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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
L'equazione Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


29-12-2008 - di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente
 
L’impressione generale è che lo Stato ebraico sia stato indotto all’offensiva in atto da una consapevole scelta di Hamas, che ha dichiarato decaduta la tregua stipulata sei mesi fa grazie alla mediazione egiziana (anche se la prima violazione era avvenuta da parte israeliana alcuni giorni prima della scadenza del 20 dicembre, con il bombardamento di un tunnel in costruzione, che aveva ucciso tre militanti palestinesi). L’organizzazione islamica (che forse aveva sottovalutato l’efficacia della possibile reazione israeliana), nell’ultima settimana ha lanciato sulle città israeliane di confine oltre trecento razzi e missili di varia portata, fino ad una distanza di circa 50 chilometri. Nell’ultimo anno, il totale dei razzi lanciati su Israele supera i 3000, anche se in generale essi sono piombati in aperta campagna, provocando più che altro molta paura, con pochi danni e poche vittime, contrariamente ai bombardamenti israeliani di questi giorni.

E’ evidente tuttavia che il Governo di Gerusalemme non poteva reggere a lungo una situazione del genere, anche in vista delle prossime elezioni politiche del 10 febbraio: i leader di Kadima e del Likud avevano ripetutamente attaccato il Ministro della Difesa e leader del Labour, Ehud Barak, per la  sua inazione, affermando che la situazione si era fatta intollerabile.

Ma Barak ha preferito preparare con calma la sua offensiva, utilizzando a fondo i sei mesi della tregua e selezionando accuratamente i suoi obbiettivi, anche attraverso una approfondita azione di intelligence, in modo da sorprendere per quanto possibile Hamas, infliggendogli il colpo più doloroso. I morti si avvicinano, nel momento in cui scriviamo, ai 300, e tra di loro molte sono certamente le vittime civili, per quanto accurata sia stata la scelta dei bersagli, spesso situati nelle zone più popolate: è quindi praticamente impossibile evitare, per usare l’angosciante eufemismo israeliano, “danni collaterali”.
Hamas ha naturalmente minacciato ritorsioni, e la ripresa degli attentati suicidi, chiamando i palestinesi alla “terza intifada”.

Intanto truppe e mezzi corazzati israeliani sono ammassati sul confine, non si capisce se per esercitare una pressione psicologica o per preannunciare una prossima operazione di terra, tesa a ripulire la fascia di confine da cui sono lanciati i razzi: ma si dovrebbe trattare in ogni caso,  probabilmente, di una operazione limitata nel tempo. Tutto vuole Israele salvo che ritrovarsi di nuovo impantanato in una situazione simile a quella dell’ultima guerra in Libano. Proprio quella esperienza ha dimostrato d’altronde che, limitandosi ad attacchi dall’aria, non si riesce a bloccare il lancio di missili contro Israele, ma anche che una azione di terra di portata limitata avrebbe solo effetti temporanei: una volta ritirate le truppe israeliane le rampe di lancio sarebbero rapidamente ripristinate.

Lo stesso obbiettivo, annunciato da alcuni dei leader ebraici, di arrivare a cancellare il controllo di Hamas su Gaza, abbattendone il Governo, appare non molto credibile: gli israeliani non vogliono arrivare ad una rioccupazione permanente della Striscia, che causerebbe loro forti perdite e costi altissimi, finendo per addossare loro la responsabilità civile del milione e mezzo di abitanti palestinesi. E d’altra parte sarebbe arduo, anche per Abu Mazen, arrivare a ripristinare la sua autorità sulla Striscia al seguito dell’esercito occupante.

Qui sta il punto: quali sono gli scopi effettivi che l’offensiva si propone, al di là della volontà di bloccare il lancio dei razzi, impartendo una lezione alle organizzazioni islamiche e ai militanti che li lanciano, e restituire pace e sicurezza alla parte meridionale del paese?

Quello che Hamas voleva, con la scelta di mettere sotto pressione Israele, è chiaro: ripristinare la tregua a condizioni più vantaggiose, garantendo una apertura dei valichi di frontiera meno aleatoria, in grado di assicurare il rifornimento costante della Striscia e della sua popolazione oramai esausta; concludere la trattativa per la liberazione del soldato israeliano Shalit, con il rilascio di un forte numero di prigionieri palestinesi, scelti tra i più rappresentativi; estendere la tregua anche alla Cisgiordania, dove i suoi militanti sono sotto la doppia pressione di Israele e delle forze di sicurezza dell’ANP. Si tratta, va detto, di punti già presenti nell’accordo di giugno, e di cui solo il primo  era stata parzialmente implementato.

Più in generale, la organizzazione islamica si proponeva di tornare al centro dell’attenzione araba e internazionale (e vi è riuscita in pieno grazie alle scene angosciose da Gaza, trasmesse dalle TV di tutto il mondo ed in particolare dai grandi network arabi); e di indebolire ulteriormente Al Fatah, dipingendo Abu Mazen come un traditore connivente con il nemico. Non sono stati risparmiati neanche attacchi al Governo egiziano e allo stesso Mubarak, reo di aver ricevuto nei giorni precedenti il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, senza protestare per le sue dichiarazioni che preannunciavano l’attacco.

Ma Israele, cosa vuole davvero? Finito l’effetto iniziale dell’attacco, sarà necessario tornare a discutere di come rinnovare la tregua, e a quali condizioni: ora che entrambi hanno mostrato i muscoli, possono sedersi al tavolo della trattativa (se pur indiretta, attraverso la rinnovata mediazione egiziana) senza fare la figura del perdente. Un rituale che naturalmente non tiene conto del costo in vite umane, feriti e danni ingenti, e della enorme angoscia che tutto questo rituale di guerra ha causato nelle due popolazioni.

Probabilmente, si renderà necessario anche un intervento internazionale: già il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è pronunciato, pur senza la necessaria forza, per una sospensione di tutte le attività militari, ed è probabile che nei prossimi giorni l’intervento si faccia più incisivo.

Anche l’Europa deve far sentire di più la sua voce, e sia Bush che Obama possono esercitare la loro influenza moderatrice su Israele, così come gli Stati arabi moderati, a partire dall’Egitto e l’Arabia Saudita, su Hamas.

La condizione essenziale perché si torni alla tregua è che alla popolazione civile di Gaza venga assicurato un flusso costante di rifornimenti, riaprendo i valichi: su questo Hamas può difficilmente cedere. Lo stesso scambio tra Shalit e i prigionieri  palestinesi tornerebbe in quel caso nuovamente perseguibile.

Potrebbe probabilmente essere invece rinviata ad una fase successiva l’estensione della tregua alla Cisgiordania, che Israele non vuole concedere perché teme che così l’organizzazione islamica possa rafforzarsi troppo, a scapito della vacillante autorità dell’ANP.

La riapertura dei valichi potrebbe d’altronde comportare, in prospettiva, una rinnovata e rafforzata presenza internazionale alle frontiere, dopo la troppo limitata esperienza delle forze EUBAM.

Non si può nascondere che il ripristino e il consolidamento della tregua comporterebbero un sostanziale rafforzamento di Hamas, rappresentando un riconoscimento di fatto del suo controllo su Gaza e della sua capacità di tenuta rispetto al lungo assedio internazionale e israeliano cui è stato sottoposto. Fattori questi già presenti nell’accordo di sei mesi fa, e che verrebbero ora ulteriormente sanciti e stabilizzati, indebolendo ulteriormente Abu Mazen e l’ANP. Questa è d’altronde la realtà delle cose, e non si può ignorarla più a lungo.

Più in generale, la possibilità di un rilancio del processo negoziale israelo-palestinese, cui può puntare il neo Presidente Obama dopo il suo insediamento a fine gennaio, non potrà prescindere dalla consapevolezza che i palestinesi non possono essere rappresentati esclusivamente da Al Fatah, e che il coinvolgimento di Hamas, anche in maniera indiretta, si rende indispensabile, se non si vuole che i possibili accordi da raggiungere, con tutti i sacrifici che essi comporteranno per Israele, siano scritti sulla sabbia, e vengano rimessi in discussione il giorno dopo la loro firma.

Ciò richiede da parte della Comunità internazionale e dello stesso Israele una azione volta a favorire, e non a scoraggiare come in tutti questi anni, il raggiungimento di un nuovo accordo interpalestinese, senza dimenticare il versante siriano, che non può certo essere trascurato se la pace la si vuole fare davvero. Un approccio inclusivo, e non esclusivo e basato su prevalenti pregiudiziali ideologiche quale è quello che ha caratterizzato la presidenza Bush.


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Il risveglio della Germania
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


30/12/2008 - LaStampa - VITTORIO EMANUELE PARSI

E'un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio» e la responsabilità dell'attacco israeliano a Gaza è «chiaramente ed esclusivamente» di Hamas, che ha unilateralmente «rotto gli accordi per il cessate-il-fuoco» e dato avvio a un «continuo lancio di razzi in territorio israeliano». Per il momento in cui arrivano, a 48 ore dall'inizio del durissimo esercizio di autodifesa messo in atto dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni attribuite alla cancelliera Angela Merkel dal suo portavoce sono politicamente molto pesanti.

Sono pesanti anche per l'appoggio oggettivo che forniscono a Mubarak e Abu Mazen. Ma sono ancora più significative perché, nel ribadire il pieno sostegno tedesco a Israele, rompono le modalità felpate con cui tradizionalmente la diplomazia tedesca era usa muoversi nella regione. Sembra quasi che, dopo un lungo periodo di sonno, la Cancelliera abbia deciso di scegliere un momento e un tema cruciali per sancire il ritorno della Germania sulla scena della grande politica estera. (...)

Ora, al crepuscolo di un semestre di presidenza francese tanto attivista quanto alla fine, purtroppo, poco concludente (si pensi alle modalità suicide con cui Parigi ha gestito il lancio di un'iniziativa pur cruciale e strategica come l'Unione Euro-Mediterranea), la Germania sembra volersi candidare a riassumere quel ruolo guida, senza il quale la politica estera dell'intera Unione resterebbe un mero esercizio retorico. Il fatto è stato immediatamente colto in Francia, e non proprio benevolmente, si direbbe. (...)

Si direbbe però che Merkel stia guardando più lontano, oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia deciso di «supplire» temporaneamente, almeno in termini di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la «latitanza di Washington», destinata a durare fino all'insediamento della nuova amministrazione. Il segnale mandato a Obama e al suo segretario di Stato Hillary Clinton, sembra indicare che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio Oriente: spazzando innanzitutto il campo da quelle differenze di sfumature che spesso si sono prestate a qualche ambiguità, a cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di quel «terzetto» europeo incaricato di cercare di stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra Usa e Iran sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno «cerchiobottista» a Gaza potrebbe, contemporaneamente, trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a Teheran che giocare la carta di una possibile spaccatura occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione.

L'attacco di Israele contro Hamas a Gaza
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 dicembre 2008


L'intervista di Tzipi Livni al TG1

La cartina dell'attacco dal sito di Limes


Arrigo Levi sulla Stampa del 28 dicembre 2008 - La minaccia dell'Iran
 

(...) Nello storico confronto in atto, nel mondo arabo-islamico, tra fondamentalisti e modernizzatori, Hamas rappresenta, agli occhi dei governi arabi, un ostacolo a una pace generale, e quindi un pericolo per la loro stessa sopravvivenza. Si aggiunga che nella West Bank, controllata dal governo palestinese moderato di Abu Mazen, la situazione economica e politica è in netto miglioramento, la presenza israeliana sempre meno ossessiva. Il confronto con le condizioni drammatiche di Gaza, conquistata da Hamas con una violenza sanguinaria che gli eredi di Arafat a Ramallah non perdonano, diventava per Hamas intollerabile.

Così, le pur forti pressioni esercitate dall’Egitto su Hamas, per invitarlo alla moderazione, non hanno avuto successo. La denuncia della tregua e la ripresa dei lanci dei missili sulle cittadine del Sud d’Israele, a rischio di colpire «per errore» un villaggio arabo al di qua della frontiera (se due bambini arabi rimanevano uccisi, erano comunque destinati alla gloria dei martiri), era prevedibile e prevista. Altrettanto prevista, chiaramente utile a Hamas, ma inevitabile con le elezioni a febbraio, era una rappresaglia israeliana. Fin dove si spingerà non sappiamo. Sappiamo che un giuoco perverso di azioni e reazioni rischia di vanificare gli elementi positivi che abbiamo elencato: non per eccessivo ottimismo, ma per rispetto della realtà del quadro politico generale. Difficile dire chi possa fare qualcosa, e che cosa, per interrompere il «war game» che si è rimesso in moto. Sperare in Obama? Ma è ancora alle Hawaii.

L'analisi di Guido Olimpio sul sito del Corriere - 28 dicembre 2008

(...) LE PROSSIME TAPPE - In questa fase si possono segnalare i seguenti punti.
1) Israele ha iniziato ad ammassare forze terrestri attorno alla Striscia ed ha annunciato un richiamo di riservisti. Chiare indicazioni della volontà di «entrare» a Gaza con blindati e fanteria
2) I palestinesi continuano con i lanci di razzi e, se riusciranno, cercheranno di colpire con gli attentatori suicidi.
3) Verrà intensificata da parte israeliana la caccia «agli uomini dei missili» palestinesi. E’ tuttavia possibile che Hamas, imitando l’Hezbollah, abbia costituito cellule autonome di lanciatori. Una tattica facilitata dalle caratteristiche tecniche degli ordigni. Quasi rudimentali, sono facili da usare, si nascondono bene.
4) Israele ha effettuato un buon numero di incursioni per neutralizzare una quarantina di tunnel al confine tra Gaza ed Egitto. Sono la linea logistica vitale per Hamas. Attraverso le gallerie passa di tutto: dai consiglieri iraniani alle armi. Se si taglia questa «vena» per i palestinesi sarà ancora più dura e non resterà che la via del mare anche se i controlli israeliani la rendono ardua da percorrere.
5) E’ probabile che l’eliminazione di alcuni capi militari palestinesi sia seguita dall’uccisione di quadri politici. Un modo per accrescere le difficoltà del movimento. Non bisogna dimenticare che la leadership di Hamas non è compatta e sono note le rivalità tra i capi che risiedono all’estero (Siria, Iran, Libano) e quelli che vivono sotto le bombe a Gaza.
(...)

Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 28 dicembre 2008 - I disperati della Striscia e le mire dell'Iran

(...) Ma il mondo forse sottovaluta il nefasto potenziale offensivo di Hamas, sempre meno partito politico e sempre più organizzazione terroristica, che ora minaccia una nuova campagna di attentati suicidi; sempre meno preoccupata per i problemi del popolo palestinese e per le quotidiane sofferenze degli abitanti di Gaza, e sempre più espressione di ciniche volontà esterne ai suoi confini, in particolare delle mire espansionistiche e aggressive degli ayatollah sciiti di Teheran. Se le emozioni, accese dalle immagini dei bombardamenti e dalle conseguenze su una popolazione stremata proprio a causa della feroce ostinazione di Hamas, si intensificano, non si possono sottovalutare né dimenticare le ragioni di quanto sta accadendo. La tracotanza degli estremisti islamici ha sfibrato il legittimo potere istituzionale dei palestinesi laici, guidati da Abu Mazen. Al punto che le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere il 9 gennaio, alla scadenza naturale del mandato, sono state rinviate sine die. Non esistono infatti le condizioni perché il popolo della Palestina possa esprimere democraticamente la propria volontà politica.

Il voto, in questa cornice drammatica, diventerebbe un'occasione per moltiplicare le violenze dello scontro, ormai fatale, tra chi crede nel dialogo con la controparte israeliana, e chi vi si oppone, pronto al ricatto terroristico. Illuminanti non sono soltanto le manifestazioni di sostegno ad Hamas che si stanno moltiplicando nei campi-profughi palestinesi del Libano, ma l'atteggiamento dell'Hezbollah, punta avanzata dell'Iran a Beirut, quindi sul Mediterraneo. Hezbollah non minaccia soltanto Israele, ma si scaglia velenosamente contro i regimi arabi moderati, accusandoli di tradimento. Primo obiettivo l'Egitto, che da sempre cerca un'impossibile mediazione tra il laico Fatah e gli integralisti di Hamas, seguito dall'Arabia Saudita e dalla Giordania. Tutto questo dimostra che il vero obiettivo, da conseguire ad ogni costo sulla pelle dei disperati di Gaza, è la lotta per il potere tra i baldanzosi sciiti, resi più forti dalla guerra all'Iraq, che puntano a radicalizzare lo scontro fino alle più estreme conseguenze, utilizzando cinicamente sia Hezbollah sia Hamas, e i sunniti, che rappresentano la stragrande maggioranza del popolo arabo. In attesa dei primi passi del presidente americano Barack Obama, crescono le incognite anche sulle elezioni israeliane, che si terranno il 10 febbraio. (...)

Fabio Nicolucci sul Riformista del 28 gennaio 2008

(...)Perfettamente cosciente di questa impotenza e dunque della propria centralità politica, come del fatto che essa viene rilanciata dall’incrudelirsi dello scontro militare, Hamas mira così a mantenere il possesso dell’agenda in un anno cruciale come il 2009, che vedrà il 9 gennaio la scadenza del mandato di Abu Mazen da Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e il 10 febbraio le elezioni politiche israeliane. Oltre che elezioni in Iraq, Iran e Libano. Come probabilmente previsto da Hamas, proprio il fatto di trovarsi praticamente già in campagna elettorale ha infatti costretto il governo israeliano a mutare la decisione presa all’inizio della crisi da Barak, Olmert e Tizpi Livni, di esercitare il massimo di controllo possibile e di evitare una reazione su larga scala dalle imprevedibili conseguenze, dando così il via ad una lotta per il migliore posizionamento politico che inevitabilmente sotto elezioni diviene quello di chi ha la mano più vicina al grilletto. Una lotta fatta a spese della realtà militare che ha molto irritato lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano, la cui cautela e prudenza intessuta di realismo è finita quasi per essere dipinta come codardia dai politici più estremi e spregiudicati di tutto lo spettro politico ma soprattutto di destra.(...)

Dal sito di Haaretz

Define the objectives in Gaza

With Gaza raid, Barak is back in the political ring

Recessione inevitabile e difesa del mercato
post pubblicato in Idee, il 28 dicembre 2008


di Innocenzo Cipolletta, dal Sole24Ore del 28 dicembre 2008

Come è nata la recessione che sembra devastare l'economia mondiale? Molti hanno puntato il dito contro i regolatori, incapaci di controllare le banche che avrebbero dato il via alla crisi sistemica. Altrettanti hanno messo in evidenza i limiti dei politici, che hanno spinto l'economia al massimo senza rendersi conto degli squilibri che stavano determinando. C'è chi se l'è presa con l'avidità dei banchieri o dei petrolieri, o ha sottolineato i rischi generati dai fondi sovrani. O chi ha accusato economisti, politici e politologi di non aver saputo prevedere e prevenire la crisi, malgrado fosse stata annunciata da molti.

In realtà questa recessione viene da lontano e ha le sue origini proprio nel successo della politica economica degli ultimi decenni. Non è un paradosso, ma la crisi nasce dopo un periodo relativamente lungo di crescita economica mondiale, sostenuta e senza inflazione. Questo periodo è stato il frutto dei molti interventi di politica economica e delle riforme avviate per sconfiggere un male che aveva contaminato tutti i Paesi dopo il primo shock petrolifero, nel 1973. Quel male si chiamava stagflazione ed era una combinazione di crescita bassa e alta inflazione, esattamente l'opposto di quanto avvenuto ora.
Le cause della stagflazione erano state individuate, secondo le analisi di quegli anni, nella eccessiva rigidità dei mercati che non riuscivano ad adattarsi rapidamente a shock di offerta, come era stato il quadruplicamento del prezzo del petrolio dopo l'embargo alle esportazioni deciso dall'Opec per protestare contro la vittoria israeliana alla guerra del Kippur (autunno 1973).

La cura contro la stagflazione fu la libertà dei cambi delle monete, l'introduzione di misure di flessibilità nel mercato del lavoro, la deregolamentazione dei mercati, la privatizzazione delle imprese pubbliche, l'apertura dei mercati alla concorrenza interna e internazionale, la messa al bando degli aiuti pubblici alle imprese, la supremazia dei regolatori del mercato rispetto ai politici, l'uscita della politica dall'economia e tante altre riforme che hanno caratterizzato gli ultimi anni del secolo scorso.
(...)

Ora, per tentare di contrastare la recessione, invece di correggere gli eccessi e di riscrivere alcune regole dei mercati per salvaguardare le riforme che ci hanno fatto crescere, sta emergendo una nuova teoria economica, opposta a quella delle liberalizzazioni. Una teoria che rispolvera il cosiddetto pragmatismo piuttosto che il rispetto di alcuni principi, la discrezionalità della politica rispetto all'osservanza delle regole, la difesa degli interessi nazionali rispetto alle aspirazioni di libertà, la chiusura dei mercati rispetto al loro corretto funzionamento, il sostegno indiscriminato alla domanda interna invece dell'edificazione delle regole per far funzionare meglio i mercati.

C'è il rischio che, ancora una volta, di fronte a problemi che sembrano presentarsi per la prima volta, si faccia un completo dietrofront che finisce, alla lunga per provocare più danni dei benefici attesi, cancellando gli enormi progressi fatti dopo la prima crisi da petrolio.
La recessione, che interesserà tutto il 2009, servirà a riequilibrare i mercati. Essa non può e non deve essere evitata. Si tratta solo di attenuarne i riflessi, adeguando gli ammortizzatori sociali per difendere i redditi di quanti perderanno il lavoro, favorendo una crescita delle infrastrutture per migliorare il livello dei servizi ai cittadini, ricostruendo regole di sorveglianza dei mercati là dove esse si sono palesate manchevoli. Se non chiuderemo i nostri mercati e se manterremo la politica fuori della gestione corrente dell'economia, allora la recessione potrà essere soltanto un episodio previsto, come ce ne sono stati tanti, anche più pesanti dell'attuale, nel corso degli ultimi sessant'anni.

Obama e Clinton alla prova del mondo
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


Segnalo dal sito di LIMES:

Con la nomina di Hillary Clinton a segretario di Stato, del gen. James Jones a consigliere per la Sicurezza, e la conferma di Robert Gates al Pentagono è completa la squadra che gestirà la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni, sotto la direzione del presidente Obama.
Nelle quattro videocarte di Limes le principali sfide di politica internazionale (e non solo) di fronte a Obama e la sua squadra.

Obama, il presidente alla prova del mondo
Usa-Cina, e la partita del debito
Usa - Iran, diavolo o acqua santa?
EuRussia, l'incubo di Obama


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India - La strage di Mumbai e la questione del Kashmir
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


da AffarInternazionali - 01/12/2008

di Eva Pföstl - direttore di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”
 
Tra le informazioni lasciate filtrare dalla polizia indiana (ma ancora incontrollate) c’è quella che il terrorista arrestato a Mumbai, nel corso della recente strage, sarebbe stato addestrato dal Laskar-e-taiba, formazione militare terroristica vicina ad al-Qaida, con il suo centro operativo nel Kashmir pachistano. Benché questo gruppo condivida con altri movimenti “jiahdisti” l’obiettivo strategico di instaurare un governo religioso fondamentalista in Pakistan, la sua particolarità è quella di essere anche legato alla guerriglia anti-indiana nella regione contesa del Kashmir.

Banco di prova per Usa e Ue
Avviene così che la strage di Mumbai finisca per porre all’Unione europea, a Obama e al suo futuro segretario di Stato Hillary Clinton una priorità che il consigliere del neo presidente per le politiche di sicurezza nel sud-est asiatico, Bruce Ridel, aveva già individuato: disinnescare la questione del Kashmir e con essa quella dei rapporti tra musulmani e induisti in una regione strategicamente vitale.

Sotto il profilo giuridico e politico il conflitto del Kashmir – occorre aggiungere lo Jammu, regione gemella del Kashmir indiano, perché oramai pienamente coinvolta nella guerriglia - è uno dei più complicati. Dal 1947 a oggi sono all'incirca quaranta le proposte ufficialmente avanzate per uscire dal pantano del Kashmir, ma nessuna ha ottenuto il consenso di tutte le parti in causa. (... continua sul sito AffarInternazionali)


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NEPAL - Donne musulmane in piazza contro il “talak”, il divorzio islamico
post pubblicato in Persone, il 1 dicembre 2008


dal Sito AsiaNews -- 01/12/2008 10:30  - di Kalpit Parajuli

Centinaia di donne musulmane divorziate chiedono uguali diritti degli uomini. Due giorni di manifestazioni contro il “talak”. Il divorzio musulmano permette al marito di ripudiare la moglie cacciandola di casa senza la garanzia di alcun sostentamento. Nella città di Nepalagunj sono 236 i casi. Le donne sono ridotte in povertà, molte tornano alle famiglie di origine, alcune finiscono per prostituirsi.

Kathmandu (AsiaNews) – Due giorni di proteste contro il Talak, il divorzio islamico. Il 26 e 27 novembre le strade della città di Nepalagunj, nel Nepal occidentale, hanno visto sfilare 465 donne musulmane, attivisti per i diritti umani ed un centinaio di uomini, anch'essi musulmani. I dimostranti chiedono l’immediato risarcimento per le donne divorziate ed uguali diritti sui beni e le proprietà per marito e moglie. Molte donne musulmane raccontano di aver vissuto nella miseria dopo il divorzio, che le ha lasciate a mani vuote. Alcune spiegano che l’unico modo per sopravvivere è quello di ritornare alle famiglie d’origine o affidarsi al sostegno delle organizzazioni per i diritti umani.
 
Sima Khan, presidente della Muslim Federation for Awareness e tra le organizzatrici della manifestazione, spiega che “gli uomini musulmani danno il talak alle loro mogli, ma non pensano mai a loro. Queste donne non ricevono nessuno dei beni dei mariti né alcun sussidio da loro. Questo ha incrementato il numero di divorzi nella comunità musulmana. Dobbiamo stabilire uguali diritti per queste donne”. (...continua sul sito AsiaNews)


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Mons. Sako: incentivare l’esodo dei cristiani è un danno per tutto l’Iraq
post pubblicato in Cristiani, il 1 dicembre 2008


L’Unione Europea ha annunciato di voler accogliere fino a 10mila profughi iracheni, in esilio in Siria e Giordania. L’arcivescovo di Kirkuk si dice contrario a una fuga di massa dei cristiani dalla loro terra d’origine e denuncia l’assenza di una leadership politica che promuova l’unità. Andarsene implica “tradire il senso del messaggio cristiano”.

Kirkuk (AsiaNews) – Accogliere i rifugiati è doveroso, ma ancora più importante è “eliminare le cause alla base della fuga” e permettere alle persone di “vivere in pace e armonia nella loro terra”. È il senso del messaggio che mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, lancia attraverso AsiaNews sulla questione dei profughi iracheni.

Il 27 novembre l’Unione Europea ha annunciato di essere pronta ad accogliere fino a 10mila rifugiati iracheni, la maggior parte dei quali vive in esilio in Siria e Giordania, in mezzo a stenti e sofferenze. “Fare una sanatoria di questo genere – continua mons. Sako – è come dire ai cristiani di fuggire, di andarsene via dall’Iraq. Oggi 10mila, domani altri 10mila fino al giorno in cui il Paese non si svuoterà della presenza cristiana”. Il prelato ribadisce che non ci si può limitare “ad accogliere i rifugiati”, ma bisogna predisporre “tutte le iniziative necessarie per favorirne la permanenza”.  (... continua sul sito AsiaNews)


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