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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Un mondo senza leadership
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 marzo 2011


 
(...) La coalizione internazionale si è messa nei pasticci da sola. E’ ormai chiaro che i raids militari sono cominciati senza che fossero state chiarite questioni essenziali per la loro riuscita: dalla catena di comando agli obiettivi finali. E siccome la gente è tutt’altro che stupida, il consenso diminuisce. Non è facile restare favorevoli a un’impresa guidata da leaders che sembrano passare il tempo a combattersi politicamente a vicenda, invece di concentrarsi su Gheddafi. Dovremmo forse inventare una parola nuova per definire i governanti delle nazioni occidentali: leaders, persone che guidano - sperabilmente verso una méta sicura e migliore - non sembra la parola più adatta.
 
Nel giorno del dibattito parlamentare italiano, è importante ricordare il punto decisivo: la missione in Libia è stata decisa tardi, è cominciata male ma è interesse del nostro Paese - di tutto, non di una sua parte - che riesca. Non è il momento di fare i conti al nostro interno e non è il momento di fare i conti con la Francia, che ha deciso di bombardare in anticipo, senza coinvolgerci, una nostra fonte energetica primaria. E’ il momento di partecipare, come Italia, a una soluzione che funzioni. Perché saremmo i primi a pagare le conseguenze di un fallimento sui cieli di Libia.
 
(...) La riluttanza degli Stati Uniti ha lasciato spazio alla Francia, che è riuscita a mobilitare la missione internazionale prima dello showdown a Bengasi; ma che sbaglia quando ritiene che sue scelte unilaterali possano essere accettate a scatola chiusa dagli altri.
 
La Francia è una specie di seconda America: l’unica altra potenza democratica a concepire il proprio ruolo nel mondo come una missione universale. Peccato che il resto del mondo non la pensi così. L’alternativa alla leadership americana non può essere la guida nevrotica di Nicolas Sarkozy, dettata almeno in parte da cattivi presagi elettorali. E neanche può essere un accordo franco-inglese, che fra l’altro - anche senza bisogno di tornare a Suez - non è detto che funzioni. Non a caso anche il premier britannico David Cameron ritiene che sia meglio ricorrere alla Nato, che ha il vantaggio di meccanismi di comando integrati e sperimentati.
 
(...) Qual è il nostro interesse sul futuro della Libia? Una volta distrutto uno status quo che ci avvantaggiava (ma in modo illusorio), l’Italia deve avere chiari gli esiti politici da perseguire. Per magra consolazione, la confusione sugli obiettivi finali della missione non è solo nostra: fra una lettura stretta del mandato Onu (la protezione della popolazione civile) e una interpretazione larga dei risultati da raggiungere (la deposizione di Gheddafi), le oscillazioni prevalgono dovunque.
 
L’Italia ha interesse a evitare un esito possibile ma che sarebbe pessimo anche per noi: la spartizione della Libia, con un governo non particolarmente amico in Cirenaica (con le sue fonti energetiche) e uno decisamente nemico in Tripolitania (con i rischi di ritorsione).
 
La Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza sottolinea la difesa dell’integrità della Libia. A differenza di quanto sembra a tratti pensare il premier italiano, la deposizione di Gheddafi è diventata una delle condizioni decisive per preservarla. L’intervento non può proporsi in modo diretto un cambio di regime. Ma sarà riuscito solo se avrà aiutato la popolazione libica a darsi un altro governo.
La Turchia di domani
post pubblicato in Focus Europe, il 11 settembre 2010


(...) Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura.
Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

AmeriCina, appuntamento a novembre
post pubblicato in Focus Oriente, il 12 luglio 2010



La Cina si sta già preparando a pieno regime e l’America senza dubbio sta facendo altrettanto. Infatti nell’agenda politica globale non c’è appuntamento da qui alla fine di novembre più importante.In quel periodo il presidente cinese Hu Jintao comincerà la sua visita in Usa che dovrebbe dare nuovo impulso alle relazioni bilaterali tra le due maggiori potenze attuali America e Cina, comunque si voglia chiamare questo rapporto, G2 o «AmeriCina». Eppure, da qui a novembre, perché la visita sia davvero un successo, i due Paesi dovranno sormontare una serie di problemi complessi. Oggi il rapporto è ostaggio di contorte questioni strategico militari.

Il dialogo bilaterale è bloccato perché Washington vorrebbe parlare senza cambiare nulla; Pechino invece vuole che prima l’America risolva la questione della vendita delle armi a Taiwan e le missioni Usa di sorveglianza/spionaggio intorno alla Cina. (...)

Se Taiwan, abitata da gente di etnia Han, come la maggioranza della Cina, diventa formalmente indipendente, perché dovrebbero rimanere cinesi il Xinjiang o il Tibet, abitati da etnie non Han? Ma se Xinjiang e Tibet diventano indipendenti, Pechino perde metà del suo territorio nazionale. In altre parole, la vendita di armi americane a Taiwan gioca all’interno della politica cinese e taiwanese a favore di forze che vogliono allontanare le parti. D’altro canto l’America è obbligata alla vendita per una legge del congresso. E comunque, se smettesse di vendere armi ciò potrebbe essere visto dall’opinione pubblica Usa come se una timida America consegnasse l’agnello taiwanese al lupo cinese. In passato la vicenda era secondaria, ora è diventata più urgente perché Pechino sta registrando molti passi avanti bilaterali e quindi vorrebbe e assicurare i suoi successi chiudendo il problema delle armi. Inoltre ci sono le missioni di sorveglianza americane sulla Cina. Navi e aerei Usa ne compiono circa un migliaio con vari scopi: rilevazioni di fondali o accertamento delle capacità militar tecnologiche cinesi. 

In queste occasioni ci sono stati degli incidenti, nel 2001 o l’anno scorso, cose che potrebbero sempre accendere conflitti più importanti. Gli Usa vorrebbero stabilire quindi un codice di condotta per le missioni. La Cina si oppone perché un codice di condotta stabilirebbe un rapporto con gli Usa di avversario, da guerra fredda. Poi ciò varrebbe solo per gli Usa, Pechino non è in grado di compiere simili azioni intorno al territorio americano. Infine c’è il problema della vendita di tecnologia duale americana alla Cina, cosa che servirebbe spesso, come col nucleare, anche a ridurre le crescenti emissioni di carbone di Pechino. Qui Washington ha fatto delle concessioni, ma sono minime secondo la Cina che vorrebbe molto di più.

L’America diede e fece dare molte tecnologie a Pechino fino al 1989, ma dopo i fatti di Tiananmen impose un embargo che dura fino ad oggi. Ci vorrebbe un grande patto politico bilaterale per togliere l’embargo, ma a oggi tale patto è complicato anche dal fatto che molti vicini, dal Giappone all’India, si sentono schiacciati dalla crescita cinese. Essi temono che uno spostamento americano verso Pechino possa cambiare definitivamente equilibri politici ed economici in Asia e quindi nel mondo.(...)

La nuova «AmeriCina» mette però in un cono d’ombra l’Europa. Ciò tanto più che l’Usa-Cina deve comprendere i nuovi equilibri dell’Asia Pacifico. Così, anche sul nostro benessere grava un punto di domanda: visto che la visione militare in questo caso viene prima di quella industriale, anche l’economia dell’Europa potrebbe subirne conseguenze. Ciò probabilmente non domani, ma già il dopodomani è in forse.

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permalink | inviato da franzmaria il 12/7/2010 alle 22:21 | Versione per la stampa
E' possibile una via di uscita "progressista" dalla crisi?
post pubblicato in Focus Europe, il 5 luglio 2010


Segnalo l'articolo di Mario Deaglio sulla Stampa di oggi; i grassetti dai pezzi citati sono miei.
 
Toccherebbe alla sinistra rispondere ai quesiti posti da Deaglio, ma sarà molto più facile una risposta apparentemente "reazionaria", almeno in prima battuta: chiusura all'immigrazione, restrizione degli scambi attraverso leggi più o meno protezionistiche, costruite con modelli "accettabili" (leggi: barriera di protezione da concorrenza sleale, accordi di reindustrializzazione sulla falsa riga di Pomigliano, espulsione degli immigrati dal mercato del lavoro e contemporaneo allungamento della vita lavorativa dei cittadini). 
 
Un tentativo di gestire l'impoverimento, tentando di circoscriverlo, in attesa che si possa trovare una soluzione diversa, qualcosa - una guerra? un ribellione sociale di vaste proporzioni? speriamo di no - che "rilegittimi" il deficit spending, dia insomma la scossa politica di cui i decisori abbisognano per poter giustificare anche manovre poco ortodosse in termini di finanza pubblica. Ma questa forse è fantapolitica, per ora.
 
Per il momento dobbiamo continuare a scommettere sulla difficile (impossibile?) congiunzione di riduzione del debito e crescita economica. Sperando che il sistema tenga, che l'euro resista; che alfine i leader politici europei decidano che cosa è un'Europa che deve stare nel mondo e come dire al mondo nuove regole di coabitazione. Anche finanziaria.
 
Se si è forti politicamente, si possono bypassare le resistenze dei mercati, ci si può mettere direttamente a confronto con loro, al limite facendo giocare pesantemente le Banche centrali (un po' di tempo fa ipotizzava qualcosa del genere Luigi Spaventa); ma bisogna avere la fantasia politica di creare qualcosa di nuovo, prima di essere costretti dalla tempesta a improvvisare scialuppe di salvataggio troppo piccole per contenere tutti.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Perché il cattivo umore, la greve atmosfera di scontentezza che traspare dai dati e dai commenti di operatori e analisti finanziari? Non è forse vero che la ripresa è cominciata, che le cose stanno andando meglio, come ripetono un po’ tutti da più di un anno? Per comprendere le ragioni di un simile brusco cambiamento, si può far riferimento, in questo periodo di campionati mondiali, a una metafora calcistica: si prenda il caso di un grandissimo campione, un asso del pallone che ha fatto guadagnare punti, coppe e scudetti alla sua squadra e che, un brutto giorno, si fa seriamente male. La società per la quale gioca consulta i migliori specialisti, lo sottopone a operazioni complicate e a cure molto costose senza badare a spese e anzi indebitandosi seriamente purché il suo beniamino torni in campo e si rimetta a segnare.

Usciti dalla sala operatoria, medici e dirigenti di questa società calcistica fanno dichiarazioni ottimistiche. Tutti dicono che il campione si riprenderà presto, anzi che si sta già riprendendo, tra poco tornerà in campo e i tifosi si apprestano a festeggiare il ritorno del loro beniamino. Ed ecco che il campione esce dall’ospedale. Saluta e sorride, ma poco alla volta la triste verità trapela: invece di correre, il campione riesce a stento a stare in piedi e a correre senza ossigeno proprio non ce la fa. La strada del recupero improvvisamente si prospetta più lunga, più dura, più incerta. E davanti alla società per quale gioca si delinea la prospettiva di un campionato meno brillante e di un bilancio meno solido. I tifosi sono costernati e gli azionisti pensano che si potrebbe anche cambiare, o mettere in minoranza, il presidente.

In luogo di campione sportivo si legga economia americana, al posto di società sportiva si legga Stati Uniti, invece di un campionato di calcio si immagini il «campionato mondiale» della crescita, alle medicine e all’ossigeno si sostituiscano gli incentivi. «Tifosi» sono tutti coloro che investono nelle Borse e «azionisti» sono i vari Paesi del mondo che accettano la supremazia economica e finanziaria degli Stati Uniti e tengono in dollari gran parte delle loro riserve. Una serie di dati recentissimi sulla congiuntura americana, e in particolare sull’occupazione, mostra che la non eccezionale crescita di quel Paese è strettamente legata agli incentivi che il governo americano distribuisce generosamente indebitandosi e che ha utilizzato prima di tutto per salvare le grandi banche (sarebbe stato difficile fare diversamente).

Senza incentivi l’economia perderebbe colpi e ogni speranza di recuperare almeno una parte degli otto milioni di disoccupati creati dalla crisi prima delle elezioni parziali americane del prossimo ottobre, nelle quali la delusione degli elettori potrebbe togliere al partito del presidente Obama il controllo di una o di entrambe le Camere. (...)
 
Gli europei, dal canto loro, hanno di fatto rinunciato a far crescere la loro economia con il debito e appaiono rassegnati alla non crescita oppure a una crescita molto bassa: le manovre dei Paesi dell’euro, concordate sotto la dura pressione dei tedeschi, rallentano ancora lo scarsissimo slancio dell’economia anche se i governi spesso si illudono di riuscire a tagliare la spesa pubblica senza rallentare la domanda privata.

Il resto del mondo, cinesi in testa, comincia a interrogarsi sull’opportunità di continuare a utilizzare il dollaro come principale moneta di riserva. I recenti, giganteschi accordi commerciali conclusi da Pechino con alcuni Paesi sudamericani prevedono scambi non più regolati in dollari mentre l’uso internazionale dello yuan comincia a diffondersi tra i Paesi asiatici fornitori della Cina. Anche per questo sta diventando sempre più difficile salvare i bilanci pubblici e contemporaneamente rilanciare, o anche solo conservare, l’occupazione; l’ora di una difficile scelta sulla priorità tra occupazione e risparmio sembra avvicinarsi rapidamente.
Il mondo ridisegnato dalla crisi
post pubblicato in Idee, il 10 gennaio 2009


di GIAN DOMENICO PICCO, da La Stampa, 10/1/2009 
 
La crisi economico finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti e buona parte del mondo ha già prodotto un cambiamento concreto nella gestione degli affari internazionali. Nei prossimi due o tre anni alcuni Paesi - che oggi si presumono di prima classe - perderanno buona parte del loro peso specifico, non solo in campo economico, mentre altri saliranno dalla serie B alla serie A. Il ruolo più influente a Washington, dopo quello del Presidente, è da sempre affidato al segretario di Stato. In queste settimane s’è visto che non sarà necessariamente così in futuro. Il segretario al Tesoro è già salito al rango di «ministro dei ministri» nel futuro governo del presidente Obama, prima ancora che il suo nome venisse menzionato. Il premier inglese Gordon Brown, per 10 anni ministro delle Finanze di Tony Blair, si è giovato della esperienza finanziaria per gestire il governo. La geoeconomia delimiterà come non mai i confini della geopolitica, che dopo l’11 settembre 2001 non aveva rivali. Qualcuno dirà che è sempre stato così. Certo non in queste proporzioni. Il livello d’interdipendenza e interconnessione del mondo è stato dimostrato dalla velocità del contagio che ha toccato Borse, monete, produzione e consumi nei quattro angoli del globo. La Russia e l’Iran del dicembre 2008, ad esempio, sono due realtà molto diverse rispetto a giugno: la loro immagine economica e finanziaria è profondamente cambiata, riflettendosi su quella più strettamente politica. Questo vale anche per altri Paesi.

Mentre gli esperti suggeriscono di ridisegnare l’architettura internazionale del sistema finanziario, la riunione del Gruppo dei 20 a Washington a novembre ha inevitabilmente attirato una particolare attenzione. Alcuni pensano che il G-8, e ancor più il G-7, non riflettono più la realtà dell’economia mondiale. Le critiche al G-7 ricordano quelle fatte da anni alla composizione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La prova del nove del vero cambiamento verrà nei prossimi due o tre anni - al massimo tra cinque - quando potremo valutare quali paesi emergeranno dalla crisi finanziaria con un peso specifico da serie A, e quali con un peso da serie B. In ogni caso la proposta di allargare il G-7 al G-20, e quella di creare un Consiglio di sicurezza con 25 o 30 membri, invece dei 15 attuali, sono tutti segnali che rivelano l’insufficienza delle strutture che oggi esistono, non, a mio avviso, la soluzione da scegliere.

La crisi metterà allo scoperto non solo le insufficienze strutturali della finanza e dell’economia, ma anche la debolezza di diversi sistemi sociali, la gracilità di gruppi dirigenti, il debole senso dello Stato. Rivelerà in modo impietoso che il progetto nazionale di alcuni Paesi è prossimo al capolinea. Pensare a cambi epocali non è facile. Ma gli stati moderni, che emersero come conseguenza della pace di Wetsfalia dopo la Guerra dei trent’anni nel 1648, e vennero poi consolidati dalle Rivoluzioni americana e francese, hanno cicli vitali di diversa durata. Non escludo che dopo questa crisi economico finanziaria l’Europa in particolare possa veder nascere il primo stato post westfaliano. La globalizzazione - diceva Dominque Moisi - ha iniziato un processo d’indebolimento delle autorità statali, ha alterato il significato di sovranità e di nazionalità, pur incrementando il bisogno d’identità. La percezione che le strutture abbiano una loro vita, indipendentemente dagli individui che le gestiscono, è forse vero per un certo periodo, ma non per sempre. La responsabilità è oggi pesantissima sulle leadership che dovranno gestire i prossimi due o tre anni. La formula «business as usual» non funzionerà. Quanti dei G-8 saranno all’altezza di farne parte fra qualche anno? Per quanto ancora il sistema accetterà che l’Europa vi sia rappresentata con 4 seggi anziché con uno solo? Un Consiglio di sicurezza di 25 o 30 membri sarà più efficace o più debole dell’attuale più ristretto? L’interdipendenza di tutti gli attori sulla scena mondiale è destinata ad aumentare. Ciò richiederà una flessibilità (vedi i gruppi informali di 5 o 6 che già esistono su vari argomenti di crisi) che le istituzioni rigide non offrono. La crisi economica e finanziaria mondiale sarà molto severa, se non inesorabile, con i gruppi dirigenti incapaci di vedere oltre l’immediato, ingannati e cullati dall’illusione che il futuro sia solo la ripetizione del passato.

Il ritorno della pirateria
post pubblicato in Comunità, il 27 novembre 2008


di Natalino Ronzitti, professore ordinario di Diritto Internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali - 27/11/2008 - dal sito AffarInternazionali

La pirateria è un vecchio “crimine di diritto delle genti”, consistente nella depredazione di navi ed equipaggi “per fini privati” da parte di un'altra nave. La pirateria veniva ed è repressa perché mette in pericolo la libertà dei traffici marittimi. Trattandosi di un crimine commesso per “fini privati”, essa si distingue dal terrorismo, che qualifica la commissione di atti di violenza per fini politici. Fino a poco tempo fa, l’attenzione dei commentatori era posta sul terrorismo marittimo, e alla pirateria, che è peraltro disciplinata dal diritto internazionale del mare, venivano dedicate poche righe nella manualistica corrente. Gli incidenti registrati non erano numerosi, per lo più confinati nello Stretto di Malacca o nelle coste adiacenti alla Nigeria.

La situazione è completamente mutata con la guerra civile in Somalia e la mancanza di un apparato statale in grado di attuare un’efficace politica preventiva e repressiva. Secondo un recente briefing del Direttore generale dell’Organizzazione marittima internazionale, sono stati compiuti al largo della Somalia 440 atti di pirateria a partire dal 1984. Di questi, 120 hanno avuto luogo nel 2008. Sono state attaccate e catturate oltre 35 navi, ed un riscatto è stato chiesto per la liberazione di navi ed equipaggi. Attualmente sono nelle mani dei pirati 14 navi e 280 uomini di equipaggio. Si sono verificate anche perdite di vite umane.

Le regole del diritto internazionale del mare, codificate nella Convenzione di Ginevra del 1958 sull’alto mare e nella Convenzione sul diritto del mare del 1982, sono chiare. Ciascuno Stato può fermare e catturare una nave pirata in alto mare. In servizio antipirateria possono operare solo le navi da guerra o le navi contrassegnate e riconoscibili quali mezzi in servizio di Stato e adibite a questo scopo dallo Stato della bandiera. La cattura può avvenire solo in alto mare. Per operare nelle acque territoriali altrui è necessario il consenso dello Stato costiero. Si suppone infatti che questi abbia la capacità di mantenere l’ordine nelle proprie acque. Anzi, la repressione della pirateria è un dovere dello Stato costiero. La nave e il carico catturati dai pirati e liberati dalla nave da guerra in alto mare non diventano proprietà dello Stato che la libera. La regola è espressa nel latinetto “pirata non mutat dominium”, al contrario di quanto avviene nella guerra marittima, dove la nave nemica e il carico possono costituire preda bellica dello Stato cattore. Il principio è chiaro, ma la sua applicazione non lo è, e la norma internazionale lascia una notevole discrezionalità allo Stato che opera la cattura, pur salvaguardando i diritti dei terzi in buona fede. Allo Stato che cattura la nave pirata, spetta il diritto di sequestrarla e di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dell’equipaggio e di disporre dei beni, nella salvaguardia dei diritti dei proprietari.

Come ha reagito la comunità internazionale? In primo luogo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato due risoluzioni - 1816 del 2 giugno 2008 e 1838 del 7 ottobre 2008 - con cui autorizza gli Stati con navi nella zona ad entrare nelle acque territoriali somale. Tra l’altro si tratta di scortare le navi del World Food Program, che portano aiuti umanitari in Somalia. Le risoluzioni sono state adottate all’unanimità, ma la Cina ed altri paesi del terzo mondo hanno precisato che l’ingresso nelle acque somale non costituisce un precedente per modificare le regole del diritto del mare che consentono agli Stati esteri di operare solo in alto mare. È in preparazione una terza risoluzione del Consiglio, che dovrebbe disporre misure più incisive.

Intanto l’Oceano Indiano sta diventando molto affollato. Una flotta Nato, con la missione di scortare i convogli umanitari è presente nella zona, e la missione dovrebbe essere prorogata, nonostante che l’Ue abbia deciso un’azione comune per il dispaccio di una squadra navale, che dovrebbe essere operativa tra qualche giorno. L’Italia, che fa parte dell’operazione Nato, dovrebbe far parte pure di quella Ue. Tra l’altro sembra che le regole d’ingaggio Ue siano più incisive di quelle Nato.

Nell’Oceano indiano si trovano anche Cina e Russia. L’India non è andata tanto per il sottile, aprendo il fuoco contro una supposta nave pirata (altre fonti dicono che si è trattato di un errore poiché è stato affondato un peschereccio!). Gli Usa sono presenti con la Combined Task Force (Ctf) 150, che, oltre a svolgere missione antiterrorismo, svolge anche missione antipirateria. Anche il Pakistan ne fa parte.

Si ha l’impressione, però, che manchi un coordinamento. Le numerose “iniziative” lanciate dagli Stati Uniti, tipo la Proliferation Security Initiative (Psi) che comporta il fermo di navi estere in alto mare con il consenso della bandiera, potrebbero servire da modello per un’iniziativa congiunta contro la pirateria, che non può essere affidata alle sole Nazioni Unite. Ad esempio, nell’impossibilità di stabilizzare la situazione a terra, si potrebbe prevedere la chiusura delle coste somale, con una sorta di blocco alla rovescia (si può entrare, ma non uscire).

Le regole del diritto del mare già consentono di prendere misure incisive, compreso l’uso della forza, quando la nave sospetta di darsi alla pirateria non risponda all’alt che le viene intimato e risultano vani i tentativi di arrestarla. Quanto alla giurisdizione penale, essa può essere esercitata, come si è detto, dalla nave che procede alla cattura e la Francia lo ha già fatto con la cattura di 12 pirati, responsabili dell'abbordaggio di un panfilo francese, arrestati e trasportati in Francia. Altra possibilità è quella di consegnare i pirati catturati ad uno Stato della regione, ma qui sorgono altri problemi, tra cui quello di una giustizia conforme ai diritti dell’uomo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Codice della Navigazione contiene disposizioni (artt. 1135-1136) per l’esercizio della giurisdizione penale e la conseguente irrogazione delle pene. È allo studio un decreto-legge a completamento delle disposizioni del Codice, specialmente per quanto riguarda la convalida dell’arresto.

Intanto gli “utenti” del mare sono preoccupati. I noli sono aumentati e i premi assicurativi anche. Le compagnie di navigazione preferiscono spesso pagare un riscatto per liberare la nave e non si vede come questa prassi possa essere fermata. Danneggiate sono anche le navi dedite alla pesca d’altura, in particolare quelle impiegate nella cattura dei tonni.

È ammissibile l’impiego di compagnie militari private? I “contractors” americani si sono già fatti avanti, ma le compagnie di navigazione non vedono con favore uno sviluppo del genere. Tra l’altro l’impiego di “contractors” solleva delicati problemi giuridici. Se una nave commerciale, con a bordo una compagnia di “contractors”, viene attaccata dai pirati, essa potrà reagire in legittima difesa e, secondo alcuni, potrebbe addirittura procedere alla cattura della nave pirata. Ma può una compagnia di “contractors” armare una nave per condurre la lotta alla pirateria? Le regole del diritto del mare prescrivono che la cattura possa essere operata solo da navi da guerra o navi in servizio di Stato adibite a questo scopo, ma nella seconda categoria difficilmente possono essere ricomprese le navi dei “contractors”.

Com’è facilmente intuibile i problemi non sono di poco conto. È pertanto necessaria una nuova “Iniziativa”, facente capo ad una coalizione di potenze marittime. Invece di redigere una convenzione, impresa non facile, sarebbe auspicabile l’adozione di uno Statement of Principles, contenente una serie di regole, non in contrasto, ma a sviluppo delle attuali norme di diritto internazionale del mare. Ove necessario, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza potrebbero conferire portata obbligatoria alle regole contenute nello Statement. In altri termini, l’Iniziativa, lungi dall’essere antagonista alle Nazioni Unite, dovrebbe avere natura complementare: Iniziativa e Nazioni Unite sarebbero mutually reinforcing. 

Tra Stati Uniti e Russia rischia di più l’Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 25 novembre 2008


di Carlo Jean, da Il Messaggero del 25 novembre 2008, pag. 1 (testo tratto dal sito dei Radicali)

L’elezione di Barack Obama continua a suscitare grandi aspettative. Non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Anche negli Usa il suo consenso si è accresciuto. Dal 52% di elettori che lo hanno votato, si è passati al 70% che esprimono un parere favorevole su di lui. Avrà un Congresso ed un Senato a maggioranza democratica. Le prime sue mosse sembrano indicare due possibilità. La prima è che si senta meno sicuro di quanto appaia. Lo indicano la scelta di Hillary Clinton come Segretario di Stato ed il suo intendimento di nominare esponenti al Partito Repubblicano ad importanti cariche, quale quella di Segretario della Difesa. Da un lato, tale decisione è rischiosa. Potrebbero essere “vipere”, capaci di giocargli qualche brutto scherzo. Dall’altro lato, tale scelta potrebbe portargli voti bipartisan. Potrebbe averne bisogno. La situazione che eredita è pesante sotto il profilo sia economico che politico-strategico. La sua priorità sarà senza dubbio l’economia. È troppo presto per sapere quale sarà il suo piano per uscire dalla crisi. A quanto si sa, sarà un mix del tradizionale approccio repubblicano di taglio delle tasse e di quello democratico di aumento della spesa pubblica per sostenere l’occupazione, non solo con grandi lavori infrastrutturali, ma anche sovvenzionando industrie come quelle automobilistiche, ad alta intensità di manodopera. Esse, secondo taluni economisti, dovrebbero essere lasciate fallire e trasferite ai Paesi emergenti, dove la forza lavoro costa meno. I fondi dovrebbero essere concentrati sui settori ad alta tecnologia, cioè gli unici che, finita la crisi, potrebbero assicurare la supremazia americana nel mondo.

A parte l’economia, Barack dovrà affrontare gravi problemi di politica estera. Non solo l’Iraq e l’Afghanistan. Ma anche l’incertezza sulla stabilità del Pakistan, la proliferazione in Iran, i rapporti con l’Europa, con la Russia, con la Cina, il futuro della Nato, della difesa antimissili, ed altri ancora. All’Italia interessano soprattutto i rapporti degli Usa con l’Europa e quelli con la Russia.

In Europa, è caduto il vezzo di affermare che gli Usa sono in declino, ma di aspettare che sia il nuovo presidente ad affermare la sua leadership ed a decidere l’agenda di che cosa fare. Giustamente, il Consiglio Europeo ha deciso di non attendere che Obama dica che cosa vuole dall’Europa. Ma di anticipare i tempi, prospettando ad Obama non solo quello che l’Europa vuole, ma anche quanto può dare o non dare agli Usa. È una decisione saggia. Dire di no alle richieste Usa, tradirebbe le aspettative di Obama. Lo metterebbe in difficoltà di fronte al Congresso. Sarebbe controproducente. Potrebbe essere disastroso. I capi dei governi europei hanno perciò deciso di inviare una lettera ad Obama. Essa non conterrà solo affermazioni generiche ed auspici. Non sarà centrata sulla crisi finanziaria né sul secondo Bretton Woods. Parlerà di Medio Oriente, Afghanistan, Russia e Nato, precisando quanto gli europei possono e non possono dare. La redazione della lettera sarà difficile. L’Ue non solo è debole, ma anche divisa. Non vi sono molte forze militari aggiuntive per sostenere il surge americano in Afghanistan. Con la crisi economica, nessun governo europeo è disponibile ad aumentare in modo massiccio gli stanziamenti per l’Afghanistan o per il rafforzamento della Nato, che Obama vorrebbe allargare all’Ucraina e alla Georgia. In aprile prossimo, si terrà un Summit Nato a Strasburgo, in occasione dei sessant’anni dell’Alleanza. Per Obama sarà il primo viaggio da presidente in Europa. Allora i nodi verranno al pettine. È incerto se la sua visita alle capitali europee avrà successo come quella pre-elettorale del settembre scorso. Come ha messo in evidenza Marta Dassù sul Financial Times del 20 novembre scorso, il peso dell’Europa dipenderà dalla sua unione. Per ora non si può dire che esista. Troppi parlano a nome dell’Europa. Il successo in Georgia è stato più di Sarkozy che dell’Ue. Obama potrebbe essere costretto a scegliere fra la “nuova” Europa preferita da Bush e la “vecchia” Europa. Deciderà anche alle spalle degli europei a seconda dei rapporti che avrà con Mosca.

L’Europa non è riuscita a decidere quale politica adottare nei confronti di una Russia, tornata ad essere assertiva e che pretende l’esclusività sul suo “estero vicino”. L’Europa vorrebbe invece su tale area un partenariato strategico, in cui la “politica di vicinato” europea possa convivere con gli interessi russi. Obama dovrà tener conto dell’inevitabilità di una certa ambiguità europea. L’Europa dipende troppo dal gas russo. Il suo sogno sarebbe quello di un’intesa a tre. Rischia però di essere esclusa dai negoziati fra Washington e Mosca, a meno che non si accordi su di una politica comune. Se non le riuscisse a definirla, potrebbero esservi gravi conseguenze. Si indebolirebbe non solo la Nato, ma la stessa Ue. In Europa si dovrebbe formare un “nucleo duro”. Più probabilmente ciascuno cercherà di accordarsi sottobanco con gli Usa. L’entusiasmo europeo su Obama evaporerà. L’incapacità europea di essere partner rispettabile degli Usa annullerà la possibilità di una rinnovata intesa transatlantica, da cui dipende la possibilità europea di contare nel mondo. L’Europa potrebbe allora uscire dalla storia.


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permalink | inviato da franzmaria il 25/11/2008 alle 23:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mr. President e il mondo
post pubblicato in Idee, il 4 novembre 2008


La Stampa, 4/11/2008 BORIS BIANCHERI
 
In ogni parte del mondo, dall’Asia all’America Latina, dall’Africa all’Europa, non c’è chi non trattenga il fiato in attesa del risultato delle elezioni presidenziali americane. Nel 2000 fu decisivo un migliaio di voti in Florida per dare a Bush la vittoria su Gore. Anche questa volta, quali che siano i sondaggi a livello nazionale, non è impossibile che sia il risultato magari di uno solo dei 50 Stati americani a determinare, nel complesso meccanismo elettorale, la vittoria dell’uno o dell’altro dei candidati.

Se queste elezioni si svolgessero nel mondo intero, Obama sarebbe già praticamente eletto. In Europa, i sondaggi Gallup lo danno preferito con larghissimo margine, con punte particolarmente elevate in Germania e in Italia. Giocano in questa scelta i fattori più diversi: l’antipatia per Bush, il carisma personale di Obama, l’avversione alla guerra in Iraq, la trasposizione in chiave americana dei paradigmi ideologici e politici europei, il mito della fine dei pregiudizi razziali (anche se un’inchiesta fatta in Germania rivela che quasi nessuno dei tedeschi che vorrebbe Obama presidente in America sarebbe pronto a scegliere un Cancelliere di colore in casa propria) e infine la certezza che la vittoria del candidato democratico sarebbe vantaggiosa per l’Europa, per il legame transatlantico e per una concezione multipolare del mondo.

Tutte queste considerazioni possono essere più o meno condivise ma sono perfettamente legittime. Sull’ultimo punto, tuttavia - cioè che il successo di Obama darebbe luogo a una politica estera americana più vicina alla nostra visione del mondo - credo sia utile introdurre una nota di cautela. Non certo perché io pensi il contrario, e cioè che siano invece McCain e la sua squadra a concepire i rapporti internazionali in modo più vicino ai nostri interessi, ma per una cautela di carattere più generale.

Nessuno dei due candidati è stato particolarmente esplicito su come intende affrontare i vari temi internazionali che sono attualmente sul tappeto: i rapporti euro-americani, il clima, le relazioni con la Russia, l’incognita iraniana, la lotta ai talebani in Afghanistan e in Pakistan, e così via. Semmai, a sbilanciarsi di più, durante le primarie democratiche, era stata Hillary Clinton, che aveva elencato minuziosamente il suo punto di vista sui vari problemi del mondo, ma la cosa, come sappiamo, non le è servita a vincere. McCain e Obama sono stati più vaghi e prudenti, anche perché i singoli temi di politica estera interessano solo marginalmente gli elettori, in America come altrove.

La realtà è che la politica estera, anche se si tratta di una potenza globale come lo sono gli Stati Uniti, non può essere programmata in anticipo se non in termini tanto generali che non significano quasi più nulla. La guerra al terrorismo e l’intervento militare in Iraq non erano nei programmi di Bush più di quanto la guerra del Kosovo lo fosse in quelli di Bill Clinton. Bush, anzi, iniziò il suo mandato concentrandosi su problemi interni e mantenendo, sul piano internazionale, le iniziative dell’amministrazione precedente. Poi giunse l’11 settembre a sconvolgere gli Stati Uniti e il mondo e a dare della guerra al terrorismo un ruolo centrale condiviso da tutti. Ricordate il «siamo tutti americani» di quei momenti? Da lì nacque l’azione militare in Afghanistan e, dal successo di quella, l’operazione Iraq, fallimentare nella gestione della pace ancor più che della guerra.

Un governo può avere un programma di politica fiscale, di politica sanitaria, di espansione dell’economia o di riduzione della spesa pubblica perché sa di poter perseguire i suoi programmi presentando al proprio Parlamento delle leggi che, se approvate, conducono a questi risultati. Non è in suo potere programmare in termini altrettanto precisi la politica estera che è quasi sempre il frutto di una reazione ad avvenimenti estranei alla volontà di chi governa, di cui non si possono scegliere i tempi né, di solito, prevedere tutte le conseguenze, e di fronte ai quali occorre spesso fare scelte di intuito e improvvisazione.

La stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la scomparsa di un universo contro il quale l’America aveva lottato per decenni, colse il mondo di sorpresa e trovò gli Stati Uniti incapaci di contribuire a guidarla. La crisi in Georgia nello scorso agosto ha rischiato, per un eccesso di reazione da parte americana, di sconvolgere i propositi europei di pianificare laboriosamente dei nuovi rapporti con la Russia. Il Presidente degli Stati Uniti ha, in materia di politica estera, una grande autonomia. Il nostro futuro dipenderà più dalle sue doti di carattere che dalla bontà dei suoi programmi, più dal temperamento o dall’equilibrio che dalla forza della ragione, più dal caso che dalla ideologia. Speriamo bene.

La crisi del WTO
post pubblicato in Idee, il 6 agosto 2008


Dal sito de La Voce

L'OMBRA DELLA GRANDE CRISI SUL NEGOZIATO WTO
di Massimiliano Calì 05.08.2008

E' forte l'impressione che sulla trattativa fra i paesi dell'Organizzazione mondiale del commercio riuniti recentemente a Ginevra, abbia pesato negativamente la crisi economica internazionale, dissolvendo l'interesse verso un accordo di liberalizzazione del regime commerciale. Gli effetti reali di un mancato accordo sono probabilmente molto limitati, ma si è mancata l'occasione di rafforzare il sistema multilaterale che vincola i paesi al rispetto di un insieme di regole.

Sette anni dopo l’inizio dell’attuale ronda negoziale sul commercio internazionale della World Trade Organization (WTO), le trattative hanno subito un ennesimo stop ancora una volta al tavolo dell’agricoltura. Nove giorni di estenuanti negoziazioni nella sede ginevrina del WTO sono naufragate davanti alle differenze di posizione tra India e Cina da un lato e Stati Uniti dall’altro rispetto alle misure speciali di salvaguardia (Special Safeguard Mesures o SSM) dei prodotti agricoli. Tali misure consentono ai paesi di proteggere i propri settori agricoli da sostanziali incrementi delle importazioni attraverso l’imposizione di speciali barriere doganali. Un dato interessante di questo fallimento è che le SSM non rappresentavano uno dei temi più controversi dei negoziati, e nè l’India nè la Cina ne hanno mai fatto uso. Ciò suggerisce che questa tornata negoziale sarebbe probabilmente fallita su qualsiasi altra questione (più controversa), quale i tagli ai sussidi agricoli, le riduzioni delle barriere doganali, l’accesso al mercato per i prodotti tropicali.
Tale dato conferma l’impressione che il (genuino) interesse verso un accordo di liberalizzazione sostanziale del regime commerciale multilaterale si sia velocemente dissolto al cospetto della crisi economica internazionale. I paesi membri del WTO sembrano non percepire più un cospicuo ritorno dalle negoziazioni, mentre appare crescente la paura dei potenziali limiti alla propria sovranità nazionale imposti dagli accordi multilaterali.

GLI EFFETTI DELLE PROPOSTE DUL TAVOLO

In realtà, considerate le proposte sul tavolo negoziale sarebbe difficile non comprendere tale perdita di interesse nel successo delle negoziazioni. La maggior parte delle proposte avanzate durante i colloqui di Ginevra avrebbe avuto un effetto economico molto limitato. Per esempio i tagli effettivi alle tariffe doganali sui prodotti manufatturieri ed agricoli sarebbero stati estremamente ridotti. Ciò è dovuto a una serie di fattori. In primo luogo, alla differenza tra la massima tariffa doganale che ogni stato si impegna a non superare (la cosiddetta bound tariff) e quella effettivamente applicata (applied tariff). Dal momento che i tagli sono operati sulla prima, parecchi settori non subirebbero nessun taglio effettivo. In secondo luogo, le barriere doganali nella maggior parte dei settori in tutti gli stati membri del WTO sono già piuttosto basse.(1) La Banca Mondiale ha calcolato che nei paesi ricchi le tariffe sui prodotti agricoli (che sono i più importanti prodotti da esportazione per la maggior parte dei paesi in via di sviluppo) verrebbero ridotte in media dall’attuale 15% soltanto all’11%, ed in India la media del 59% non verrebbe toccata affatto.(2) E queste cifre non considerano le (lunghe) liste dei cosiddetti prodotti sensibili (che verrebbero esclusi dai tagli tariffari) proposte dai negoziatori a Ginevra. Perfino la proposta considerata più coraggiosa in questi negoziati, quella avanzata dagli Stati Uniti per ridurre il massimale di sussidi ai propri agricoltori dagli attuali 48 miliardi a 14.5 miliardi di dollari annuali, non avrebbe rappresentato un taglio reale, considerato che lo scorso anno il governo Americano ha destinato solo 7 miliardi ai sussidi agricoli.
In particolare, le proposte discusse a Ginevra non avrebbero di fatto generato alcun beneficio per la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, compreso il gruppo dei paesi meno sviluppati (Least Developed Countries), che sarebbero dovuti essere i veri beneficiari dell’attuale round negoziale, chiamato proprio round dello “Sviluppo”. Le richieste dei paesi più poveri sono state ufficialmente messe da parte a metà delle negoziazioni, quando si è cercato di trovare una soluzione allo stallo negoziale, restringendo le discussioni ai sette principali paesi (comprendenti solo i maggiori paesi in via di sviluppo Brasile, India e Cina).

LE POSSIBILI IMPLICAZIONI DEL MANCATO ACCORDO

Se gli effetti reali di un mancato accordo a Ginevra sono probabilmente molto limitati, è giustificato il subbuglio internazionale generato dal fallimento delle negoziazioni? In un certo senso sì. L’accordo rappresentava una possibilità di rafforzare (o quanto meno di non indebolire) il sistema multilaterale che vincola i paesi al rispetto di un insieme di regole chiare in favore del commercio internazionale. Tali vincoli ad esempio prevengono possibili tentazioni protezionistiche da parte dei paesi di fronte a contesti economici difficili a livello nazionale ed internazionale. Ne sono un esempio proprio i governi Italiani, la cui attitudine protezionista acuita dall’attuale crisi economica aveva già giocato un ruolo importante nella restrizione delle importazioni di scarpe da Cina e Vietnam nel 2006.(3)
La sicurezza delle regole internazionali costituisce il principale bene pubblico globale fornito da un’istituzione come il WTO. La preoccupazione è che in tempo di crisi i beni pubblici globali diventino il "bene" di nessuno. Come quest’ultimo mancato accodo sta a dimostrare.


(1) La media delle tariffe imposte sui beni commerciati internazionalmente ponderata sulla base del valore del bene nell’export globale e’ attualmente del 3.7% (Hoekman, B., W. Martin, A. Mattoo e R. Newfarmer, “The Doha Development Agenda: What’s on the Table”, Trade Note, 22 Luglio 2008, The World Bank.).
(2) Martin, W. e A. Mattoo, “The Doha development agenda : what's on the table?”, World Bank Policy Research Working Paper, 4672.
(3)Si veda in merito Barba Navaretti, “E la Cina non ci fa più le scarpe”, La Voce 9 Ottobre 2006.


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permalink | inviato da franzmaria il 6/8/2008 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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