilizzando a fondo i sei mesi della tregua e selezionando accuratamente i suoi obbiettivi, anche attraverso una approfondita azione di intelligence, in modo da sorprendere per quanto possibile Hamas, infliggendogli il colpo più doloroso. I morti si avvicinano, nel momento in cui scriviamo, ai 300, e tra di loro molte sono certamente le vittime civili, per quanto accurata sia stata la scelta dei bersagli, spesso situati nelle zone più popolate: è quindi praticamente impossibile evitare, per usare l’angosciante eufemismo israeliano, “danni collaterali”.
Hamas ha naturalmente minacciato ritorsioni, e la ripresa degli attentati suicidi, chiamando i palestinesi alla “terza intifada”.

Intanto truppe e mezzi corazzati israeliani sono ammassati sul confine, non si capisce se per esercitare una pressione psicologica o per preannunciare una prossima operazione di terra, tesa a ripulire la fascia di confine da cui sono lanciati i razzi: ma si dovrebbe trattare in ogni caso,  probabilmente, di una operazione limitata nel tempo. Tutto vuole Israele salvo che ritrovarsi di nuovo impantanato in una situazione simile a quella dell’ultima guerra in Libano. Proprio quella esperienza ha dimostrato d’altronde che, limitandosi ad attacchi dall’aria, non si riesce a bloccare il lancio di missili contro Israele, ma anche che una azione di terra di portata limitata avrebbe solo effetti temporanei: una volta ritirate le truppe israeliane le rampe di lancio sarebbero rapidamente ripristinate.

Lo stesso obbiettivo, annunciato da alcuni dei leader ebraici, di arrivare a cancellare il controllo di Hamas su Gaza, abbattendone il Governo, appare non molto credibile: gli israeliani non vogliono arrivare ad una rioccupazione permanente della Striscia, che causerebbe loro forti perdite e costi altissimi, finendo per addossare loro la responsabilità civile del milione e mezzo di abitanti palestinesi. E d’altra parte sarebbe arduo, anche per Abu Mazen, arrivare a ripristinare la sua autorità sulla Striscia al seguito dell’esercito occupante.

Qui sta il punto: quali sono gli scopi effettivi che l’offensiva si propone, al di là della volontà di bloccare il lancio dei razzi, impartendo una lezione alle organizzazioni islamiche e ai militanti che li lanciano, e restituire pace e sicurezza alla parte meridionale del paese?

Quello che Hamas voleva, con la scelta di mettere sotto pressione Israele, è chiaro: ripristinare la tregua a condizioni più vantaggiose, garantendo una apertura dei valichi di frontiera meno aleatoria, in grado di assicurare il rifornimento costante della Striscia e della sua popolazione oramai esausta; concludere la trattativa per la liberazione del soldato israeliano Shalit, con il rilascio di un forte numero di prigionieri palestinesi, scelti tra i più rappresentativi; estendere la tregua anche alla Cisgiordania, dove i suoi militanti sono sotto la doppia pressione di Israele e delle forze di sicurezza dell’ANP. Si tratta, va detto, di punti già presenti nell’accordo di giugno, e di cui solo il primo  era stata parzialmente implementato.

Più in generale, la organizzazione islamica si proponeva di tornare al centro dell’attenzione araba e internazionale (e vi è riuscita in pieno grazie alle scene angosciose da Gaza, trasmesse dalle TV di tutto il mondo ed in particolare dai grandi network arabi); e di indebolire ulteriormente Al Fatah, dipingendo Abu Mazen come un traditore connivente con il nemico. Non sono stati risparmiati neanche attacchi al Governo egiziano e allo stesso Mubarak, reo di aver ricevuto nei giorni precedenti il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, senza protestare per le sue dichiarazioni che preannunciavano l’attacco.

Ma Israele, cosa vuole davvero? Finito l’effetto iniziale dell’attacco, sarà necessario tornare a discutere di come rinnovare la tregua, e a quali condizioni: ora che entrambi hanno mostrato i muscoli, possono sedersi al tavolo della trattativa (se pur indiretta, attraverso la rinnovata mediazione egiziana) senza fare la figura del perdente. Un rituale che naturalmente non tiene conto del costo in vite umane, feriti e danni ingenti, e della enorme angoscia che tutto questo rituale di guerra ha causato nelle due popolazioni.

Probabilmente, si renderà necessario anche un intervento internazionale: già il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è pronunciato, pur senza la necessaria forza, per una sospensione di tutte le attività militari, ed è probabile che nei prossimi giorni l’intervento si faccia più incisivo.

Anche l’Europa deve far sentire di più la sua voce, e sia Bush che Obama possono esercitare la loro influenza moderatrice su Israele, così come gli Stati arabi moderati, a partire dall’Egitto e l’Arabia Saudita, su Hamas.

La condizione essenziale perché si torni alla tregua è che alla popolazione civile di Gaza venga assicurato un flusso costante di rifornimenti, riaprendo i valichi: su questo Hamas può difficilmente cedere. Lo stesso scambio tra Shalit e i prigionieri  palestinesi tornerebbe in quel caso nuovamente perseguibile.

Potrebbe probabilmente essere invece rinviata ad una fase successiva l’estensione della tregua alla Cisgiordania, che Israele non vuole concedere perché teme che così l’organizzazione islamica possa rafforzarsi troppo, a scapito della vacillante autorità dell’ANP.

La riapertura dei valichi potrebbe d’altronde comportare, in prospettiva, una rinnovata e rafforzata presenza internazionale alle frontiere, dopo la troppo limitata esperienza delle forze EUBAM.

Non si può nascondere che il ripristino e il consolidamento della tregua comporterebbero un sostanziale rafforzamento di Hamas, rappresentando un riconoscimento di fatto del suo controllo su Gaza e della sua capacità di tenuta rispetto al lungo assedio internazionale e israeliano cui è stato sottoposto. Fattori questi già presenti nell’accordo di sei mesi fa, e che verrebbero ora ulteriormente sanciti e stabilizzati, indebolendo ulteriormente Abu Mazen e l’ANP. Questa è d’altronde la realtà delle cose, e non si può ignorarla più a lungo.

Più in generale, la possibilità di un rilancio del processo negoziale israelo-palestinese, cui può puntare il neo Presidente Obama dopo il suo insediamento a fine gennaio, non potrà prescindere dalla consapevolezza che i palestinesi non possono essere rappresentati esclusivamente da Al Fatah, e che il coinvolgimento di Hamas, anche in maniera indiretta, si rende indispensabile, se non si vuole che i possibili accordi da raggiungere, con tutti i sacrifici che essi comporteranno per Israele, siano scritti sulla sabbia, e vengano rimessi in discussione il giorno dopo la loro firma.

Ciò richiede da parte della Comunità internazionale e dello stesso Israele una azione volta a favorire, e non a scoraggiare come in tutti questi anni, il raggiungimento di un nuovo accordo interpalestinese, senza dimenticare il versante siriano, che non può certo essere trascurato se la pace la si vuole fare davvero. Un approccio inclusivo, e non esclusivo e basato su prevalenti pregiudiziali ideologiche quale è quello che ha caratterizzato la presidenza Bush.


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Il risveglio della Germania
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


30/12/2008 - LaStampa - VITTORIO EMANUELE PARSI

E'un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio» e la responsabilità dell'attacco israeliano a Gaza è «chiaramente ed esclusivamente» di Hamas, che ha unilateralmente «rotto gli accordi per il cessate-il-fuoco» e dato avvio a un «continuo lancio di razzi in territorio israeliano». Per il momento in cui arrivano, a 48 ore dall'inizio del durissimo esercizio di autodifesa messo in atto dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni attribuite alla cancelliera Angela Merkel dal suo portavoce sono politicamente molto pesanti.

Sono pesanti anche per l'appoggio oggettivo che forniscono a Mubarak e Abu Mazen. Ma sono ancora più significative perché, nel ribadire il pieno sostegno tedesco a Israele, rompono le modalità felpate con cui tradizionalmente la diplomazia tedesca era usa muoversi nella regione. Sembra quasi che, dopo un lungo periodo di sonno, la Cancelliera abbia deciso di scegliere un momento e un tema cruciali per sancire il ritorno della Germania sulla scena della grande politica estera. (...)

Ora, al crepuscolo di un semestre di presidenza francese tanto attivista quanto alla fine, purtroppo, poco concludente (si pensi alle modalità suicide con cui Parigi ha gestito il lancio di un'iniziativa pur cruciale e strategica come l'Unione Euro-Mediterranea), la Germania sembra volersi candidare a riassumere quel ruolo guida, senza il quale la politica estera dell'intera Unione resterebbe un mero esercizio retorico. Il fatto è stato immediatamente colto in Francia, e non proprio benevolmente, si direbbe. (...)

Si direbbe però che Merkel stia guardando più lontano, oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia deciso di «supplire» temporaneamente, almeno in termini di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la «latitanza di Washington», destinata a durare fino all'insediamento della nuova amministrazione. Il segnale mandato a Obama e al suo segretario di Stato Hillary Clinton, sembra indicare che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio Oriente: spazzando innanzitutto il campo da quelle differenze di sfumature che spesso si sono prestate a qualche ambiguità, a cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di quel «terzetto» europeo incaricato di cercare di stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra Usa e Iran sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno «cerchiobottista» a Gaza potrebbe, contemporaneamente, trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a Teheran che giocare la carta di una possibile spaccatura occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione.

L'attacco di Israele contro Hamas a Gaza
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 dicembre 2008


L'intervista di Tzipi Livni al TG1

La cartina dell'attacco dal sito di Limes


Arrigo Levi sulla Stampa del 28 dicembre 2008 - La minaccia dell'Iran
 

(...) Nello storico confronto in atto, nel mondo arabo-islamico, tra fondamentalisti e modernizzatori, Hamas rappresenta, agli occhi dei governi arabi, un ostacolo a una pace generale, e quindi un pericolo per la loro stessa sopravvivenza. Si aggiunga che nella West Bank, controllata dal governo palestinese moderato di Abu Mazen, la situazione economica e politica è in netto miglioramento, la presenza israeliana sempre meno ossessiva. Il confronto con le condizioni drammatiche di Gaza, conquistata da Hamas con una violenza sanguinaria che gli eredi di Arafat a Ramallah non perdonano, diventava per Hamas intollerabile.

Così, le pur forti pressioni esercitate dall’Egitto su Hamas, per invitarlo alla moderazione, non hanno avuto successo. La denuncia della tregua e la ripresa dei lanci dei missili sulle cittadine del Sud d’Israele, a rischio di colpire «per errore» un villaggio arabo al di qua della frontiera (se due bambini arabi rimanevano uccisi, erano comunque destinati alla gloria dei martiri), era prevedibile e prevista. Altrettanto prevista, chiaramente utile a Hamas, ma inevitabile con le elezioni a febbraio, era una rappresaglia israeliana. Fin dove si spingerà non sappiamo. Sappiamo che un giuoco perverso di azioni e reazioni rischia di vanificare gli elementi positivi che abbiamo elencato: non per eccessivo ottimismo, ma per rispetto della realtà del quadro politico generale. Difficile dire chi possa fare qualcosa, e che cosa, per interrompere il «war game» che si è rimesso in moto. Sperare in Obama? Ma è ancora alle Hawaii.

L'analisi di Guido Olimpio sul sito del Corriere - 28 dicembre 2008

(...) LE PROSSIME TAPPE - In questa fase si possono segnalare i seguenti punti.
1) Israele ha iniziato ad ammassare forze terrestri attorno alla Striscia ed ha annunciato un richiamo di riservisti. Chiare indicazioni della volontà di «entrare» a Gaza con blindati e fanteria
2) I palestinesi continuano con i lanci di razzi e, se riusciranno, cercheranno di colpire con gli attentatori suicidi.
3) Verrà intensificata da parte israeliana la caccia «agli uomini dei missili» palestinesi. E’ tuttavia possibile che Hamas, imitando l’Hezbollah, abbia costituito cellule autonome di lanciatori. Una tattica facilitata dalle caratteristiche tecniche degli ordigni. Quasi rudimentali, sono facili da usare, si nascondono bene.
4) Israele ha effettuato un buon numero di incursioni per neutralizzare una quarantina di tunnel al confine tra Gaza ed Egitto. Sono la linea logistica vitale per Hamas. Attraverso le gallerie passa di tutto: dai consiglieri iraniani alle armi. Se si taglia questa «vena» per i palestinesi sarà ancora più dura e non resterà che la via del mare anche se i controlli israeliani la rendono ardua da percorrere.
5) E’ probabile che l’eliminazione di alcuni capi militari palestinesi sia seguita dall’uccisione di quadri politici. Un modo per accrescere le difficoltà del movimento. Non bisogna dimenticare che la leadership di Hamas non è compatta e sono note le rivalità tra i capi che risiedono all’estero (Siria, Iran, Libano) e quelli che vivono sotto le bombe a Gaza.
(...)

Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 28 dicembre 2008 - I disperati della Striscia e le mire dell'Iran

(...) Ma il mondo forse sottovaluta il nefasto potenziale offensivo di Hamas, sempre meno partito politico e sempre più organizzazione terroristica, che ora minaccia una nuova campagna di attentati suicidi; sempre meno preoccupata per i problemi del popolo palestinese e per le quotidiane sofferenze degli abitanti di Gaza, e sempre più espressione di ciniche volontà esterne ai suoi confini, in particolare delle mire espansionistiche e aggressive degli ayatollah sciiti di Teheran. Se le emozioni, accese dalle immagini dei bombardamenti e dalle conseguenze su una popolazione stremata proprio a causa della feroce ostinazione di Hamas, si intensificano, non si possono sottovalutare né dimenticare le ragioni di quanto sta accadendo. La tracotanza degli estremisti islamici ha sfibrato il legittimo potere istituzionale dei palestinesi laici, guidati da Abu Mazen. Al punto che le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere il 9 gennaio, alla scadenza naturale del mandato, sono state rinviate sine die. Non esistono infatti le condizioni perché il popolo della Palestina possa esprimere democraticamente la propria volontà politica.

Il voto, in questa cornice drammatica, diventerebbe un'occasione per moltiplicare le violenze dello scontro, ormai fatale, tra chi crede nel dialogo con la controparte israeliana, e chi vi si oppone, pronto al ricatto terroristico. Illuminanti non sono soltanto le manifestazioni di sostegno ad Hamas che si stanno moltiplicando nei campi-profughi palestinesi del Libano, ma l'atteggiamento dell'Hezbollah, punta avanzata dell'Iran a Beirut, quindi sul Mediterraneo. Hezbollah non minaccia soltanto Israele, ma si scaglia velenosamente contro i regimi arabi moderati, accusandoli di tradimento. Primo obiettivo l'Egitto, che da sempre cerca un'impossibile mediazione tra il laico Fatah e gli integralisti di Hamas, seguito dall'Arabia Saudita e dalla Giordania. Tutto questo dimostra che il vero obiettivo, da conseguire ad ogni costo sulla pelle dei disperati di Gaza, è la lotta per il potere tra i baldanzosi sciiti, resi più forti dalla guerra all'Iraq, che puntano a radicalizzare lo scontro fino alle più estreme conseguenze, utilizzando cinicamente sia Hezbollah sia Hamas, e i sunniti, che rappresentano la stragrande maggioranza del popolo arabo. In attesa dei primi passi del presidente americano Barack Obama, crescono le incognite anche sulle elezioni israeliane, che si terranno il 10 febbraio. (...)

Fabio Nicolucci sul Riformista del 28 gennaio 2008

(...)Perfettamente cosciente di questa impotenza e dunque della propria centralità politica, come del fatto che essa viene rilanciata dall’incrudelirsi dello scontro militare, Hamas mira così a mantenere il possesso dell’agenda in un anno cruciale come il 2009, che vedrà il 9 gennaio la scadenza del mandato di Abu Mazen da Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e il 10 febbraio le elezioni politiche israeliane. Oltre che elezioni in Iraq, Iran e Libano. Come probabilmente previsto da Hamas, proprio il fatto di trovarsi praticamente già in campagna elettorale ha infatti costretto il governo israeliano a mutare la decisione presa all’inizio della crisi da Barak, Olmert e Tizpi Livni, di esercitare il massimo di controllo possibile e di evitare una reazione su larga scala dalle imprevedibili conseguenze, dando così il via ad una lotta per il migliore posizionamento politico che inevitabilmente sotto elezioni diviene quello di chi ha la mano più vicina al grilletto. Una lotta fatta a spese della realtà militare che ha molto irritato lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano, la cui cautela e prudenza intessuta di realismo è finita quasi per essere dipinta come codardia dai politici più estremi e spregiudicati di tutto lo spettro politico ma soprattutto di destra.(...)

Dal sito di Haaretz

Define the objectives in Gaza

With Gaza raid, Barak is back in the political ring

Barak: "Nessuna opzione esclusa per l'Iran"
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 8 agosto 2008


L'intervista di Davide Frattini al ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, pubblicata ieri sul Corriere della Sera. le sottolineature in grassetto sono mie.

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TEL AVIV — Mettetegli davanti una mappa del Medio Oriente — dice chi lo conosce bene — e vedrete che invece di piazzare bandierine sugli Stati nemici, preferisce fare un cerchio attorno alla testa di Hassan Nasrallah e Khaled Meshal. Il giovane comandante delle forze speciali è rimasto lo stratega dei blitz. Ehud Barak è ministro della Difesa dal giugno del 2007, in questi tredici mesi i «vicini» — come li chiama lui — hanno subito qualche colpo misterioso, tra Siria e Iran. Operazioni che Israele non si è mai attribuita e che il soldato più decorato nella storia del Paese non vuole commentare. Dice solo: «Dobbiamo sempre trovare la via migliore per ottenere il massimo risultato, con il minimo danno collaterale. Ma se dovessimo essere sfidati, stiamo preparando l'esercito a combattere fino a una vittoria inequivocabile».

La vittoria «equivocabile» è quella su cui gli israeliani si lacerano ancora, guerra del Libano 2006. Barak allora era un ex primo ministro in pensione, che guardava la politica dal trentaduesimo piano delle torri Akirov, dove vive in un attico acquistato con gli investimenti fatti da privato, e preparava il ritorno a un altro grattacielo, la Kirya, il Pentagono di Tel Aviv. Nell'ufficio, l'odore dei sigari cubani è forte. Una passione che il leader laburista ha in comune con il socio di coalizione, Ehud Olmert. Preferisce non parlare di politica interna e delle dimissioni annunciate dal premier. Ammette solo di essere pronto a far parte di un nuovo governo: «Il Paese ha bisogno di unità, le sfide sono immense, per la sicurezza e sul piano diplomatico. Ci aspettano opportunità e minacce. Due anni fa, abbiamo visto il prezzo pagato per l'inesperienza ai vertici e siamo dotati di abbastanza buonsenso per evitarlo in futuro. Da questa regione, arriva la profezia che un giorno l'agnello e il leone giaceranno insieme: finché gli agnelli devono essere periodicamente rimpiazzati, preferiamo essere il leone».

Gli americani hanno definito inaccettabile la risposta data dall'Iran sul congelamento del programma atomico. «Il messaggio di Teheran dimostra che il regime è determinato a sfidare tutto il mondo, a ingannare e rinviare. Il loro obiettivo è ottenere il nucleare militare, pensarla diversamente è un'illusione. L'Iran con l'atomica è una minaccia all'ordine mondiale. E' il momento per agire, con le sanzioni, non per parlare. Le sanzioni economiche e finanziarie devono essere rinforzate, accelerate. Gli sforzi devono includere la Russia, la Cina e l'India. E in ogni caso dobbiamo lasciare qualunque opzione aperta».

Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, ha definito un «disastro», un eventuale attacco militare israeliano contro l'Iran. «Adesso c'è ancora tempo perché le sanzioni siano efficaci, ma ripeto — e lo dico con convinzione: il mondo e Israele devono lasciare qualunque opzione aperta. Il disastro sarebbe un Iran dotato di armi nucleari».

Le multinazionali continuano a condurre affari con l'Iran. «Con la globalizzazione, è difficile per i governi imporre le decisioni alle aziende. So che la Fiat ricomincerà a produrre auto in Iran. E' sbagliato. E' nell'interesse delle imprese un ordine mondiale stabile e che l'economia internazionale resti forte».

Amos Yadlin, capo dell'intelligence militare, sostiene che gli ayatollah stiano sviluppando missili in grado di colpire l'Europa. «Gli sforzi del programma balistico puntano a un raggio d'azione che va ben oltre Israele. Nei prossimi anni, potranno raggiungere tutti i protagonisti di questi negoziati sul nucleare, a eccezione degli Stati Uniti».

Come giudica l'operato delle truppe Unifil, nel sud del Libano? «I caschi blu hanno un certo impatto stabilizzante e dimostrano l'impegno dei Paesi partecipanti nel voler aiutare una nazione in difficoltà. Detto questo, la risoluzione 1701 (approvata dalle Nazioni Unite alla fine della guerra, ndr) non funziona ed è violata in continuazione da Hezbollah, Siria e Iran. Dalla fine della guerra, il movimento sciita ha triplicato il numero di razzi accumulati. I soldati e i comandanti sul campo provano a fare del loro meglio, ma i miliziani di Hezbollah si muovono con abiti civili, scavano bunker tra le case».

Andrebbero cambiate le regole d'ingaggio? «Le truppe Onu dovrebbero essere più determinate a entrare in azione, basandosi sulle informazioni che di certo possiedono. Gli Hezbollah provano a intimidirli e si genera un meccanismo minaccia-protezione».

Il governo israeliano ha siglato una tregua con Hamas. E' l'ammissione che la strategia dell'embargo, politico ed economico, è fallita? «Al contrario. Hamas ha chiesto il cessate il fuoco sotto la pressione dell'embargo e delle operazioni militari contro i lanci di razzi Qassam. Noi non negoziamo con Hamas, stiamo solo trattando per il rilascio del soldato rapito (il caporale Gilad Shalit, ndr). E non negozieremo con Hamas, fino a quando non accetteranno le richieste del Quartetto: riconoscimento di Israele e degli accordi firmati in passato, rinuncia alla violenza. Insomma, quando Hamas smetterà di essere Hamas».

Lei è accusato di non credere abbastanza nei negoziati con Abu Mazen, presidente palestinese, e di non fare abbastanza per rafforzarlo, come rimuovere i posti di blocco. «Da primo ministro, sono stato il leader israeliano che è andato più lontano nell'offerta fatta ai palestinesi. Ho ritirato tutte le truppe dalla Cisgiordania e in cambio un'ondata di attentati suicidi ha colpito le nostre città. E' ancora troppo presto per lasciare il controllo completo alle forze dell'Autorità. Hamas non può conquistare la Cisgiordania come ha fatto a Gaza solo perché i nostri soldati sono ancora là».

Davide Frattini - 07 agosto 2008

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