.
Annunci online

"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Se Benedetto parla come Obama
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 7 giugno 2010


Lucia Annunziata, laStampa, 7 giugno 2010

Se è possibile mischiare cose che si muovono fra cielo e terra senza irriverenza, si potrebbe dire che il Santo Padre ieri si è espresso sul Medio Oriente come un democratico americano. Usiamo questa formula non per sminuire il discorso di Benedetto XVI, ma per sottolineare con chiarezza quanto di nuovo ci sembra sia emerso dal discorso con cui ha detto addio a Cipro, e dal documento che prepara il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in ottobre. 

La frase che certamente ha avuto più impatto, anche emotivo, riguarda la chiara definizione di responsabilità di Israele: «L’occupazione di Israele dei territori palestinesi sta creando difficoltà nella vita di tutti i giorni, impedendo la libertà di movimento, della vita economica e religiosa», ha detto il Papa, definendola «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi».

Ma è davvero questa una drastica presa di posizione? In realtà su Israele il Vaticano non ha mai avuto toni teneri. (...)

Più rilevante pare oggi una precisazione che sottolinea la gravità dell’occupazione: un atto, dice Benedetto XVI, «che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche». Il riferimento è fra i più duri, e coinvolge quell’enorme movimento di neo-evangelici (in Usa alcuni ne contano 50 milioni) che giustificano con il percorso della fine della storia, l’esistenza di Israele, e militano al suo fianco. È un fenomeno molto conosciuto negli Stati Uniti, che ha avuto il volto soprattutto del predicatore Jerry Falwell, uomo noto per il suo radicalismo repubblicano. 

Forse qui troviamo una chiave di volta del discorso del Papa. Forse è proprio la condanna di ogni estremismo, in qualunque religione, o meglio l’uso della religione come giustificazione di estremismo politico, ad essere il filo che percorre l’intervento di Benedetto XVI. 

Meno risalto hanno avuto ieri le sue parole sul mondo arabo, ma non sono state meno forti. 
Se la relazione con gli ebrei è stata definita «essenziale, benché non facile», quelle «tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili», ha detto il Papa. E ha introdotto una ragione di distanza fra mondo musulmano e visione cristiana di natura politica oltre che religiosa: «Soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini». Un taglio netto, e di profonda inconciliabilità, attuato intorno all’idea di cittadinanza, e che in maniera elegante parla dell’essenza di una dittatura.

Benedetto XVI, dunque, ieri non ha risparmiato critiche a nessuno dei protagonismi radicali in Medio Oriente: che sia l’esercizio delle armi di Israele, o il giustificazionismo in nome del Vangelo, o le dittature arabe. (...)

Con il suo discorso del Cairo agli arabi, Obama ha spostato lui stesso l’accento dalla ragione di questo o quello Stato, alle ragioni della cittadinanza: diritti umani, diritti civili, libertà, benessere, ovunque essi vengano violati. Un discorso che certamente ha in parte allontanato gli Usa dal loro ruolo di difensori senza se e senza ma di Israele, che però ha il merito di poter suonare la stessa campana dappertutto, e in tutte le orecchie. Dalla diplomazia, alla società civile, si direbbe in gergo europeo. 

Interessante è dunque che anche il Papa abbia parlato di cittadinanza da recuperare, nel senso dei valori di individuo e di libertà innanzitutto. Benedetto XVI si riferisce ai cristiani. Sappiamo qual è la sua preoccupazione su questo tema alla luce delle persecuzioni che i cristiani subiscono in tutti i Paesi arabi, certo non solo a Gaza o nei Territori ex Occupati della Cisgiordania. L’uccisione in Turchia di padre Padovese è ancora nella testa di tutti. 

Obama: che fare?
post pubblicato in Diario, il 7 novembre 2009


(3 novembre 2009)

Comunque la si giri, un po' di delusione nel mondo sul primo anno di Obama è palpabile. E forse positiva, a suo modo, se riusciamo a passare dalla fase del "sogno" a quella di un riformismo serio e radicale, come nel caso della Sanità.


Per quanto riguarda il resto del mondo, la percezione è che abbia cominciato a ragionare - per il momento - "a prescindere" da Obama.

Precisiamo: questo non significa necessariamente "a prescindere dagli States" - che non sono identificabili con il Presidente e la sua Amministrazione; nessuno Stato è totalmente identificabile con il Governo; oggi più che mai uno Stato e una Nazione sono rappresentati anche da relazioni economiche e diplomatiche e di sicurezza che interagiscono indipendentamente e addirittura "contro"- entro certi limiti - l'immediata azione del Governo. Sempre più gli stati moderni, a maggior ragione quelli democratici, lavorano per "comparti separati", per "corpi separati", e per logiche "semiconflittuali", che permettono a un ente politico di mantenere aperte più vie di percorso sui diversi problemi.

Detto ciò, Israele e Iran  - per fare l'esempio più stringente - non staranno certo ad aspettare che il "tirocinio formativo" di Obama finisca. E' probabile che contatti trasversali e quasi-diretti siano in corso, e questo è normale fra "nemici". E' appunto l'"amico americano" che sembra essere carente (almeno nella forma dell'attore-governo), in questa situazione e in molte altre...

Sta di fatto che il primo anno di Obama sembra in qualche modo confermare che il mondo è chiamato a ridefinirsi come non più dipendente da Washington; il problema è come riorganizzarsi, evitando che la debolezza di strategia diventi isolazionismo, e che prevalgano sulla scena globale attori molto pericolosi, che già si sono rafforzati nelle aree di crisi.

Spazi nuovi in questo scenario si aprono per l'Europa di Angela Merkel (non è un lapsus né un errore, ho proprio voluto scrivere: "Europa di Angela Merkel"), un'Europa liberale, cristiano-democratica, dura con l'integralismo islamico (si pensino alle posizioni della Merkel durante la guerra di Israele contro Hamas a Gaza) ma tollerante e aperta al futuro.

Questo, però, è un copione ancora da scrivere. Possibilmente insieme...

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/

***

Di seguito una breve rassegna stampa esteri con gli articoli più interessanti su Obama, Iran, Afghanistan, Cina e la segnalazione di un interessante evento che si svolgerà il 4 novembre a Milano sui vent'anni dalla caduta del muro.

***

Obama, la delusione, la realtà.

Obama, un anno dopo (Speciale de La Stampa)
http://www.lastampa.it/focus/obamaunannodopo/

Il Carisma e la Croce (Vittorio Zucconi su Repubblica del 27 ottobre 2009)
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NSNLE

Obama: che fare con le guerre? (da Il Foglio del 27 ottobre 2009)
http://www.ilfoglio.it/soloqui/3692

Obama e il pugile nero (da Il Corriere della Sera del 27 ottobre 2009)
http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_27/valentino-jack-johnson-obama_2ef708fa-c2c0-11de-9afa-00144f02aabc.shtml

Afghanistan senza strategie? (V.E. Parsi su La Stampa del 2 novembre 2009)
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6572&ID_sezione=&sezione=

La globalizzazione dei kamikaze, Boris Biancheri su La Stampa del 28 ottobre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6548&ID_sezione=&sezione=

Vittorio Emanuele Parsi: la logica dell'Iran
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=44936

L'Iran non ha bisogno della Bomba, ma il regime sì, per sopravvivere
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NT36M

Altre notizie

Prodi sulla Cina, 3 novembre 2009
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NXH5R

Gli inglesi contro il censimento
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NSPRX

La censura di Sarkò
http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_29/sarko-satira-bloccata-burchia_355ea908-c498-11de-ae8c-00144f02aabc.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Obama Israele Iran Merkel

permalink | inviato da franzmaria il 7/11/2009 alle 23:18 | Versione per la stampa
Prova di orchestra
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 24 settembre 2009


L'editoriale di Janiki Cingoli, Direttore del centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Il vertice a tre tra Obama, Netanyahu e Abu Mazen, tenutosi a New York non è stato solo una   photo opportunity. La stretta di mano tra i leader israeliano e palestinese ha messo fine ad una incomunicabilità che durava dalla vittoria elettorale di Netanyahu.

Ma l’incontro ha dato modo soprattutto ad Obama di esternare tutta la sua impazienza per il prolungato palleggio negoziale israelo-palestinese, che nelle scorse settimane ha costretto il suo Inviato Speciale George Mitchell ad una spoletta defatigante e senza risultato.(...)

Nelle prossime settimane i contatti di Mitchell con le due delegazioni presenti a New York e tra le due delegazioni dovrebbero ripartire, sotto la supervisione della stessa Hillary Clinton, per arrivare poi a metà ottobre ad un qualche avvenimento ufficiale per la riapertura dei negoziati, già si parla di un possibile vertice a Sharm El-Sheikh.

Nella valutazione del vertice, occorre tener conto di una osservazione assai acuta fatta da Aluf Benn, sul quotidiano israeliano Ha’aretz: l’approccio di Obama è diverso da quello dei precedenti presidenti USA, da Clinton a Bush, che hanno iniziato ad occuparsi di Medio Oriente a fine mandato: egli è all’inizio, ha davanti i prossimi quattro anni e probabilmente sarà rieletto. Per lui il problema non è sottoscrivere un documento (non a caso anche in questo vertice non si è discusso su un possibile comunicato congiunto), è raggiungere l’obbiettivo in una ottica di medio termine, incamerando risultati successivi. Li ha già ottenuti, parzialmente, con Netanyahu, che è stato costretto a accettare la piattaforma due stati due popoli, pur tra mille limitazioni, ha rimosso molti dei blocchi stradali in Cisgiordania e ora è costretto a misurarsi con la questione degli insediamenti; li ha ottenuti in termini di sicurezza dai palestinesi, ed ora i due servizi di sicurezza israeliano e palestinese collaborano come mai prima; e sta cercando di ottenerli da alcuni stati arabi, in termini di passi concreti e intermedi in direzione del riconoscimento di Israele. In questa prospettiva, il vertice va considerato come una tappa, certo rilevante, ma non determinante.

Tuttavia, il disagio crescente per il caotico sviluppo dei contatti negoziali delle ultime settimane deve essere stato assai acuto, nel Presidente USA, se ha sentito il bisogno di convocare il vertice per esprimere la sua posizione e la sua determinazione ad andare avanti, ignorando tutti i rifiuti ricevuti dalle parti in causa, e la crescente confusione che si era venuta determinando.

Viene in mente il film di Fellini, “Prova di orchestra”, quando ogni musicista suona per conto suo, finché non arriva il suono del grande gong, e tutto rientra nell’ordine. Anche a New York il gong di Obama ha suonato, ma non è detto che il concerto cominci.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Isarele Palestina USA Obama Mitchell Netanyahu

permalink | inviato da franzmaria il 24/9/2009 alle 21:55 | Versione per la stampa
La seconda occasione di Obama
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 2 settembre 2009


l'editoriale di Janiki Cingoli, dal sito del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Obama si appresterebbe a presentare, in vista della Assemblea Generale dell’ONU di fine settembre, una proposta complessiva di pace per il Medio Oriente. Un primo annuncio è stato dato alcune settimane fa dal ministro della Difesa israeliano Barak, che ha anticipato la richiesta di accogliere il piano. Sulla nuova proposta sono ritornati lo stesso Obama e Mubarak, nella conferenza stampa a conclusione della visita del presidente egiziano a Washington. L’annuncio sarebbe accompagnato da un vertice a tre, con il presidente USA, Netanyahu e Abu Mazen.


Non si sa molto delle caratteristiche del piano. Secondo alcuni potrebbe trattarsi dell’indicazione di un nuovo framework negoziale, con il ribadito richiamo alla Road Map,  l’indicazione del limite di due anni per la conclusione delle trattative, e la rivendicazione di un ruolo più attivo degli USA al tavolo negoziale. Secondo altri, si indicherebbero anche alcune essenziali linee guida sui contenuti, dando priorità alla definizione dei confini dei due stati, rispetto alla questione dei rifugiati e quella di Gerusalemme (malgrado la stretta interconnessione tra questi diversi problemi): ciò consentirebbe di svelenire la stessa questione degli insediamenti, una volta deciso quali tra essi sono destinati a restare israeliani. La proposta includerebbe in una fase successiva anche i contenziosi siriano e libanese, in modo da dare un assetto stabile a tutta la regione.

Il presidente USA, sicuramente, non parte da zero, e ha a disposizione un materiale abbondante e approfondito, dai “parametri” presentati nel 2000 da Clinton, al termine del negoziato di Camp David II, al verbale redatto da Moratinos a Taba, all’inizio del 2001, alla stessa proposta informale del Piano di Pace di Ginevra, del dicembre 2003, che fu appoggiata anche da Rahm Emmanuel, l’attuale Capo di Gabinetto di Obama.

Può interessare sapere che gli annessi particolareggiati di tale piano, i cosiddetti “Annex X”, che non erano stati completati, sono stati perfezionati nel dicembre 2008 a Torino, in un Seminario organizzato dal CIPMO (insieme ai Comitati di Ginevra israeliano e palestinese e al Ministero degli Esteri svizzero), e ora sono andati a integrare la documentazione a disposizione dello Staff presidenziale.

La presentazione del nuovo piano marcherà dunque un salto di qualità nella iniziativa USA, definendo le linee guida della pace possibile, a cui sarà difficile per ognuno delle parti in conflitto opporsi. Se ne sentiva il bisogno.

L’iniziativa mediorientale di Obama, annunciata con grande impatto nel suo discorso de Il Cairo, pare infatti essersi un po’ arenata. Malgrado le grandi attese suscitate soprattutto nel mondo arabo, i risultati sono ancora scarsi: il presidente USA, come sintetizza efficacemente Aluf Benn sul quotidiano israeliano Ha’aretz, si è trovato di fronte tre no: quello israeliano di congelare gli insediamenti, quello palestinese di riprendere il negoziato senza tale congelamento, quello arabo di intraprendere passi concreti in direzione del riconoscimento di Israele, per creare un clima propizio al negoziato.

Lo stesso giornalista ha d’altronde criticato la mancanza di una iniziativa di Obama in grado di parlare alla popolazione israeliana, parallela a quella presa verso il mondo arabo: la stessa sua visita al campo di sterminio di Buchenwald, effettuata il giorno dopo il discorso de Il Cairo, è sembrata più rivolta alla minoranza ebraica americana che alla società israeliana, che non ha visto in essa un gesto di riconoscimento delle ragioni fondative di Israele e dello stesso movimento nazionale ebraico, il sionismo. Ciò ha consentito uno spazio di manovra più ampio a Netanyahu, che nel suo braccio di ferro con gli Usa ha fatto perno su questo diffuso sentimento popolare: secondo l’ultimo sondaggio, solo il 12% della opinione pubblica del paese ritiene che il presidente USA sostenga gli interessi di Israele.

L’analisi del giornalista israeliano risulta in realtà un po’ sommaria, perché in questi mesi dei risultati importanti sono stati raggiunti: Netanyahu, nel suo discorso di risposta alle proposte del presidente USA, tenuto a Bar Ilan, ha finito per riconoscere il principio dei due stati per i due popoli, accettando l’idea di uno Stato palestinese purché esso sia demilitarizzato, Gerusalemme resti indivisa sotto sovranità israeliana, e palestinesi e arabi riconoscano Israele in quanto Stato ebraico. Condizioni ardue, certo, ma che non attenuano l’importanza del passo compiuto, che ha posto il leader israeliano al centro dello scenario politico e del consenso dell’opinione pubblica del suo paese. D’altro canto, il governo israeliano ha adottato significative misure per facilitare la circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, rimuovendo molti dei blocchi stradali installati in questi anni dopo l’esplodere della seconda intifada.

Sulla questione del blocco degli insediamenti, l’inviato speciale USA, Mitchell, si è impegnato in un defatigante negoziato con gli israeliani, in particolare con il ministro della difesa Barak, che in questa fase si è proposto come principale interlocutore degli americani, sostituendosi di fatto all’impresentabile ministro degli Esteri Lieberman.

Al centro della trattativa, che dovrebbe essere finalizzato in queste settimane, la proposta di un congelamento a tempo delle costruzioni (si parla di 9 mesi), che non dovrebbe però riguardare le circa 2500 unità abitative già appaltate. Anche su Gerusalemme Est, resterebbe per Israele un margine di ambiguità e di manovra, anche se gli USA si riserverebbero libertà di critica. Per parte sua, il governo ha fatto trapelare la notizia del blocco dei nuovi relativi appalti pubblici , inclusi quelli riguardanti Gerusalemme Est, che però in realtà coprono meno della metà delle iniziative edilizie nelle colonie, in larga misura private. Esso si sarebbe inoltre impegnato a evitare altre iniziative provocatorie, quale la demolizione di abitazioni abusive o l’espulsione di famiglie palestinesi. Rispetto agli avamposti non autorizzati, Barak ancora una volta si è impegnato alla loro rimozione entro pochi mesi, anche se i coloni continuano a crearne dei nuovi.

Quanto ai palestinesi, Abu Mazen è uscito molto rafforzato dalla Conferenza di Al Fatah, la prima dopo venti anni, gestendo con equilibrio il processo di rinnovamento dell’organizzazione, eliminando la parte più impresentabile e sgangherata della vecchia guardia, e aprendo qualche spazio alla nuova guardia, capeggiata dal leader della seconda intifada, Marwan Barghouti, oggi detenuto nelle carceri israeliane, che si è classificato terzo nell’elezione del nuovo Comitato Centrale.

Il presidente dell’ANP ha retto la sfida di Hamas, che ha bloccato l’afflusso dei delegati provenienti da Gaza (a differenza di Israele che salvo rare eccezioni ha consentito l’ingresso ai delegati provenienti dall’estero, anche se coinvolti in atti di terrorismo), e ha fatto approvare un documento politico che rilancia in pieno la scelta negoziale, pur con qualche concessione verbale ai settori più militanti. Egli potrà, quindi, presentarsi al prossimo vertice come un interlocutore più credibile e munito di un ampio mandato politico, se non elettorale.

Infine, per quanto riguarda il mondo arabo, questo resta in generale attestato sulla linea del suo Piano di pace approvato a Beirut nel 2002, su iniziativa saudita, che condiziona il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli Stati arabi alla restituzione dei territori arabi occupati nel ’67 e alla creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, insieme ad una soluzione “giusta e concordata” del problema dei rifugiati.

Tuttavia, Oman e Qatar (e probabilmente anche Tunisia e Marocco) avrebbero fatto sapere di essere disposti a accettare la riapertura degli uffici commerciali israeliani, chiusi all’esplodere della seconda intifada, se gli insediamenti vengono bloccati e il negoziato riparte. Resta invece ancora incerta la accettazione della richiesta USA di aprire lo spazio aereo e gli aeroporti arabi agli aerei di Israele, e di erogare visti turistici e di affari ai suoi cittadini.

I più riservati restano proprio gli autori del Piano arabo, i sauditi, probabilmente preoccupati per le aperture statunitensi all’Iran e che hanno la sensazione di essere tenuti ai margini dalla iniziativa del presidente USA, che ha fatto perno su Egitto e Turchia. L’Arabia Saudita si sarebbe comunque impegnata a erogare alcune centinaia di milioni di dollari al Governo palestinese di Ramallah.

Queste reciproche “confidence building measures”, per quanto parziali, sarebbero ugualmente annunciate in occasione del prossimo vertice di fine settembre.

Resta tuttavia l’impressione che l’iniziativa statunitense si sia dispersa in mille particolari, tralasciando il perno centrale, che resta il contenuto della pace possibile: la realtà, è che se non si conosce, almeno nelle grandi linee, dove si vuole arrivare, ognuno resta acquattato sulle sue posizioni, senza voler cedere anzitempo le carte che ritiene di avere in mano. Per questo il carattere della nuova proposta di Obama appare essenziale per rimettere in movimento la situazione. Essa deve essere attentamente calibrata e mirata, per non risultare ancora una volta un semplice annuncio di intenzioni, con il rischio di cadere nelle sabbie mobili di cui il Medio Oriente è disseminato.

Sullo sfondo, essenziali restano le grandi manovre sul nucleare iraniano, dopo il sanguinoso esito delle elezioni presidenziali in quel paese, con il pesante corollario delle susseguenti repressioni: si preannuncia un indurimento delle posizioni americane ed europee, che potrebbe facilitare, sull’altro versante, una maggiore flessibilità israeliana.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Medio Oriente Obama

permalink | inviato da franzmaria il 2/9/2009 alle 22:8 | Versione per la stampa
Gaza, il puzzle del negoziato
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 11 gennaio 2009


di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente (08-01-2009)

Nella sua prima dichiarazione Obama ha espresso profonda preoccupazione per le vittime civili a Gaza e in Israele. Essa costituisce un campanello d’allarme che Israele non può trascurare, nel giorno in cui si devono contare oltre quaranta vittime palestinesi nella scuola Onu nel campo profughi di Jabaliya. Il nuovo presidente ha inoltre preannunciato un serrato impegno della sua amministrazione sulla questione mediorientale, subito dopo il suo insediamento del prossimo 20 gennaio.

Il rinvio della terza fase offensiva
L’offensiva israeliana sta attraversando un’ulteriore momento di transizione nel quale gli obbiettivi che potevano essere perseguiti nelle prime due fasi, con l’attacco aereo e la prima invasione di terra, sono stati sostanzialmente esauriti. Cresce intanto il numero delle perdite israeliane, ed in misura assai più forte di quelle palestinesi che hanno oramai oltrepassato le 700. Il Gabinetto ristretto israeliano, pur ratificandola in via di principio, ha peraltro deciso di rinviare la terza fase dell’offensiva (che punterebbe sulle zone più popolate, a partire dalla Città di Gaza e dai campi profughi più popolati) di fronte allo sviluppo delle diverse iniziative internazionali volte ad ottenere una cessazione delle ostilità. Si tratta di diverse iniziative parallele della Ue, della Francia, della Turchia, dell’Egitto (insieme ad altri paesi arabi) spesso concomitanti e talora in aperta concorrenza tra loro.

La proposta franco-egiziana
Tuttavia l’iniziativa europea, mal guidata dalla nuova presidenza cecoslovacca considerata troppo filo-israeliana, è presto evaporata e ora l’attenzione pare concentrarsi sempre più su una proposta avanzata congiuntamente da Mubarak e Sarkozy a Sharm al-Sheikh. Lo stesso Olmert ha annunciato attraverso il suo portavoce di guardare ad essa con attenzione. La proposta è stata sostenuta anche da Condoleeza Rice (che ha richiesto un cessate il fuoco che duri, che porti reale sicurezza e che sia sostenibile) e da un sempre più appannato Abu Mazen, nei loro interventi al Consiglio di Sicurezza. La proposta contemplerebbe un immediato cessate il fuoco (non è chiaro se sulle attuali linee di fuoco) e l’avvio di un negoziato, della durata di due-tre mesi, sui problemi di lungo termine relativi sia alla questione della sicurezza sul confine egiziano, sia alla cessazione del blocco israeliano nella striscia.
In realtà la proposta si dirama attraverso canali paralleli di contatto e di contrattazione in corso.
Uno, che coinvolge egiziani, francesi e Usa, è volto a discutere l’ipotesi del dislocamento di ingegneri militari statunitensi sulla parte egiziana del confine per controllare e impedire il rifornimento di armi ad Hamas attraverso i tunnel (ma anche via mare, secondo una proposta francese, attraverso la creazione di una specifica forza navale).
Questi ingegneri non assumerebbero la veste di una forza internazionale per non ledere la sovranità egiziana, ma quella di esperti chiamati come consulenti, su iniziativa dello stesso Governo del Cairo e al suo servizio.

Sull’altro versante si sviluppa l’iniziativa congiunta franco-egiziana volta a premere su Hamas perché accetti il cessate il fuoco: mentre una missione di rappresentanti della organizzazione islamica si è recata al Cairo per incontrare il responsabile della intelligence Omar Suleiman, che li ha informati sui contenuti della proposta e sulle pesanti conseguenze di un loro eventuale rifiuto, Sarkozy nella sua tappa a Damasco ha chiesto al presidente Assad di esercitare la sua influenza su Hamas, per convincerlo a porre termine agli attacchi contro il Sud di Israele e ad accettare il cessate il fuoco. In questa fase Hamas sconta l’ostilità egiziana e degli altri regimi arabi moderati, che non vogliono che la crisi si concluda con un ulteriore rafforzamento dell’organizzazione islamica.

La Turchia come “cerniera”
Parallelamente ha preso consistenza l’iniziativa della Turchia (il cui governo ha mantenuto contatti ufficiali con Hamas dopo la passata vittoria nelle elezioni legislative), che ha avanzato in queste settimane critiche estremamente dure contro l’offensiva israeliana, malgrado i consolidati rapporti di cooperazione con il Governo di Gerusalemme, che le hanno consentito di sviluppare un importante ruolo di mediazione nei recenti negoziati indiretti tra Israele e Siria. La Turchia continua a sviluppare con grande determinazione il suo nuovo ruolo di potenza regionale, proponendosi come una cerniera di contatto tra occidente e mondo islamico, e pare essere destinata a svolgere un ruolo centrale nella costituzione della nuova forza internazionale che dovrebbe essere costituita per garantire la riapertura dei valichi di frontiera a Gaza.

Israele preferirebbe procedere per accordi paralleli
Per parte sua Israele preferirebbe evitare un nuovo negoziato indiretto con Hamas, procedendo attraverso accordi paralleli: sul traffico d’armi, con l’Egitto e con un coinvolgimento degli Stati Uniti; sulla riapertura delle frontiere a Gaza, riesumando il vecchio accordo del 2005 sul valico di Rafah, che coinvolgeva l’Autorità Palestinese, l’Egitto e l’UE; mente per il cessate il fuoco Israele pensa a un accordo da raggiungere in sede di Consiglio di Sicurezza con il coinvolgimento degli Usa, della Francia e degli Stati arabi moderati, che gli lasci aperta la possibilità di reagire ad ogni violazione di Hamas.
Ma non è detto che questo approccio, teso a bypassare completamente l’organizzazione islamica, sia effettivamente realistico e realizzabile.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Israele ANP Hamas Gaza Francia Egitto Turchia USA Obama

permalink | inviato da franzmaria il 11/1/2009 alle 23:24 | Versione per la stampa
Obama e Clinton alla prova del mondo
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


Segnalo dal sito di LIMES:

Con la nomina di Hillary Clinton a segretario di Stato, del gen. James Jones a consigliere per la Sicurezza, e la conferma di Robert Gates al Pentagono è completa la squadra che gestirà la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni, sotto la direzione del presidente Obama.
Nelle quattro videocarte di Limes le principali sfide di politica internazionale (e non solo) di fronte a Obama e la sua squadra.

Obama, il presidente alla prova del mondo
Usa-Cina, e la partita del debito
Usa - Iran, diavolo o acqua santa?
EuRussia, l'incubo di Obama


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. USA Obama Clinton Cina Iran EU Russia

permalink | inviato da franzmaria il 1/12/2008 alle 23:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Tra Stati Uniti e Russia rischia di più l’Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 25 novembre 2008


di Carlo Jean, da Il Messaggero del 25 novembre 2008, pag. 1 (testo tratto dal sito dei Radicali)

L’elezione di Barack Obama continua a suscitare grandi aspettative. Non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Anche negli Usa il suo consenso si è accresciuto. Dal 52% di elettori che lo hanno votato, si è passati al 70% che esprimono un parere favorevole su di lui. Avrà un Congresso ed un Senato a maggioranza democratica. Le prime sue mosse sembrano indicare due possibilità. La prima è che si senta meno sicuro di quanto appaia. Lo indicano la scelta di Hillary Clinton come Segretario di Stato ed il suo intendimento di nominare esponenti al Partito Repubblicano ad importanti cariche, quale quella di Segretario della Difesa. Da un lato, tale decisione è rischiosa. Potrebbero essere “vipere”, capaci di giocargli qualche brutto scherzo. Dall’altro lato, tale scelta potrebbe portargli voti bipartisan. Potrebbe averne bisogno. La situazione che eredita è pesante sotto il profilo sia economico che politico-strategico. La sua priorità sarà senza dubbio l’economia. È troppo presto per sapere quale sarà il suo piano per uscire dalla crisi. A quanto si sa, sarà un mix del tradizionale approccio repubblicano di taglio delle tasse e di quello democratico di aumento della spesa pubblica per sostenere l’occupazione, non solo con grandi lavori infrastrutturali, ma anche sovvenzionando industrie come quelle automobilistiche, ad alta intensità di manodopera. Esse, secondo taluni economisti, dovrebbero essere lasciate fallire e trasferite ai Paesi emergenti, dove la forza lavoro costa meno. I fondi dovrebbero essere concentrati sui settori ad alta tecnologia, cioè gli unici che, finita la crisi, potrebbero assicurare la supremazia americana nel mondo.

A parte l’economia, Barack dovrà affrontare gravi problemi di politica estera. Non solo l’Iraq e l’Afghanistan. Ma anche l’incertezza sulla stabilità del Pakistan, la proliferazione in Iran, i rapporti con l’Europa, con la Russia, con la Cina, il futuro della Nato, della difesa antimissili, ed altri ancora. All’Italia interessano soprattutto i rapporti degli Usa con l’Europa e quelli con la Russia.

In Europa, è caduto il vezzo di affermare che gli Usa sono in declino, ma di aspettare che sia il nuovo presidente ad affermare la sua leadership ed a decidere l’agenda di che cosa fare. Giustamente, il Consiglio Europeo ha deciso di non attendere che Obama dica che cosa vuole dall’Europa. Ma di anticipare i tempi, prospettando ad Obama non solo quello che l’Europa vuole, ma anche quanto può dare o non dare agli Usa. È una decisione saggia. Dire di no alle richieste Usa, tradirebbe le aspettative di Obama. Lo metterebbe in difficoltà di fronte al Congresso. Sarebbe controproducente. Potrebbe essere disastroso. I capi dei governi europei hanno perciò deciso di inviare una lettera ad Obama. Essa non conterrà solo affermazioni generiche ed auspici. Non sarà centrata sulla crisi finanziaria né sul secondo Bretton Woods. Parlerà di Medio Oriente, Afghanistan, Russia e Nato, precisando quanto gli europei possono e non possono dare. La redazione della lettera sarà difficile. L’Ue non solo è debole, ma anche divisa. Non vi sono molte forze militari aggiuntive per sostenere il surge americano in Afghanistan. Con la crisi economica, nessun governo europeo è disponibile ad aumentare in modo massiccio gli stanziamenti per l’Afghanistan o per il rafforzamento della Nato, che Obama vorrebbe allargare all’Ucraina e alla Georgia. In aprile prossimo, si terrà un Summit Nato a Strasburgo, in occasione dei sessant’anni dell’Alleanza. Per Obama sarà il primo viaggio da presidente in Europa. Allora i nodi verranno al pettine. È incerto se la sua visita alle capitali europee avrà successo come quella pre-elettorale del settembre scorso. Come ha messo in evidenza Marta Dassù sul Financial Times del 20 novembre scorso, il peso dell’Europa dipenderà dalla sua unione. Per ora non si può dire che esista. Troppi parlano a nome dell’Europa. Il successo in Georgia è stato più di Sarkozy che dell’Ue. Obama potrebbe essere costretto a scegliere fra la “nuova” Europa preferita da Bush e la “vecchia” Europa. Deciderà anche alle spalle degli europei a seconda dei rapporti che avrà con Mosca.

L’Europa non è riuscita a decidere quale politica adottare nei confronti di una Russia, tornata ad essere assertiva e che pretende l’esclusività sul suo “estero vicino”. L’Europa vorrebbe invece su tale area un partenariato strategico, in cui la “politica di vicinato” europea possa convivere con gli interessi russi. Obama dovrà tener conto dell’inevitabilità di una certa ambiguità europea. L’Europa dipende troppo dal gas russo. Il suo sogno sarebbe quello di un’intesa a tre. Rischia però di essere esclusa dai negoziati fra Washington e Mosca, a meno che non si accordi su di una politica comune. Se non le riuscisse a definirla, potrebbero esservi gravi conseguenze. Si indebolirebbe non solo la Nato, ma la stessa Ue. In Europa si dovrebbe formare un “nucleo duro”. Più probabilmente ciascuno cercherà di accordarsi sottobanco con gli Usa. L’entusiasmo europeo su Obama evaporerà. L’incapacità europea di essere partner rispettabile degli Usa annullerà la possibilità di una rinnovata intesa transatlantica, da cui dipende la possibilità europea di contare nel mondo. L’Europa potrebbe allora uscire dalla storia.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Obama Stati Uniti Russia Europa Sarkozy gas NATO UE

permalink | inviato da franzmaria il 25/11/2008 alle 23:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mr. President e il mondo
post pubblicato in Idee, il 4 novembre 2008


La Stampa, 4/11/2008 BORIS BIANCHERI
 
In ogni parte del mondo, dall’Asia all’America Latina, dall’Africa all’Europa, non c’è chi non trattenga il fiato in attesa del risultato delle elezioni presidenziali americane. Nel 2000 fu decisivo un migliaio di voti in Florida per dare a Bush la vittoria su Gore. Anche questa volta, quali che siano i sondaggi a livello nazionale, non è impossibile che sia il risultato magari di uno solo dei 50 Stati americani a determinare, nel complesso meccanismo elettorale, la vittoria dell’uno o dell’altro dei candidati.

Se queste elezioni si svolgessero nel mondo intero, Obama sarebbe già praticamente eletto. In Europa, i sondaggi Gallup lo danno preferito con larghissimo margine, con punte particolarmente elevate in Germania e in Italia. Giocano in questa scelta i fattori più diversi: l’antipatia per Bush, il carisma personale di Obama, l’avversione alla guerra in Iraq, la trasposizione in chiave americana dei paradigmi ideologici e politici europei, il mito della fine dei pregiudizi razziali (anche se un’inchiesta fatta in Germania rivela che quasi nessuno dei tedeschi che vorrebbe Obama presidente in America sarebbe pronto a scegliere un Cancelliere di colore in casa propria) e infine la certezza che la vittoria del candidato democratico sarebbe vantaggiosa per l’Europa, per il legame transatlantico e per una concezione multipolare del mondo.

Tutte queste considerazioni possono essere più o meno condivise ma sono perfettamente legittime. Sull’ultimo punto, tuttavia - cioè che il successo di Obama darebbe luogo a una politica estera americana più vicina alla nostra visione del mondo - credo sia utile introdurre una nota di cautela. Non certo perché io pensi il contrario, e cioè che siano invece McCain e la sua squadra a concepire i rapporti internazionali in modo più vicino ai nostri interessi, ma per una cautela di carattere più generale.

Nessuno dei due candidati è stato particolarmente esplicito su come intende affrontare i vari temi internazionali che sono attualmente sul tappeto: i rapporti euro-americani, il clima, le relazioni con la Russia, l’incognita iraniana, la lotta ai talebani in Afghanistan e in Pakistan, e così via. Semmai, a sbilanciarsi di più, durante le primarie democratiche, era stata Hillary Clinton, che aveva elencato minuziosamente il suo punto di vista sui vari problemi del mondo, ma la cosa, come sappiamo, non le è servita a vincere. McCain e Obama sono stati più vaghi e prudenti, anche perché i singoli temi di politica estera interessano solo marginalmente gli elettori, in America come altrove.

La realtà è che la politica estera, anche se si tratta di una potenza globale come lo sono gli Stati Uniti, non può essere programmata in anticipo se non in termini tanto generali che non significano quasi più nulla. La guerra al terrorismo e l’intervento militare in Iraq non erano nei programmi di Bush più di quanto la guerra del Kosovo lo fosse in quelli di Bill Clinton. Bush, anzi, iniziò il suo mandato concentrandosi su problemi interni e mantenendo, sul piano internazionale, le iniziative dell’amministrazione precedente. Poi giunse l’11 settembre a sconvolgere gli Stati Uniti e il mondo e a dare della guerra al terrorismo un ruolo centrale condiviso da tutti. Ricordate il «siamo tutti americani» di quei momenti? Da lì nacque l’azione militare in Afghanistan e, dal successo di quella, l’operazione Iraq, fallimentare nella gestione della pace ancor più che della guerra.

Un governo può avere un programma di politica fiscale, di politica sanitaria, di espansione dell’economia o di riduzione della spesa pubblica perché sa di poter perseguire i suoi programmi presentando al proprio Parlamento delle leggi che, se approvate, conducono a questi risultati. Non è in suo potere programmare in termini altrettanto precisi la politica estera che è quasi sempre il frutto di una reazione ad avvenimenti estranei alla volontà di chi governa, di cui non si possono scegliere i tempi né, di solito, prevedere tutte le conseguenze, e di fronte ai quali occorre spesso fare scelte di intuito e improvvisazione.

La stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la scomparsa di un universo contro il quale l’America aveva lottato per decenni, colse il mondo di sorpresa e trovò gli Stati Uniti incapaci di contribuire a guidarla. La crisi in Georgia nello scorso agosto ha rischiato, per un eccesso di reazione da parte americana, di sconvolgere i propositi europei di pianificare laboriosamente dei nuovi rapporti con la Russia. Il Presidente degli Stati Uniti ha, in materia di politica estera, una grande autonomia. Il nostro futuro dipenderà più dalle sue doti di carattere che dalla bontà dei suoi programmi, più dal temperamento o dall’equilibrio che dalla forza della ragione, più dal caso che dalla ideologia. Speriamo bene.

Sfoglia marzo        luglio
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv