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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
La Turchia di domani
post pubblicato in Focus Europe, il 11 settembre 2010


(...) Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura.
Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

Ma ancora una volta ha vinto Teheran
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 10 giugno 2010



Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). 

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. (...)

Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario.(...)

È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. 
La milizia politico-religiosa di Erdogan
post pubblicato in Focus Europe, il 6 giugno 2010


L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco (Guido Olimpio dal sito del Corriere, 6 giugno 2010)

WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.
OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.
PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. (...)sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. (...)
I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.


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permalink | inviato da franzmaria il 6/6/2010 alle 22:18 | Versione per la stampa
Mons. Padovese: l'omicidio di don Santoro è una ferita ancora aperta
post pubblicato in Cristiani, il 3 giugno 2010


Attraverso il sito de il Foglio, recupero l'ultima intervista di Mons.Padovese rilasciata a Il Sussidiario nel febbraio del 2009
FMM

(...) «La mia diocesi comprende quasi i due terzi dell’intera Turchia: circa 480.000 km quadrati. Un’estensione vastissima in cui vivono tra i 2500 e i 3000 cattolici.

 

Un numero approssimativo, in realtà non riusciamo a calcolare meglio il numero dei cristiani perché mancano le parrocchie che terrebbero registrati i fedeli». I cristiani che abitano il Paese sono 90, 100 mila con un infinità di riti, lingue, e tradizioni. Latini, Armeni cattolici e gregoriani, Ortodossi, Caldei e Siro-cattolici, Maroniti, Melchiti o protestanti, insomma, «un panorama ecumenico variegato. Forse il più variegato sulla faccia della terra. Le componenti hanno radici storiche profonde: la comunità armena è nata in Turchia come la siriana e quella caldea… ed evidentemente anche la Chiesa ortodossa… Costantinopoli, no?». (...)


Il discorso varia a seconda della regioni, «nelle grandi città come Istanbul, Smirne, Mersin, Antiochia… – ad eccezione di alcuni atti di violenza e intimidazione che si sono verificati negli anni passati – i rapporti con il mondo musulmano sono buoni. La situazione della Turchia non è legata tanto alla presenza dell’Islam, cui appartiene più del 99% della popolazione, e alla sua predicazione, quanto piuttosto a una sorta di nazionalismo che vede il cristianesimo come un fenomeno estraneo alla cultura turca». Per questo motivo «molti cristiani – non tutti – hanno scelto l’anonimato, di non comparire o mettere sui documenti che sono musulmani. Fortunatamente oggi molti giovani stanno prendendo consapevolezza della propria identità cristiana. Ma il cammino è lungo perché in questa situazione – con un numero ridotto di sacerdoti e precarietà di mezzi economici…–, spesso non abbiamo possibilità di fare arrivare messaggi. Molti mantengono la fede dei padri come si conserva in casa un quadro prezioso del quale non conoscono pienamente il valore. Il nostro impegno è proprio quello di dire “guardate che questo è un quadro d’autore”. C’è molta ignoranza e quelli che sono rimasti cristiani a volte hanno lottato con grande difficoltà, rimanendo fedeli ad un’identità che, però, va scoperta, approfondita…». (...)

 


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permalink | inviato da franzmaria il 3/6/2010 alle 21:3 | Versione per la stampa
La Turchia più lontana dall'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 2 giugno 2010



Non v’è dubbio che la flottiglia che puntava su Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione destinata a portare soccorso umanitario ai civili palestinesi che vivono, in condizioni spesso disperate, nella soffocante striscia invasa e colpita dagli israeliani nel 2008. I pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi, legati per tanti fili all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero della loro traversata era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il severo blocco marittimo imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare l’arrivo clandestino di armi e materiali balistici ai guerriglieri locali, sostenuti soprattutto dalla Siria e dall’Iran.

Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di Gerusalemme già logorata nel mondo.(...)

Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.

Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.(...)

Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna. (...)

L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.

(...) Ma il vero dramma della storia in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi.

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permalink | inviato da franzmaria il 2/6/2010 alle 20:3 | Versione per la stampa
Sinistra per Israele sulla vicenda della Freedom Flottilla - RASSEGNA STAMPA
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 1 giugno 2010


In queste ore di grande tensione internazionale, segnalo il comunicato di Sinistra per Israele, che abbiamo elaborato in queste ore in relazione alla tragica operazione israeliana contro la Freedom Flottilla.

Come nostro stile, abbiamo tentato di dire una parola puntuale e al tempo stesso più di riflessione che emotiva, anche se è netta la condanna dell'azione israeliana in quanto sicuramente sproporzionata rispetto al fine di fermare un gruppo di navi, obiettivo che poteva essere raggiunto con altri metodi. Troppi i morti e inaccettabile l'esito per una operazione che poteva essere gestita in maniera diversa. 

Detto ciò, è necessario non perdere la calma e non seguire la retorica violenta che a tratti sta imperversando, sul web e non solo. 

Come sempre in politica internazionale, inoltre, è necessario avere presente tutto il contesto: basti qui citare il ruolo ambiguo che la Turchia sta avendo, ruolo che si sta ridisegnando in un'ottica sempre più aperta al mondo islamico e sempre meno attenta alle ragioni dell'Occidente. 

Per tentare di fornire materiale per comprendere di più le dinamiche e gli attori in gioco, segnalo vari link per una breve rassegna stampa su quanto accaduto e alcuni documenti tratti dal sito dell'ambasciata israeliana.

Ciao

FranzMaria Mariotti

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IL COMUNICATO DI SINISTRA PER ISRAELE

A poche ore dal drammatico intervento della Marina Israeliana contro la flotta dei pacifisti che hanno tentato di forzare il blocco navale a Gaza, sviluppare un ragionamento a partire dai fatti è difficile ma necessario. 

Prima di ogni altro ragionamento però noi esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime della nave Marmara. SpI nasce per ribadire che solo la formula due popoli due stati potrà interrompere la tragedia continua della perdita di vite umane in medioriente.

Una cosa è certa: anche chi come noi non transige sulla sicurezza di Israele, non può esimersi dal considerare la risposta del governo israeliano – al di là dell'eventuale legittimità o meno – come inaccettabile dal punto di vista del costo in vite umane. La Marina Israeliana, che prima dell'azione ha esplicitamente invitato le navi della flottiglia umanitaria a dirottare su un altro porto, ha infatti messo in atto un attacco che appare da diversi punti di vista sproporzionato rispetto alla manovra di rottura dell'embargo; questo anche laddove si accertino le volontà offensive di singoli esponenti del gruppo di pacifisti. Parte dei quali non hanno certo le carte in regola per definirsi "operatori di pace".

Anche se chi forza un blocco militare sa che non può non esserci una reazione, sicuramente il previsto arrivo delle navi con gli aiuti poteva essere gestito dalla leadership israeliana in carica con un approccio diverso che impedisse – o per lo meno limitasse al minimo – un eventuale conflitto.

L'attuale governo israeliano mostra – in questa azione – il deficit di politica che lo sta accompagnando fin dalla sua nascita. E’ necessario che al più presto riprendano i colloqui di pace fra Israele e l'unica legittima Autorità Nazionale Palestinese, emarginando Hamas e altre frange terroristiche, che in questo frangente stanno tentando di riprendere peso nella scena internazionale. Dobbiamo infatti ricordare che causa del duro embargo contro Gaza è anche la scelta terroristica di chi governa quel territorio, scelta che non è mai stata rinnegata.

Per il bene della democrazia israeliana che sappiamo capace di autocorreggersi e dare segni di maturità anche in momenti di gravissima tensione, anche quando è in gioco la sua sopravvivenza,e per tenere accesa la flebile speranza di una pace giusta in medioriente ci auguriamo che venga al più presto stabilita la corretta dinamica dei fatti, e si accertino le responsabilità: Israele si apra alla collaborazione delle autorità internazionali e dell'Unione Europea e avvii una propria inchiesta indipendente. In questo senso è bene anche che venga rapidamente chiarito lo status di tutti gli attivisti fermati.

In ultimo, auspichiamo che altrettanta responsabilità venga da ogni parte coinvolta nella vicenda: è infatti inquietante che le manifestazioni di ieri siano state guidate verso i quartieri a forte presenza ebraica e le sinagoghe di alcune città ; la critica – legittima – contro la politica del governo di Israele non deve mai rischiare di confondersi con forme di antisemitismo; manifestare di fronte ad una sinagoga per i morti a bordo della nave turca significa scegliere come obbiettivo della propria protesta gli ebrei e non il governo d'israele, il che è pericoloso e inaccettabile.

Vogliamo sperare che tutti coloro che lavorano per la pace siano consapevoli di questo rischio gravissimo e faranno di tutto per evitarlo. 

SpI continuerà a lavorare perchè in medioriente si possa giungere ad una giusta conciliazione fra il diritto di Israele a esistere sicuro e il diritto del popolo palestinese ad una propria patria.

Furio Colombo, presidente nazionale di Sinistra per Israele
Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele
Fabio Nicolucci, coord. Sinistra per Israele di Roma
Giorgio Albertini, coord. Sinistra per Israele di Milano
Silvia Cuttin, coord. Sinistra per Israele di Bologna
Ilda Sangalli Miller, coord. Sinistra per Israele di Trento

***
RASSEGNA STAMPA







La versione ufficiale di Israele (dal sito dell'ambasciata)

Fratelli Armeni
post pubblicato in Focus Europe, il 26 gennaio 2009


di Fazila Mat (Osservatorio sui Balcani)

Ha raggiunto le oltre 28mila e cento adesioni la petizione online Chiedo scusa agli armeni lanciata alla fine dello scorso dicembre da un gruppo di accademici e intellettuali turchi. Le poche righe uscite dal pugno dei suoi promotori, i docenti universitari Baskin Oran, Ahmet Insel, Cengiz Aktar, i giornalisti Ali Bayramoglu e Aydin Engin, sono il frutto di una meditazione durata un anno per arrivare ad esprimere la propria posizione di fronte a uno dei temi più spinosi per la Turchia, quello del riconoscimento del genocidio armeno, che la storiografia turca identifica come “migrazione forzata”. “Il mio cuore non accetta il fatto che la gente stia insensibile alla grande tragedia che gli armeni ottomani hanno vissuto nel 1915” – si legge nel teso redatto in più lingue, tra cui l’italiano – “respingo questa ingiustizia e condividendo il loro dolore e sentimento chiedo scusa ai miei fratelli armeni”. (...)

Dallo stesso sito e della stessa autrice segnalo un articolo sul ruolo della Turchia nella mediazione per Gaza.


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permalink | inviato da franzmaria il 26/1/2009 alle 21:35 | Versione per la stampa
Quale futuro per il Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 16 gennaio 2009


Scrivo mentre una "ultima ora" letta sul Corriere della Sera parla di una proposta di tregua da parte di Hamas: un anno contro il ritiro delle truppe israeliane e la revoca del blocco al territorio di Gaza.

Oggi Tzipi Livni volerà negli Stati Uniti, probabilmente per discutere il "cessate il fuoco" di "Piombo Fuso"; potremmo dunque essere alla svolta che il mondo attendeva con ansia, anche se dalla decisione alla messa in pratica potrebbero passare ancora diversi giorni, utili per consolidare i risultati sul terreno.

L'operazione militare era teoricamente giusta, e forse ha portato risultati positivi per Israele dal punto di vista strettamente militare; di contro ha però gettato su Gerusalemme l'ombra dell'"eccessiva durezza", della "sproporzione"; è ritornata l'immagine dello Stato militare contro la popolazione indifesa. E' inevitabilmente tornato il conteggio e i paragoni del numero di vittime. E nella riservatezza delle operazioni interne alla Striscia, il mondo dei media narra ancora di tutto, spesso senza un controllo preciso e senza una competenza tecnica che faccia distinguere cosa siano realmente i tracciati di luce che si vedono alla televisione, avvalorando così - ma spesso nell'imprecisione e nell'errore - le peggiori ipotesi.

Anche in questo caso, come in passato, però il problema non è nelle singole azioni od errori, ma è sostanzialmente politico: Israele sembra convinta - con moltissime ragioni, per la verità - che il mondo non capisca realmente il portato della tensione in Medio Oriente; da Gerusalemme si sono lette con molta chiarezza le "firme" iraniane dei nuovi missili che hanno superato la gittata dei "classici" Qassam e la "guida" siriana dal vertice di Hamas in esilio; e la preoccupazione è che il mondo non veda che la "guerra impossibile" in Gaza è una sorta di "sostituto" crudele di altre guerre, addirittura impensabili.

Quando il mondo seppe coalizzarsi contro l'Iraq che aveva invaso il Kuwait, Israele ebbe le rassicurazioni necessarie per non controbattere direttamente ai missili lanciati da Saddam Hussein. E la prima guerra del Golfo portò il Medio Oriente alla conferenza di Madrid, dove i Palestinesi - sotto "vesti" giordane  - cominciarono  a parlare con gli Israeliani; di lì - non direttamente, non in termini di conseguenza necessaria e automatica, con tutti gli "stop and go" e i "salti" che accompagnano le trattative diplomatiche fatte contemporanemente in posti diversi - si arrivò ad Oslo, a Rabin e Arafat che si stringono la mano.

La guerra del Golfo di Bush figlio, che aveva creato grandi perplessità in Israele fin dalla sua progettazione, ha lasciato un Medio Oriente frantumato e difficilmente governabile, aperto più di prima alle tentazioni terroristiche. In questo "paesaggio" Gerusalemme ha ritenuto di dover tentare di porre un argine chiaro e indiscutibile alle azioni di Hamas, che fossero proprie o per conto terzi.

Livni va a Washington a consegnare - più a Obama che a Bush - un risultato discutibile e difficile da difendere, ma probabilmente anche una situazione che può permettere al neopresidente americano di arrivare ad armi - si spera - silenti per tentare nuove strade, magari coinvolgendo l'Egitto - protagonista in primo piano della diplomazia parallela di questi giorni - e la Turchia, più discreta ma sempre infaticabile tessitrice del lavoro diplomatico nel Medio Oriente (si veda per questo l'analisi di Janiki Cingoli che riporto più sotto)

Se Livni o Barak dopo le elezioni di febbraio saranno ancora al governo, potrebbe essere realmente l'ora di un nuovo processo di pace: ma oltre al voto israeliano, sono tante le incognite di cui dovremo tenere conto. Fra queste, vorrei metterci il destino di un'Europa che potrà giocare un ruolo fondamentale (in particolare nelle trattative con l'Iran sul nucleare) se saprà trasformare la sua "cacofonia permanente" in una "polifonia concordata": oggi più che mai il Medio Oriente e il mondo hanno bisogno di una "forza gentile".

Francesco Maria Mariotti


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Gaza, il puzzle del negoziato
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 11 gennaio 2009


di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente (08-01-2009)

Nella sua prima dichiarazione Obama ha espresso profonda preoccupazione per le vittime civili a Gaza e in Israele. Essa costituisce un campanello d’allarme che Israele non può trascurare, nel giorno in cui si devono contare oltre quaranta vittime palestinesi nella scuola Onu nel campo profughi di Jabaliya. Il nuovo presidente ha inoltre preannunciato un serrato impegno della sua amministrazione sulla questione mediorientale, subito dopo il suo insediamento del prossimo 20 gennaio.

Il rinvio della terza fase offensiva
L’offensiva israeliana sta attraversando un’ulteriore momento di transizione nel quale gli obbiettivi che potevano essere perseguiti nelle prime due fasi, con l’attacco aereo e la prima invasione di terra, sono stati sostanzialmente esauriti. Cresce intanto il numero delle perdite israeliane, ed in misura assai più forte di quelle palestinesi che hanno oramai oltrepassato le 700. Il Gabinetto ristretto israeliano, pur ratificandola in via di principio, ha peraltro deciso di rinviare la terza fase dell’offensiva (che punterebbe sulle zone più popolate, a partire dalla Città di Gaza e dai campi profughi più popolati) di fronte allo sviluppo delle diverse iniziative internazionali volte ad ottenere una cessazione delle ostilità. Si tratta di diverse iniziative parallele della Ue, della Francia, della Turchia, dell’Egitto (insieme ad altri paesi arabi) spesso concomitanti e talora in aperta concorrenza tra loro.

La proposta franco-egiziana
Tuttavia l’iniziativa europea, mal guidata dalla nuova presidenza cecoslovacca considerata troppo filo-israeliana, è presto evaporata e ora l’attenzione pare concentrarsi sempre più su una proposta avanzata congiuntamente da Mubarak e Sarkozy a Sharm al-Sheikh. Lo stesso Olmert ha annunciato attraverso il suo portavoce di guardare ad essa con attenzione. La proposta è stata sostenuta anche da Condoleeza Rice (che ha richiesto un cessate il fuoco che duri, che porti reale sicurezza e che sia sostenibile) e da un sempre più appannato Abu Mazen, nei loro interventi al Consiglio di Sicurezza. La proposta contemplerebbe un immediato cessate il fuoco (non è chiaro se sulle attuali linee di fuoco) e l’avvio di un negoziato, della durata di due-tre mesi, sui problemi di lungo termine relativi sia alla questione della sicurezza sul confine egiziano, sia alla cessazione del blocco israeliano nella striscia.
In realtà la proposta si dirama attraverso canali paralleli di contatto e di contrattazione in corso.
Uno, che coinvolge egiziani, francesi e Usa, è volto a discutere l’ipotesi del dislocamento di ingegneri militari statunitensi sulla parte egiziana del confine per controllare e impedire il rifornimento di armi ad Hamas attraverso i tunnel (ma anche via mare, secondo una proposta francese, attraverso la creazione di una specifica forza navale).
Questi ingegneri non assumerebbero la veste di una forza internazionale per non ledere la sovranità egiziana, ma quella di esperti chiamati come consulenti, su iniziativa dello stesso Governo del Cairo e al suo servizio.

Sull’altro versante si sviluppa l’iniziativa congiunta franco-egiziana volta a premere su Hamas perché accetti il cessate il fuoco: mentre una missione di rappresentanti della organizzazione islamica si è recata al Cairo per incontrare il responsabile della intelligence Omar Suleiman, che li ha informati sui contenuti della proposta e sulle pesanti conseguenze di un loro eventuale rifiuto, Sarkozy nella sua tappa a Damasco ha chiesto al presidente Assad di esercitare la sua influenza su Hamas, per convincerlo a porre termine agli attacchi contro il Sud di Israele e ad accettare il cessate il fuoco. In questa fase Hamas sconta l’ostilità egiziana e degli altri regimi arabi moderati, che non vogliono che la crisi si concluda con un ulteriore rafforzamento dell’organizzazione islamica.

La Turchia come “cerniera”
Parallelamente ha preso consistenza l’iniziativa della Turchia (il cui governo ha mantenuto contatti ufficiali con Hamas dopo la passata vittoria nelle elezioni legislative), che ha avanzato in queste settimane critiche estremamente dure contro l’offensiva israeliana, malgrado i consolidati rapporti di cooperazione con il Governo di Gerusalemme, che le hanno consentito di sviluppare un importante ruolo di mediazione nei recenti negoziati indiretti tra Israele e Siria. La Turchia continua a sviluppare con grande determinazione il suo nuovo ruolo di potenza regionale, proponendosi come una cerniera di contatto tra occidente e mondo islamico, e pare essere destinata a svolgere un ruolo centrale nella costituzione della nuova forza internazionale che dovrebbe essere costituita per garantire la riapertura dei valichi di frontiera a Gaza.

Israele preferirebbe procedere per accordi paralleli
Per parte sua Israele preferirebbe evitare un nuovo negoziato indiretto con Hamas, procedendo attraverso accordi paralleli: sul traffico d’armi, con l’Egitto e con un coinvolgimento degli Stati Uniti; sulla riapertura delle frontiere a Gaza, riesumando il vecchio accordo del 2005 sul valico di Rafah, che coinvolgeva l’Autorità Palestinese, l’Egitto e l’UE; mente per il cessate il fuoco Israele pensa a un accordo da raggiungere in sede di Consiglio di Sicurezza con il coinvolgimento degli Usa, della Francia e degli Stati arabi moderati, che gli lasci aperta la possibilità di reagire ad ogni violazione di Hamas.
Ma non è detto che questo approccio, teso a bypassare completamente l’organizzazione islamica, sia effettivamente realistico e realizzabile.


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permalink | inviato da franzmaria il 11/1/2009 alle 23:24 | Versione per la stampa
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