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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Quattro idee per il presidente che verrà
post pubblicato in Idee, il 31 ottobre 2008


di MICHAEL BLOOMBERG, sindaco di New York (2008, Newsweek Inc. - La Stampa, 31 ottobre 2008)
 
La Borsa è crollata. Il mercato del credito è congelato. La disoccupazione cresce. Le case finiscono alle banche. I consumi sono deboli. Le fabbriche tagliano la produzione. Una recessione globale è alle porte. Benvenuto alla Casa Bianca, 44° Presidente!

La crisi finanziaria globale ha suggerito innumerevoli confronti con la Grande Depressione e senza dubbio i media le chiederanno subito di descrivere in dettaglio la sua agenda per i primi cento giorni, aspettandosi che lei replichi lo scatto legislativo di Franklin D. Roosevelt nel 1933. Il mio consiglio è: li ignori. I suoi primi cento giorni a Washington saranno meglio spesi nella preparazione dei successivi 1.360.

I primi cento giorni di FDR realizzarono quello che l’amministrazione Bush e il Congresso hanno cercato di fare negli ultimi sessanta: ripristinare la fiducia nelle nostre istituzioni finanziarie. Quando lei entrerà alla Casa Bianca, il peggio del panico bancario dovrebbe essere alle spalle.

E’ invece possibile che si sia nel pieno della recessione e portarne fuori il Paese gettando le basi per un nuovo secolo di crescita e prosperità non è impresa da farsi in pochi mesi e neppure con la sola riforma delle regole.
Riorganizzare le strutture che governano le istituzioni finanziarie sarà probabilmente il compito principale del prossimo Congresso, ed era ora. Ma è cruciale che lei non permetta al Congresso di confondere la riforma delle regole con un’agenda economica. La salute e la forza a lungo termine dell’economia di una nazione dipendono non tanto dalla forma delle regole federali quanto dalla capacità di crescita e innovazione.
Negli ultimi dieci anni c’è stata una sfida al nostro status di superpotenza economica mondiale mai vista prima. Grazie soprattutto all’America, il capitalismo ha trionfato nel mondo e adesso tutti ci vogliono battere al nostro gioco. Questa è una competizione che ci dovrebbe allettare, perché noi continuiamo a godere di tutti i vantaggi: le università migliori, le fabbriche e le cure mediche più avanzate, i lavoratori più imprenditoriali e la qualità di vita migliore. Ma come un campione sportivo che, soddisfatto di sé, ha smesso di allenarsi, così il governo federale - paralizzato dagli interessi particolari - ha lasciato che l’America perdesse combattività e forza. Recuperarle non sarà facile né indolore ma l’alternativa - perdere terreno a favore di Cina, India, Corea, Giappone, Unione europea - non è un’opzione.
La crisi dei mercati finanziari ha elevato i nostri problemi economici a tema principale della campagna elettorale e la sua vittoria, caro Presidente, è largamente attribuibile alla fiducia che gli elettori hanno riposto in lei e nella sua capacità di agire e ottenere risultati. Lei ha fatto la sua campagna sulla necessità di apportare cambiamenti e riformare quasi ogni aspetto della politica federale, compresa la sanità e la sicurezza sociale. Temi fondamentali, come tanti altri. Ma lei non potrà affrontarli tutti contemporaneamente, dovrà stabilire delle priorità e, in tempi di crisi economica, l’economia deve avere la precedenza su tutto.
Lei riceverà consigli da molte persone sagge. Come sindaco della più grande città americana, come uomo d’affari che ha cominciato 25 anni fa con tre uomini e una caffettiera, come padre di due ragazze profondamente preoccupate per il futuro del loro Paese, le offrirò qualche idea anch’io.

INFRASTRUTTURE
Il tornado Katrina ha tragicamente messo in luce lo stato delle nostre infrastrutture, ma tutti i sindaci d’America lo vedono ogni giorno: trasporti di massa da costruire, ponti da riparare, aeroporti da ampliare, acquedotti e fognature da migliorare. Gli americani riconoscono la necessità di maggiori investimenti nelle infrastrutture e dalla mia esperienza a New York sono disposti a pagarli, a condizione di essere certi che il loro denaro sarà speso per migliorare le loro comunità e non le possibilità di rielezione di qualche legislatore. Anziché pagare le infrastrutture con le riserve accantonate, si potrebbe creare una banca specifica, che finanzi progetti basati rigorosamente sul merito, investendo di più là dove più grande è il bisogno e coinvolgendo i cittadini nel controllo della spesa e dei tempi di realizzazione. Lo chiami «Nuovo New Deal», Presidente: investire di più, più saggiamente e con miglior resa. In questo modo non solo ci sarà lavoro per gli americani, ma ci saranno anche le infrastrutture che servono per competere nel XXI Secolo.

ENERGIA
Più energia nucleare e nuove trivellazioni, certo. Ma entrambi sappiamo che la vera soluzione a lungo termine sono le fonti rinnovabili, come già hanno capito i governi del Medio Oriente che, pur ricco di petrolio, investe nell’energia verde. Se saremo noi i pionieri, creeremo decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Se invece dovremo acquistarla da altri, continueremo a trasferire all’estero miliardi di dollari

IMMIGRAZIONE
Per essere pionieri nelle nuove tecnologie occorrono i cervelli migliori. Purtroppo il nostro sistema respinge molti immigrati o, dopo averli istruiti, dà loro un calcio, per cui quelli prendono il loro sapere e se lo portano in Paesi più accoglienti. Questa è pura follia! E danneggia la nostra capacità di innovazione. Una nuova legge per l’immigrazione è dunque fondamentale. Potrebbe prendere la forma di una carta di identificazione che permetta ai datori di lavoro di verificare la legalità dei candidati, aumentando le opportunità per chi insegue il sogno americano e offrendo a chi è qui illegalmente la possibilità di guadagnarsi il diritto a restare.

EDUCAZIONE
L’America è diventata una superpotenza perché abbiamo sempre aperto le porte ai più brillanti e perché le nostre grandi scuole li hanno prodotti. Ma da decenni il nostro sistema educativo è in folle, mentre altri Paesi schiacciavano l’acceleratore, con il risultato che adesso competono con noi per i lavori ad alta specializzazione. Anche lei, Presidente, sa quanto sia importante per i nostri studenti imparare più matematica, più scienze, più ingegneria, più tecnologia. Il problema non è solo che non spendiamo abbastanza, perché spendiamo moltissimo, ma che mettiamo il denaro in un modello di scuola superato e inefficiente, retto più dal potere dei sindacati che dalle necessità degli studenti. Occorrono invece standard di insegnamento più alti, stipendi migliori, premi di merito, rapporti sul rendimento scolastico, orari più lunghi. Queste riforme sono state fondamentali per il nostro successo a New York. E se è stato possibile attuarle qui, dove i sindacati e gli interessi particolari hanno spradroneggiato per decenni, possono essere benissimo attuate in tutto il Paese. 

Egregi professori, magnifici rettori
post pubblicato in Idee, il 31 ottobre 2008


dalla Stampa del 31 ottobre 2008, Alberto Bisin

La scuola italiana è una tragedia. Se le elementari appaiono lacunose soprattutto in matematica e scienze (indagine Timms, 2003), le medie superiori sono ancora peggio, specie al Sud (indagine Pisa, 2006). L'università, infine, è fallimentare sia in termini di didattica che in termini di ricerca, come ampiamente documentato ad esempio da Roberto Perotti, L'Università truccata (Einaudi, 2008). A fronte della tragedia della scuola, le discussioni di questi giorni sono invece una commedia, surreale e cacofonica. Parlano tutti assieme, confusamente, incoerentemente, a voce alta, come i concertisti di Prova d'orchestra di Fellini.
Gli studenti in piazza lamentano correttamente che l'educazione che ricevono garantirà loro un futuro senza opportunità. E così anche quei genitori e quegli anziani professori che dalla piazza sperano di aggrapparsi al traino della gioventù di figli e studenti. Ma né studenti, né genitori, né professori chiedono direttamente un sistema educativo di qualità. Chiedono piuttosto solo maggiori finanziamenti per l'educazione.
Ma non è affatto di fondi che il sistema necessita. L'Italia spende per la scuola, dalla materna alle superiori, una percentuale del Pil essenzialmente pari alla media Ocse (dati riferiti al 2005, da Ocse, Education at a Glance, settembre 2008). Per l'università la spesa annuale per studente, depurata dal numero eccezionale di fuori-corso, è addirittura inferiore solo a quella di Stati Uniti, Svizzera e Svezia.
Il ministro Gelmini, da parte sua, invoca una «scuola della serietà, del merito». Parole sante. Ma poi finisce per tagliare i fondi indiscriminatamente. Per le scuole che funzionano così come per quelle che non funzionano. Per il Nord, dove le superiori sono in media a livelli europei, così come per il Sud, dove sono peggio di molti Paesi in via di sviluppo (Pisa, 2006). Il ministro propone inoltre di trasformare le università in fondazioni. Ottimo. Ma poi prevede di garantire fondi pubblici di perequazione per le università peggiori, quelle che non riescano ad attrarre fondi privati attraverso le fondazioni stesse.
I rettori universitari minacciano le dimissioni di gruppo per protesta. Lo fanno ogni volta che sentono parlare di tagli. Nel novembre 2006 lamentavano un'insufficiente crescita del fondo di finanziamento, che avrebbe portato al «blocco degli atenei, dei servizi, la cancellazione del futuro per i nostri giovani». Oggi si legge nella mozione della Conferenza dei Rettori, approvata all'unanimità nel luglio scorso: «L'università non reggerà l'impatto. Una situazione che (...) porterà inevitabilmente l'intero sistema universitario pubblico al dissesto».
Davvero le amministrazioni universitarie non hanno alcuna colpa della lievitazione dei costi del sistema? Qualcuno ha sentito i rettori minacciare le dimissioni per sensibilizzare l'opinione pubblica sul fatto che le nuove regole per i concorsi inducano a promozioni in massa (dal 1999 al 2006 il numero di professori ordinari è cresciuto del 54 per cento)? E sul fatto che nuovi atenei sorgono come funghi nelle sedi più improbabili? E sulla proliferazione di inutili corsi di laurea? Qualcuno ha sentito i rettori minacciare le dimissioni per richiedere finanziamenti basati sulla qualità dei loro atenei? Nel 2007 la quota percentuale dei finanziamenti assegnata sulla base dei «risultati» era del 2,2 per cento; il 97,8 per cento distribuito invece sulla base della spesa storica, cioè favorendo chi ha speso di più, e non meglio, in passato.
Gli insegnanti di elementari, medie e superiori si preoccupano di difendere le proprie prerogative sindacali senza considerazione alcuna per la qualità del servizio educativo che sono pagati per offrire. Rifiutano ogni meccanismo di valutazione del proprio operato e quindi ogni meccanismo di premio per la qualità dell'insegnamento. Nel 2007, ad esempio, hanno osteggiato con successo i test dell'Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione (Invalsi), voluti dall'allora ministro Moratti.
Infine l'opposizione ha da tempo affrontato i problemi della scuola in modo ideologico, proteggendo le rivendicazioni egualitarie degli insegnanti, in effetti favorendo la mediocrità del sistema educativo. Il precedente ministro Mussi, ad esempio, ha lasciato inutilizzato il sistema di valutazione dell'università Civr, nonostante questo avesse funzionato con successo (o forse proprio per questo).
La scuola e l'università pubblica in Italia non hanno bisogno di più fondi. Hanno bisogno di fondi distribuiti in funzione della qualità. Per questo è necessario un sistema di valutazione di scuole e insegnanti, e meccanismi efficienti di incentivo basati su queste valutazioni. Purtroppo nessuno degli attori principali della commedia che si sta svolgendo oggi in Italia sembra comprenderlo.

Tracce di crisi
post pubblicato in Idee, il 29 ottobre 2008


Mondi e Politiche propone alcuni articoli per orientarsi nelle dinamiche della crisi finanziaria globale, da considerare sempre con un atteggiamento critico e attento. Continuo a ritenere che su questo allarme economico e sociale - comprensibile e giustificato - rischiamo di fare scelte politiche - anche a livello internazionale - azzardate, emergenziali, e non sempre positive nel lungo periodo. Ed è bene avere presente, anche e soprattutto considerando la scadenza delle elezioni presidenziali americane, l'inevitabile riequilibrio dei poteri che si sta giocando nel mondo, non solo sul campo strettamente finanziario. 
 
Francesco Maria Mariotti

Le debolezze dell'Asia, le risposte della Cina (Alessandro Merli - Sole 24Ore - 28 ottobre '08)
Il ruolo dei paesi emergenti: la mappa sconvolta della crisi (Giorgio Barba Navaretti - Sole 24Ore - 29 ottobre 2008)

Verso il G20: il peso della Cina (Corriere della Sera - 29 ottobre 2008)

Le mani sulle banche (Barucci e Tombari - Europa - 28 ottobre 2008)

Serve un New Deal? Forse no... (intervista a Kenneth Joseph Arrow - Sole 24Ore - 28 ottobre 2008)




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Vittorio Foa: "Mi piacerebbe ascoltare parole di verità"
post pubblicato in Diario, il 21 ottobre 2008


In ricordo di Vittorio Foa, Mondi e politiche vi ripropone alcuni passi di una sua bellissima intervista del 25 aprile 2001.

Un esempio di memoria capace di superare se stessa senza tradire i fatti e la verità, un invito ai giovani  perché la festa del 25 aprile sia sempre vissuta nella libertà, non nella ritualità.

E soprattutto, la frase più bella, valida ogni giorno, ogni giorno di più: "Mi piacerebbe ascoltare delle parole di verità (...) Voglio delle idee libere. Dicano la verità, per favore".

FMM


(...)
Lei dov'era 56 anni fa?
"Partecipavo all'insurrezione di Milano. Erano giorni di grande fibrillazione, di attesa, di speranza e di disperazione. Ma se vuole sapere esattamente come ho percepito io che un potere repressivo stava finendo, cioè come ho toccato con mano la Liberazione dobbiamo anticipare i tempi di qualche ora. Il giorno prima della liberazione di Milano mangiavamo un panino con un gruppo di compagni in un'osteria vicino al palazzo di Giustizia. Era l'una, forse un poco più tardi. Il cameriere si avvicina al tavolo e domanda di uno di noi. "La vogliono al telefono", dice. Il nostro compagno si alza, va all'apparecchio e quando torna da noi è pallido, balbetta: "Ho parlato con Genova, sono liberi, siamo liberi, i tedeschi si sono arresi". Vede il paradosso: la notizia che tutto stava cambiando l'ho avuta grazie a una semplice interurbana. Anche allora funzionavano le nuove tecnologie e facevano viaggiare veloci le notizie... C'era ancora molto da fare, lo sapevamo bene. I fascisti non si erano arresi. Ma il senso della liberazione collettiva io l'ho avuto in quell'istante. E non l'ho dimenticato".

Con la minaccia del terrorismo, una campagna elettorale velenosa, si può fare in modo che il 25 aprile sia la festa di tutti?
"La Liberazione può essere vista e vissuta in modo diverso. Dipende da tanti fattori: l'età, l'ambiente, le radici culturali, le idee. In fondo, non bisogna guardare a questa data solo come la Liberazione dal fascismo e dal nazismo. Quel giorno segna anche la fine di una guerra drammatica, tragica. E per noi quella fu una svolta storica: con la fine del nazifascismo conquistavamo l'Europa, entravamo nel consesso degli altri grandi paesi europei. Il raggiungimento di questo traguardo, la soddisfazione per avercela fatta, non la posso dimenticare e molti probabilmente conservano lo stesso ricordo che ho io. Ma oggi non potrei fare davvero nulla per sollecitare la memoria di tutti. E del resto non voglio farlo. Come possiamo imporre la storia? Il ricordo non va imposto".

I leader dell'Ulivo vanno a Marzabotto. È il posto giusto per commemorare il 25 aprile?
"Sono assolutamente d'accordo con questa scelta. È giusta, è sacrosanta. Dobbiamo sempre tenere a mente che il fascismo e Hitler non sono caduti per opera nostra, ma grazie all'intervento dei grandi eserciti. Non è stata la lotta partigiana a sconfiggere il fascismo, sono stati gli alleati. Ma il fatto di aver partecipato, di essere stati attivi, sia pure nella fase finale, in un'opera di liberazione collettiva ha avvicinato l'Italia ai paesi europei. E fu un passaggio importante, importante ancora oggi".

(...)

Lei cosa farà oggi?
"La mia salute non è buona, ho dei gravi problemi alla vista. Starò in silenzio, preferisco ascoltare".

E cose le piacerebbe sentire in questo giorno?
"Mi piacerebbe ascoltare delle parole di verità. La verità. Ognuno deve esprimere la propria posizione personale. Ma non raccontino bugie, non ne posso più di certe palle clamorose. Le idee politiche non devono essere costringenti. Voglio delle idee libere. Dicano la verità, per favore".

Ci si lamenta perché i ragazzi non sanno molto della Liberazione.
"Come fanno a ricordare una cosa di più di 50 anni fa? Se hanno voglia di sentire la storia di quei giorni, bisogno raccontargliela assolutamente. E bene. Altrimenti... Le ripeto: non credo che il ricordo vada imposto. Il ricordo più è libero e più vale. E questa è anche l'unica strada per farlo diventare un valore condiviso da tutti".

(25 aprile 2001, La Repubblica)

I cristiani dell’Orissa si appellano all’Onu come “cittadini senza Stato”
post pubblicato in Comunità, il 20 ottobre 2008


Dal sito AsiaNews - 18/10/2008 13:24 INDIA
I cristiani dell’Orissa si appellano all’Onu come “cittadini senza Stato”, di Nirmala Carvalho

Il governo dell’Orissa chiude persino i campi profughi, migliaia non sanno dove rifugiarsi. Appello all’Onu perché riconosca ai cristiani indiani lo status di profughi, li protegga e invii cibo e ripari che l’India nega.


New Delhi (AsiaNews) – Il governo dell’Orissa chiude i campi profughi e caccia migliaia di cristiani, senza riparo né cibo. Mentre continuano le violenze, viene denunciato alle Nazioni Unite il genocidio in atto e chiesto un immediato intervento.
Padre Manoj Digal del Centro arcidiocesano per i servizi sociali denuncia ad AsiaNews che “uno dei tre campi profughi di Baliguda è stato chiuso il 15 ottobre e 900 persone sono state mandate via. E’ assurdo, molta gente non sa dove andare, è priva di qualsiasi difesa. Il governo non ha dato loro nemmeno tende e appena 10 chilogrammi di riso per famiglia. Hanno perso tutto. Se tornano al loro villaggio, possono solo riconvertirsi all’induismo. Molti hanno così dovuto lasciare l’Orissa per andare in altri Stati”. “Il governo non garantisce alcuna sicurezza ai cristiani, nonostante rischino la vita. Ora ci sono anche gruppi di donne estremiste che minacciano le donne cristiane. Non c’è alcun rispetto dei diritti fondamentali. Molte di queste famiglie avevano un dignitoso tenore di vita, ora debbono andare tra gente sconosciuta privi di tutto”.

Sajan K. George, presidente del Consiglio globale dei cristiani indiani, ha denunciato alle Nazioni Unite la decisione del governo dell’Orissa di chiudere i campi profughi nel distretto di Kandhamal. All’Onu Sajan ha scritto che “il 3 settembre il New York Times ha riportato che 1.400 case e 80 chiese sono state distrutte o danneggiate. Ma i danni attuali nella sola Orissa sono oltre il doppio. In centinaia sono stati assassinati solo per la loro fede e c’è una sistematica e diffusa violazione di ogni diritto: stupri, violenze atroci anche da parte di poliziotti, incendi di chiese e proprietà dei cristiani. I profughi sono decine di migliaia, vivono nella foresta o nei campi senza cibo né medicine, molti si ammalano e muoiono. I cristiani hanno quasi perso fiducia che il governo voglia proteggere i cittadini, specie quella minoranza del 2,5% di cristiani”.(...)


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Europa: nella crisi l'opportunità di una leadership globale
post pubblicato in Focus Europe, il 19 ottobre 2008


Un successo dell'Europa, di Mario Monti (Corriere della Sera, 19 ottobre 2008)

Due settimane fa esprimevo la speranza che l'Unione Europea sapesse reagire alla crisi finanziaria accelerando il passo dell'integrazione e non, come si poteva temere, lasciando prevalere le forze della disintegrazione attraverso risposte nazionali in conflitto tra loro e con l'ordinamento comunitario.

Ad oggi, il bilancio è decisamente positivo. È importante esserne consapevoli, in una fase in cui tanti europei avevano perso fiducia nella Ue per vari motivi: dal «no» degli irlandesi al Trattato di Lisbona al «no» di autorevoli economisti al modello economico europeo, ritenuto sistematicamente inferiore rispetto, si noti, a quello americano. Ma è altrettanto importante vedere con chiarezza i passi ancora da compiere, se si vuole consolidare il recente successo politico europeo.

Di successo si può ben parlare, se si pensa alla capacità decisionale — per rapidità, coesione e portata delle misure — dimostrata dalla Ue in questa occasione. Nei pochi giorni intercorsi tra l'incontro del 4 ottobre a Parigi tra i quattro membri europei del G8 e il Consiglio europeo del 16 ottobre, l'Unione a 27 ha preso decisioni che hanno indotto la grande e più agile «Unione a 1», gli Stati Uniti, a modificare notevolmente le proprie. E si è trattato certamente di un successo politico. Sono stati i governi degli Stati membri — che nella Ue sono l'espressione più diretta della politica — a dare una prova inconsueta di dinamismo e di convergenza. Il presidente di turno del Consiglio europeo, Nicolas Sarkozy, è riuscito a tenere per la prima volta una riunione dei capi di governo dei Paesi dell'area dell'euro, superando le resistenze della Germania che vi vedeva una minaccia all'indipendenza della Banca centrale europea. È riuscito a far confluire nelle decisioni del vertice dell'euro il contributo innovativo del governo britannico. È riuscito a far adottare un piano d'azione concertato, anche grazie al forte sostegno del governo italiano, favorevole in questa circostanza a soluzioni comunitarie molto avanzate. Per consolidare questo successo politico e far leva su di esso nella gestione, che sarà lunga e difficile, della crisi finanziaria ed economica, l'Unione Europea deve compiere altri passi, tre in particolare: non perdere il senso dell'emergenza, non rivolgere contro le regole europee il recente successo della politica europea, rendere istituzionale la fortunata ma occasionale coincidenza che ha permesso di prendere tempestivamente decisioni difficili. L'emergenza e l'impegno. Nessuno può dire quanto durerà la situazione di grave emergenza— per ora soprattutto finanziaria, ma che presto pervaderà l'economia reale — che ha stimolato così efficacemente il processo delle decisioni nella Ue. (...)

Il nuovo ordine finanziario globale? Sarà guidato da Sarkozy e Brown, Ennio Carretto, Corriere della Sera

Sul quotidiano l'ex ministro inglese Brittan: «La mossa per frenare il panico fa guadagnare all’Europa un po’ di rispetto»

WASHINGTON – «L’Europa non è più un museo economico». Così scrive il New York Times in un articolo intitolato «D’improvviso l’Europa sembra molto intraprendente», in cui afferma che in dieci giorni essa è riuscita a fare ciò che l’America non riuscì a fare in un mese: a varare cioè «un piano innovatore» per superare la crisi finanziaria che l’America è stata costretta a imitare. L’articolo è corredato da una fotografia del presidente francese Sarkozy e del premier inglese Brown e dalla didascalia: «Il futuro? Sarkozy e Brown hanno aperto la strada». Il New York times ricorda che per alcuni anni Wall Street e l’amministrazione Bush hanno liquidato l’Europa come «una località per languide vacanze», deridendone il sistema economico.

Ma potrebbe essere l’Europa, ammonisce, a impostare un nuovo ordine finanziario globale, una seconda Bretton Woods, dal nome della località del New Hampshire dove nel 1944 fu istituito il primo. L’incontro di sabato tra Sarkozy e il presidente Bush ha dimostrato che l’amministrazione americana in carica, a parole favorevole al progetto, in realtà vi è contraria: nella serie di summit che il G8 e i colossi economici emergenti terranno dopo quello di novembre, Bush intende salvaguardare innanzitutto il libero mercato, «le fondamenta essenziali del capitalismo democratico». Ma se il democratico Barack Obama verrà eletto presidente, come sembra probabile dopo l’appoggio appena datogli dall’ex segretario di Stato Colin Powell, una icona repubblicana pentita, quella di W sarà una battaglia di retroguardia. Obama è per l’ordine finanziario multilaterale proposto da Sarkozy e Brown, non per quello unilaterale di Bush. (...)

La crisi finanziaria e i rapporti transatlantici - Nuovi equilibri e vecchi problemi
Stefano Silvestri - presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)  - 13/10/2008

 
Siamo alla vigilia di un nuovo patto transatlantico? Una rinnovata e forte intesa tra Stati Uniti ed Unione Europea potrebbe offrire alla governabilità internazionale quella credibilità e soprattutto quel motore strategico che oggi le fa crudelmente difetto e che ci spinge verso una grave crisi sistemica, non solo economica, ma anche, ed inevitabilmente, politica.

Ma cos’è questa crisi? Al di là delle più complesse e approfondite analisi degli economisti, essa è in primo luogo dovuta ad un drammatico crollo della fiducia: degli operatori nel mercato finanziario, dei creditori nei debitori, delle banche tra loro, dei cittadini nei loro governi, in una sorta di feroce spirale che sfida i limiti della razionalità. In termini strategici equivale ad un profondo deficit di “soft power”: l’alleanza dei “forti”, dal G7 al Fmi, stringe le fila, i centri di potere, attraverso le banche centrali, immettono sul mercato generose iniezioni del loro “hard power” sotto forma di liquidità e di bassi tassi di sconto, ma tutto sembra impallidire e viene largamente bruciato dal panico degli operatori, alimentato da una reciproca e generale sfiducia nella mano pubblica e nei confronti di un “mercato” tanto più temuto e rispettato in quanto, almeno apparentemente e in questa fase, irrazionale.

Per dirla con altre parole, il deficit di governabilità tipico dell’attuale fase della globalizzazione raggiunge così il suo apice. Subito dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 il mercato finanziario era crollato, ma la dura e pronta reazione americana (la “guerra al terrorismo”) aveva iniettato nuova fiducia e creato nuovo consenso. Sette anni dopo, quel patrimonio è stato sprecato in una serie di incredibili errori, dalla condotta della stessa guerra al terrorismo all’invasione dell’Iraq, e la governabilità internazionale, invece di venire rafforzata, è stata indebolita dal comportamento erratico e unilaterale della maggiore potenza mondiale. Ora quindi il sistema politico e di sicurezza fatica ad avere l’autorità e la credibilità necessarie per iniettare fiducia nella sua capacità di controllare e ridurre la crisi. Il cerchio dei due “settembre neri” si chiude in largo passivo. (...)


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L'Europa tiene: no al panico, sì alla libertà
post pubblicato in Diario, il 5 ottobre 2008


La crisi finanziaria che in queste ore sta colpendo i mercati finanziari di tutto il mondo ferisce non solo le economie dei nostri paesi, ma anche il "clima politico" delle nostre democrazie. Come tutte le emergenze, il rischio è che venga utilizzata dai Principi per irrigidire le loro posizioni, recuperare spazio nell'economia e nella vita dei cittadini (i salvataggi delle banche possono essere necessari, ma al tempo stesso possono essere la "scusa" per occupare posizioni di potere), "tranquillizzare" la vita democratica inducendo ad abbassare i toni del conflitto, essenziale alla libertà dei cittadini.
Per evitare di farsi vincere dal panico e dalla paura, facendo così vincere il Faraone che si nasconde dietro ogni Principe, Mondi e Politiche segnala le opinioni di Mario Monti, Domenico Siniscalco, Lorenzo Bini Smaghi, Barbara Spinelli, Oscar Giannino.
Perché oggi è tempo di azione, ma anche di riflessione e di libera discussione.
La paura e il panico sono i veri nostri nemici: ogni giorno ogni singolo cittadino d'Europa li può combattere

Francesco Maria Mariotti



L'Unione Europea tiene
, secondo Mario Monti sul Corriere della sera di oggi, e forse può uscire da questa crisi più forte:
La crisi finanziaria, nata negli Stati Uniti, è destinata ad avere impatto su tutti i Paesi del mondo. Ma il suo impatto sarà duplice su una sola parte del mondo, l’Unione Europea. Questo perché la Ue non è un Paese ma un processo di integrazione tra Paesi, non è uno Stato ma un moto. Come tutti gli altri, la Ue sta subendo l’impatto della crisi sui mercati finanziari e sull’economia reale. A differenza degli altri, essa subirà anche un impatto sulla sua stessa identità, cioè sull’integrazione. Mentre il primo è fortemente negativo, questo secondo impatto potrebbe anche non esserlo. Dipende solo da noi europei. E’ grande il rischio che i diversi Stati europei tentino di rispondere alla crisi con interventi nazionali non coordinati, che porterebbero verso una disintegrazione, cioè al crollo di elementi importanti della costruzione comune già realizzata.

Ma vi è anche l’opportunità di reagire alla crisi in modo cooperativo, rafforzando la costruzione con alcuni elementi strutturali senza i quali essa mostra la propria fragilità. La crisi farebbe allora compiere un passo avanti all’integrazione. Non sarebbe la prima volta. Senza le gravi crisi valutarie del passato, i governi e le banche centrali non avrebbero mai trovato la forza per rinunciare alla «sovranità monetaria». E’ così, dalle crisi, che nacquero l’euro e la Banca Centrale Europea, senza i quali la crisi attuale avrebbe sull’Europa conseguenze ancora più pesanti. Il vertice di ieri a Parigi ha posto le premesse perche la Ue affronti la crisi in modo cooperativo, contrastando le tendenze alla disintegrazione. Il metodo comunitario, che ha valore sostanziale nella vita della Ue, è stato rispettato. I capi di governo dei quattro membri europei del G8 (Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna) non hanno preso decisioni, che spettano al Consiglio dei 27 Stati Membri, alla Commissione e alla Banca Centrale Europea (i cui presidenti hanno peraltro partecipato all'incontro).

I Quattro hanno però definito chiari orientamenti comuni che porteranno in Consiglio, nonché nelle sedi internazionali come il G8. La dichiarazione dei Quattro dovrebbe contribuire a rasserenare i risparmiatori e i mercati. I governi seguono la crisi con grande attenzione, assumono un atteggiamento proattivo e coordinato, sono pronti a intervenire con gli strumenti che hanno disposizione, intendono approntarne altri con urgenza. Fissano alcuni principi di fondo ai quali si atterranno e ai quali richiamano tutti i partners. Indicano una serie di iniziative concrete alle quali, con il loro peso, daranno impulso. Emerge un indirizzo chiaro in favore dell' integrazione. Si respingono possibili passi indietro, affermando la necessità di tenere conto, nel prendere decisioni sul piano nazionale, delle loro conseguenze sugli altri Stati membri. E si prospettano vari passi avanti nell'integrazione. Vanno in questa direzione, ad esempio, la creazione immediata di un collegio di supervisori per la vigilanza sulle istituzioni finanziarie transfrontaliere, la creazione di una cellula di crisi composta dai supervisori, dalle banche centrali e dai ministeri delle finanze, il coordinamento delle norme sulla sicurezza dei depositi.

Probabilmente occorrerà muovere più decisamente verso un'autorità europea di vigilanza, ma i passi sopra elencati rappresentano già innovazioni sulle quali sarebbe stato difficile trovare il consenso prima di questa crisi. Ci si sarebbe potuto aspettare che, data la gravità della crisi e le sue ripercussioni psicologiche, venissero messi profondamente in discussione due pilastri della costruzione comunitaria, vissuti spesso come costrizioni comunitarie anche in tempi non di crisi: il patto di stabilità e di crescita, presidio della moneta unica, e le norme sulla concorrenza e gli aiuti di Stato, presidio del mercato unico. Al riguardo, la dichiarazione dei Quattro appare equilibrata, tra le ragioni dell'eccezionalità del momento e quelle della tutela dell' unione economica e monetaria. «Nelle attuali circostanze eccezionali - dice la dichiarazione - sottolineiamo la necessità che la Commissione continui ad agire rapidamente e a dare prova di flessibilità nelle sue decisioni in materia di aiuti di Stato, pur salvaguardando i principi del mercato unico e del regime sugli aiuti di Stato. (...)"

Un possibile percorso per la UE, di Lorenzo Bini Smaghi (Corriere della Sera, 3 ottobre)


Domenico Siniscalco sulla Stampa ci spiega i rischi di questa congiuntura: "(...) In questa situazione l’Europa ha deciso che è necessario scongiurare alcuni rischi che già si profilano con chiarezza. Il primo rischio, quantitativamente più importante, è rappresentato da una spirale negativa tra carenza di liquidità, stretta del credito, minori investimenti, produzione e consumi. Un circolo vizioso tipico delle crisi finanziarie, con l’aggravante che in questo caso, anche per via dei mercati finanziari globali, il fenomeno è appunto globale. Se questa spirale non verrà bloccata, la crisi finirà per alimentare se stessa come era accaduto negli Anni Trenta. Al di là della recessione, il secondo rischio, più insidioso e potenzialmente devastante, è rappresentato dalla mancanza di fiducia a tutti i livelli: banche, investitori, risparmiatori, imprese. Il sistema finanziario, come è noto, è basato sulla fiducia. Senza fiducia tutto si blocca. L’ultimo rischio, di carattere politico-istituzionale, è rappresentato da una risposta frammentata e incerta dei governi e dei poteri pubblici. (...)"

Barbara Spinelli sulla Stampa, contro l'uso "emergenziale" della crisi per ridurre gli spazi di discussione nelle democrazie: "(...) John McCain, candidato alla presidenza Usa, voleva addirittura sospendere la democrazia e interrompere la competizione con Obama, a causa della frana finanziaria. Fare le due cose insieme ­ salvare l’economia e preservare il conflitto che della vita democratica è il sale ­ sembra impresa non solo difficile ma inopinata. Dichiarazioni simili sono singolari perché del tutto prive di memoria: le crisi economiche, a cominciare dal grande crollo del 1929 e dal successivo decennio di depressione, hanno inaugurato epoche in cui le istituzioni liberali hanno più vacillato, in alcuni casi naufragando. Gli Stati veramente liberali non hanno mai cessato di funzionare, uscendone invece rafforzati. Non è dunque ozioso discutere sui rischi di regime, in presenza della scossa finanziaria, per il semplice fatto che gli esecutivi tendono a irrigidirsi, in queste circostanze. Certe volte non si sa neppure bene cosa venga prima: se l’emergenza vera, o l’uso antidemocratico del discorso emergenziale. Il ricorso a vocaboli catastrofici come tsunami è significativo: l’inondazione è come un’orda che irrefrenabile avanza. S’apparenta alla guerra, e in guerra non c’è spazio per gli ingredienti liberali classici: separazione dei poteri, controllo dell’esecutivo e decentramento decisionale, indipendenza della giustizia, rispetto della Costituzione e della legalità, critica esercitata dai giornali. L’esempio della repubblica di Weimar è tra i più istruttivi.(...)"

Oscar Giannino spiega perché non farsi prendere dal panico




permalink | inviato da franzmaria il 5/10/2008 alle 22:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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