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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Nessuno Stato, nessuna religione, nessun decreto potrà disporre della mia vita, se io non lo desidero.
post pubblicato in Persone, il 18 febbraio 2009


Caro Direttore,

io non rispetterò il decreto «fine vita» con cui destra e sinistra stanno decidendo a chi apparterrà la nostra vita. Se passa questa legge unica al mondo, cioè, questo testamento biologico che non prevede la facoltà di sospendere alimentazione e idratazione, potrebbe capitare che io finisca in galera per ciò che i legislatori chiameranno omicidio. Forse non è chiaro a tutti: oggi, da lucidi, abbiamo facoltà di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario come per esempio un intervento chirurgico, una trasfusione di sangue, e così pure una dialisi, un’idratazione o una nutrizione; nessuno, cioè, può imporci un trattamento di sostegno o terapeutico che sia.

Ma ecco: la nuova legge (ripeto: unica al mondo) prevede che questa nostra facoltà, questa nostra vita, non ci apparterrà più dal preciso momento in cui perderemo conoscenza.
Non conterà quello che sino a quel giorno avremo detto o messo per iscritto: conterà solo una legge e uno Stato che disporranno di noi. Stiamo parlando della vita mia e delle persone a me care: e se queste dovessero chiedermelo, se dovessero preventivamente chiedermi di interrompere una vita artificiale che superasse ciò che la natura ha previsto per loro, io farò come in Italia si fa di nascosto da anni. Non avrò scelta. E andrà come andrà. Ma nessuno Stato, nessuna religione, nessun decreto potrà disporre della mia vita, se io non lo desidero.

Filippo Facci, Il Giornale 11 febbraio 2009
(tratto dal sito della Federazione dei Liberali)

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permalink | inviato da franzmaria il 18/2/2009 alle 22:58 | Versione per la stampa
"Noi dobbiamo accompagnare non accanirci"
post pubblicato in Mondi e Scienze, il 16 febbraio 2009


"Io isolato? Macchè. Tanti hanno chiamato, da Amato a Pollastrini"
Intervista ad Ignazio Marino, da Corriere della Sera del 16 febbraio 2009, pag. 6
(testo intero reperibile sul sito dei Radicali, ovvero sul sito di Ignazio Marino)

di Margherita De Bac

«Isolato? Deluso? Macché. Io vado avanti. Per me la politica è passione. Significa riuscire a realizzare dei progetti utilizzando la propria competenza. Quindi non mi fermo. D`altra parte lasciare adesso sarebbe sbagliato. Ritengo che ci sia molto bisogno di gente come me. Di tecnici». (...)
Però quest`idea sul referendum le ha creato non pochi guai. Attaccato da tutti nel centrosinistra. Marini dice è una trovata da scienziato. Come dire che lei non sa fare il politico. Si sente isolato?
«Affatto. Il mio compito è portare avanti le idee. Inoltre sono stato male interpretato. Da chirurgo di fronte a una situazione critica io sono solito definire un piano A e un piano B. In questo caso il piano A, al quale non rinuncio, è correggere il testo della legge, molto deficitario. Se l`operazione non riesce, passiamo al piano B, il referendum, strumento che la Costituzione ci mette a disposizione».
(...)
Perché non torna a fare il chirurgo a tempo pieno, non ne ha piene le scatole della politica?
«Me lo chiedono un giorno sì e l`altro pure di tornare solo a operare. Ma io sono molto soddisfatto di quello che sto facendo qui in Italia. In finanziaria è stato inserito il mio emendamento per il risarcimenti ai danneggiati di sangue infetto. E` un modo molto efficace di assistere i malati no?».
Dove hanno origine le sue certezze sul testamento biologico che, secondo lei, deve dare piena libertà di scelta alla persona e dargli facoltà di rinunciare a ogni cura?
«Hanno origine nella mia esperienza professionale. Pensi, c`è chi mi considera vicino a posizione eutanasiche, soltanto perché sabato scorso sono andato a un convegno dei radicali, e invece nell`ambiente medico vengo giudicato fin troppo rispettoso della vita. Ho lottato perla vita dei miei pazienti anche quando non c`era niente da fare. I colleghi mi dicevano dai Ignazio ora basta e leggevo nei loro occhi l`accusa di accanimento terapeutico».
Racconti, allora...
«Ricordo una donna in coma epatico che decisi di trapiantare di fegato per la seconda volta. Il primo trapianto era andato male. Stava morendo, ì miei collaboratori mi dicevano, lasciamola andare. Andai avanti. Dopo alcuni mesi di terapia intensiva il giorno di Natale quella donna baciò suo figlio».
Come si concilia il comportamento del chirurgo Marino con quello del senatore Marino che si batte per rimettere in mano al paziente le decisioni, tutte le decisioni, sul fine vita?
«Proprio perché sono a contatto con dolore a sofferenza credo che il medico, una volta compiuti tutti gli sforzi, debba accettare le richieste del malato. Noi dobbiamo accompagnare non accanirci».

Italia - Libia, sarà nuovo partenariato?
post pubblicato in Comunità, il 16 febbraio 2009


Luci e ombre del Trattato tra Italia e Libia, di Natalino Ronzitti* (AffarInternazionali, 08/02/2009)

*professore ordinario di Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali


Il 3 febbraio il Senato ha definitivamente approvato il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato tra Italia e Libia di “Amicizia, partenariato e cooperazione” firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 da Berlusconi e Gheddafi. Il Trattato, a lungo tenuto nel cassetto, aveva scatenato la fantasia dei commentatori. Qualcuno aveva ipotizzato che vi fossero clausole segrete; altri che esso contenesse un patto di non aggressione, incompatibile con la nostra partecipazione alla Nato. Niente di tutto questo. La verità è più prosaica. Il Trattato comporta oneri non indifferenti per l’Italia e si è preferito reperire la copertura finanziaria, prima di renderlo pubblico. Ora che l’iter parlamentare è stato concluso, il Presidente della Repubblica può procedere alla ratifica.(...)

La lunga ricerca dell’accordo
I rapporti con la Libia non sono mai stati facili, sia per il retaggio coloniale sia per la quarantena imposta ai libici dagli occidentali. Dopo l’avvento al potere di Gheddafi, gli italiani furono cacciati e le loro proprietà confiscate. Tuttavia i rapporti commerciali continuarono grazie all’Eni, la cui presenza non si è mai interrotta, neppure quando la Libia è stata oggetto di sanzioni internazionali. Senza dimenticare gli investimenti libici nella Fiat.
(...)
La normalizzazione dei rapporti italo-libici è stata preceduta, prima della conclusione del Trattato di Bengasi, da numerosi accordi bilaterali, che tuttavia lasciavano irrisolte molte questioni: dalle pretese libiche alla riparazione dei danni del colonialismo ai crediti delle imprese italiane per opere mai pagate. Per non parlare del delicato capitolo del contrasto all’immigrazione clandestina, disciplinato da due Protocolli del 29 dicembre 2007, rimasti inattuati. Mancava però un accordo quadro di riferimento.

Le ambizioni del nuovo Trattato
Il Trattato del 2008 è un documento ambizioso, dove si sottolinea il rapporto “speciale e privilegiato”, che i due paesi intendono sviluppare, senza dimenticare il ruolo che essi perseguono, rispettivamente, nell’Ue e nell’Unione africana. Il Trattato consta di tre parti: principi; chiusura del passato e dei contenziosi; partenariato. Durante la discussione parlamentare si è posto l’accento, relativamente alla prima parte, sui diritti dell’uomo e sulla compatibilità tra Nato e Trattato di Bengasi.
Il riferimento alla Carta delle Nazioni Unite ed alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dovrebbe consentire all’Italia di chiederne il rispetto. Tra l’altro la Libia è parte dei principali trattati internazionali in materia di diritti umani, ad eccezione della Convenzione sui rifugiati del 1951 (ma è parte della Convenzione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che contiene norme sul trattamento degli stranieri).
Quanto alla Nato, che ovviamente non è espressamente menzionata nell’accordo, si prevede che ciascuno dei due contraenti non consenta la commissione di atti ostili contro l’altro, a partire dal proprio territorio. La clausola ha per oggetto la commissione di atti che comportano la minaccia o l’uso della forza in contrasto con il diritto internazionale. Quindi una dimostrazione di protesta contro la Libia non è un “atto ostile”. Ma problemi possono sorgere, qualora, ad esempio, da basi navali in Italia la flotta Usa navighi nel Golfo della Sirte per rivendicare i diritti di libertà dell’alto mare.
La parte più onerosa del Trattato è la seconda, a chiusura del passato. L’Italia si impegna alla realizzazione di progetti infrastrutturali di base per 5 miliardi di dollari: un esborso annuale di 250 milioni di dollari per 20 anni, da reperire mediante un’addizionale dell’Ires a carico delle imprese operanti nel settore degli idrocarburi. La previsione del gettito non può essere matematica e dipende dalle condizioni di mercato, senza contare il pericolo di nazionalizzazione delle fonti energetiche già ventilata dalla Libia, a causa della caduta del prezzo del petrolio. L’esecuzione dei lavori verrà affidata ad imprese italiane, con fondi direttamente gestiti dall’Italia. Meno onerose, ma pur sempre a carico dell’Italia, sono talune “iniziative speciali”, come l’assegnazione di borse di studio o un programma di riabilitazione per lo scoppio di mine.(...)
La parte più ambiziosa del Trattato è quella relativa al partenariato, prevalentemente programmatica e senza stanziamento di risorse, tranne che per il contrasto all’immigrazione. La cooperazione investe molteplici settori: economico-industriale, energetico, difesa, non proliferazione e disarmo. Addirittura si ventila l’idea di fare del Mediterraneo una zona libera da armi di distruzione di massa. Le disposizioni di più immediata attuazione sono quelle relative al pattugliamento marittimo congiunto con motovedette messe a disposizione dall’Italia, ormai in via di attuazione, e al telerilevamento alle frontiere terrestri con apparecchiature per metà finanziate dall’Italia e per metà dall’Ue (ma non è concretizzato l’impegno di spesa). Questa parte del Trattato è quella che ha destato le più forti perplessità, sotto il profilo dei diritti umani, per la sorte degli immigrati respinti e lasciati in balia del deserto. La Libia non è parte della Convenzione del 1951 sui rifugiati, ma ha ratificato strumenti regionali e universali che tutelano i diritti umani Inoltre, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che non è giuridicamente vincolante, ma che la Libia s’impegna a rispettare, contiene disposizioni incisive, incluso il diritto di asilo. Il problema è sempre il solito: non basta ratificare i trattati, occorre rispettarli!(...)

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Israele: che fare?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 14 febbraio 2009


Israele. Il teatro delle ombre
di Janiki Cingoli, Centro Italiano per la pace in Madio Oriente 12-02-2009
    

L’inattesa vincitrice morale è certamente Tzipi Livni, con 28 seggi, contro i 27 di Netanyahu (resta però da scrutinare il voto di circa 200.000 militari), anche se le elezioni marcano uno spostamento a destra di Israele.

A favore della Livni ha giocato il suo essere donna, il suo viso relativamente nuovo. Ma ha giocato soprattutto la scelta per un voto utile, l’unico che potesse contrastare l’avanzata di Netanyahu. Persino un quotidiano di sinistra come Ha’aretz ha pubblicato un editoriale in suo favore. Ciò ha drenato voti alla sua sinistra, al Partito Laburista e al Meretz, che sono crollati ai minimi storici (rispettivamente 13 e 3). Si è trattato quindi di un travaso di voti all’interno del centro-sinistra, che tuttavia complessivamente è divenuto minoranza, con 55 seggi su 120. Ciò renderà difficile alla leader di Kadima la formazione di un governo da lei diretto.

Dal canto suo, il leader del Likud subisce un colpo ed esce ridimensionato nella sua figura. I voti gli sono stati sottratti dalla dura concorrenza di Yisrael Beiteinu, la formazione di estrema destra laica, espressione anche dell’elettorato russo, che ha raddoppiato i voti conquistando 15 seggi ed è divenuto l’ago della bilancia politica del Paese. Il suo capo ha condotto una campagna dai toni forti, in particolare contro la minoranza arabo-israeliana, accusata di slealtà verso lo Stato ebraico, assumendo talora connotati apertamente razzisti. Il suo approccio marcatamente laico ha d’altronde suscitato la condanna dello Shas, il Partito religioso sefardita alleato alla destra:  il Rabbino Ovadia Youssef ha parlato di voti dati a Lieberman come di voti dati a Satana, anche per arginare una possibile perdita di voti a suo favore.

Il leader del Likud dispone sulla carta di una maggioranza di 65 seggi, il cosiddetto blocco nazionale, ma deve fare i conti con la rivalità tra Shas e Yisrael Beiteinu, poco disposti a convivere, ed anche con il consistente gruppo di ultradestri che sono stati eletti nella sua stessa lista, e rischia così di restare ingabbiato sul terreno politico e diplomatico.

Una maggioranza di quel tipo, così pesantemente sbilanciato sull’estrema destra, lo porterebbe ad uno scontro con la nuova amministrazione americana, che ha fatto della soluzione del conflitto israelo-palestinese una delle sue prime priorità. La Livni potrebbe certamente garantire una maggiore sintonia con il presidente Obama.
Pertanto l’ipotesi di un governo di unità nazionale, fondato sui due partiti maggiori e forse con una presidenza a rotazione, come all’epoca dei governi Shamir-Peres negli anni ’80, non è da escludere, e non a caso è stata la prima proposta avanzata da Kadima. Altro discorso è la sua funzionalità: l’esperienza del passato mostra che, efficace per i problemi economici del Paese, un governo di quel tipo rischia di diventare paralizzante ai fini del processo di pace.

Mente sulla scena si svolgono i primi frenetici contatti per assicurarsi quella vittoria che le elezioni non hanno indicato con certezza, nella realtà sono in corso altri processi, in larga parte contradditori con le dichiarazioni pubbliche: è un po’ come nel teatro cinese delle ombre.
Olmert infatti, che resterà in carica per i 45 giorni previsti per la formazione del nuovo governo, sta portando avanti stringenti trattative indirette con Hamas, mediate dagli egiziani, per arrivare al rilascio del soldato rapito Shalit, in cambio di prigionieri palestinesi (si parla di 1400), tra cui molti responsabili di gravi e sanguinosi atti terroristici. Nello scambio entrerebbe anche Marwan Barghouti, il leader della seconda intifada condannato da Israele a cinque ergastoli, che potrebbe divenire il nuovo leader di Al Fatah, promuovendo altresì la ricomposizione interpalestinese.
Parallelamente, sembra questione di giorni la conclusione dei negoziati, mediati dal potente capo dell’intelligence egiziana Omar Suleiman, per una tregua di 18 mesi con Hamas, estendibile successivamente ad altri 18, legata alla riapertura dei valichi di Gaza. E’ un po’ come se nel gioco dell’oca della guerra, così drammatico, si fosse ritornati alla casella di partenza, prima dell’offensiva israeliana. Con Hamas che vede riconfermato il suo controllo sulla Striscia e la sua popolarità ancora accresciuta, a scapito di quel che resta di Abu Mazen.

E’ probabile che, al di là dei proclami, i nuovi leader eletti preferiscano che sia Olmert a sbrigare la faccenda, senza doversene occupare successivamente e garantendosi un periodo di calma alla frontiera Sud del Paese.

Infine, si deve considerare che è in atto un profondo processo di riassestamento di tutto il quadro politico e diplomatico regionale, principalmente su impulso del presidente Obama: gli Stati Uniti stanno per nominare un nuovo ambasciatore a Damasco, dopo tanti anni di rottura, ed anche Ahmadinejad, proprio in questi giorni, ha risposto positivamente alla proposta Usa di aprire contatti per stabilire un nuovo e più positivo tipo di relazioni. La stessa tradizionale alleanza israeliana con la Turchia ha subìto un duro colpo con la recente offensiva a Gaza, e comunque Erdogan aspira a svolgere un ruolo più dinamico e a tutto campo nell’area.

La questione è se la nuova leadership israeliana sarà in grado di misurarsi con questo processo da protagonista, o si limiterà a subirlo resistendovi e cercando di minimizzare i danni.

La destra fa bene a Israele
di ABRAHAM B. YEHOSHUA, da LaStampa del 14 febbraio 2009

Europei e americani interessati ai problemi del Medio Oriente non possono analizzare e comprendere i risultati delle ultime elezioni in Israele unicamente in base al solito criterio: sinistra opposta a destra, colombe che sostengono il processo di pace e la formula «due Stati per due popoli» contro falchi che lo osteggiano.

Più che in molti altri Paesi, infatti, in Israele i conflitti politici e ideologici non rispecchiano soltanto i rapporti di forza e i contrasti su opinioni e valori interni alla società israeliana, ma sono significativamente influenzati dalle posizioni e dall’atteggiamento degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare. Il successo della destra israeliana alle recenti elezioni è dunque anche dovuto all’aggressività di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano dopo il ritiro unilaterale da quelle zone operato dai governi di centro-sinistra. Ironicamente, si potrebbe affermare che queste organizzazioni terroristiche potrebbero reclamare un posto nella futura coalizione di Netanyahu per il «lavoro» svolto a suo favore negli ultimi anni. Sarebbe quindi un errore pensare che la svolta a destra dell’elettorato israeliano segni un ribaltamento ideologico. Tutto sommato è più questione di Stato d’animo che di ideologia.

Da 42 anni sono schierato a sinistra. Dalla guerra dei Sei giorni sostengo il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese entro i confini del 1967. Dalla metà degli Anni 70 riconosco gli esponenti dell’Olp come i rappresentanti del popolo palestinese e asserisco la necessità di condurre un negoziato di pace con loro a patto che riconoscano lo Stato di Israele.

Posso dunque testimoniare che l’intero sistema politico israeliano è in continuo e lento movimento verso le posizioni di pace della sinistra. Non dimentichiamo che fino a una decina di anni fa anche Tzipi Livni e molti esponenti di Kadima erano membri del Likud e sostenitori dell’ideologia del «Grande Israele» prima di moderare le loro convinzioni. E al di là delle sue posizioni razziste e nazionaliste anche «Israel Beitenu» di Avigdor Lieberman, partito sostanzialmente laico, è a favore di concessioni territoriali ai palestinesi, non tanto come riconoscimento dei loro diritti ma per limitare il loro numero entro i confini di Israele. Quindi, malgrado il rammarico e l’amarezza per la svolta a destra dell’elettorato israeliano, occorre capire che questo risultato è determinato più dall’umore della gente che da ferme convinzioni ideologiche.

Nel 2003 un nuovo partito denominato «Shinui», assertore di un’ideologia strenuamente antireligiosa, aveva ricevuto l’ampio sostegno degli elettori in un periodo in cui i ricatti politici dei partiti religiosi indisponevano molti di loro. Questo partito nel frattempo è sparito dal panorama politico e il suo posto è stato preso dalla formazione di ultradestra di Lieberman che mescola scaltramente laicità e nazionalismo e gode del favore di numerosi israeliani di origine russa. Nel 2006 era stato il turno di un bizzarro partito per i diritti dei pensionati, completamente scomparso dopo il voto dell’altro ieri, di ottenere non pochi seggi in Parlamento.

Gli israeliani non sono dunque autonomi nelle loro decisioni ma interagiscono con chi li circonda e dipendono dalle posizioni e dalle azioni dei loro nemici. Talvolta la loro reazione ad ansie e timori è giustificata, talaltra eccessiva, ma sempre contrassegnata da un senso di sfiducia di base. Ciò che avviene in Israele dipende inoltre dalle posizioni del governo degli Stati Uniti e dalle promesse della comunità europea di garantire la sicurezza dello Stato ebraico.

Quindi, nonostante i comprensibili timori per il rafforzamento della destra, non dobbiamo dimenticare che il nuovo governo americano e la comunità europea hanno la forza, il dovere e anche il diritto di spingerci verso grandi concessioni sia sul tema della pace con la Siria sia su quello della creazione di uno Stato palestinese. E come nel caso dell’accordo di pace con l’Egitto, siglato nel 1979 da un leader storico della destra, Menachem Begin, è forse più opportuno che sia un esecutivo di destra, supportato dalle fazioni di sinistra della Knesset, a fare future concessioni piuttosto che un governo composto unicamente da partiti di sinistra.

(Traduzione di A. Shomroni)

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Scienza, democrazia, laicità
post pubblicato in Comunità, il 7 febbraio 2009


Anna Meldolesi ci aiuta a capire meglio le questioni sottese al "caso" di Eluana Englaro e che troppo spesso vengono presentate in maniera confusa e approssimativa: qui propongo una parte del suo ottimo articolo uscito sul Riformista, e vi rimando al link del suo blog. Di seguito, approfittando delle citazioni della stessa Meldolesi, anche il link all'articolo di Michele Ainis (da LaStampa) sui risvolti istituzionali delle decisioni del governo e una "lettera aperta" di alcuni medici che spiegano perché la nutrizione artificiale è un "trattamento medico": riflessione importante, da tenere presente per capire meglio uno dei punti nodali nella discussione della legge sul testamento biologico.

Francesco Maria Mariotti

(...) la democraticità della scienza si basa su altre fondamenta: tutti hanno diritto di parola, ma le opinioni valgono nella misura in cui vengono sostanziate con i fatti. Per ciò che riguarda l'attuale dibattito ci sono cose che alla scienza possiamo chiedere, a patto di accettare che le risposte comportano un margine di incertezza. Ci sono domande per le quali non possiamo pretendere risposte univoche. E ci sono domande a cui la scienza ha risposto, anche se molti preferiscono non tenerne conto. Nella prima categoria rientra l'irreversibilità dello stato vegetativo di Eluana Englaro, che dopo 17 anni non lascia speranze realistiche. Nessuno dei risvegli miracolosi che di tanto in tanto ci racconta la stampa ha mai retto a un'analisi accurata: si tratta di episodi aneddotici per i quali non esiste una documentazione adeguata, oppure di diagnosi sbagliate o di confusione da parte dei mezzi di informazione, che non fanno le dovute differenze tra disturbi della coscienza diversi anche per quanto riguarda la prognosi. Gli stati vegetativi sono considerati potenzialmente reversibili finché restano al di sotto delle soglie indicate da diverse task force e accademie scientifiche: un anno per i casi post-traumatici, sei mesi per i non traumatici. Si tratta di valutazioni probabilistiche, ma questa è la regola non certo l'eccezione in medicina. Sta al diretto interessato, o alle persone a lui più vicine, decidere che valore dare a queste probabilità.

Alla domanda sulla percezione del dolore la scienza può rispondere solo in modo approssimativo: la compromissione della corteccia cerebrale impedisce di provare l'esperienza della fame e della sete così come noi la conosciamo, ma nessuno può sapere con certezza cosa sente una persona in questo stato. La letteratura scientifica comunque smentisce l'ipotesi che si tratti di atroci sofferenze. La morte a cui si va incontro interrompendo la nutrizione artificiale non ha nulla di disumano, è umanissima: è la stessa morte che accomuna da centinaia di migliaia di anni tutti coloro che lasciano questo mondo in età avanzata, smettendo volontariamente di alimentarsi perché non hanno più la forza di vivere.

Veniamo alle domande a cui la scienza non può in tutta onestà rispondere: rientra in questa categoria quella sulla collocazione del confine tra la vita e la morte. Lo spiega bene Carlo Alberto Defanti nel suo libro: il morire è un processo e la morte cerebrale individuata dai criteri di Harvard non è l'unica possibile. C'è chi preferisce il criterio della morte cardiaca e c'è chi fa riferimento alla morte corticale. Come ha scritto il bioeticista Sandro Spinsanti sulla rivista Janus, l'estensione del confine tra la vita e la morte è una variabile soggettiva. Può suonare sconvolgente, ma prima o poi dovremo rassegnarci al fatto che i decessi non si possono annotare come nelle serie televisive ambientate in ospedale, quando il medico si toglie guanti e mascherina segnando l'ora esatta.

Ma c'è anche una terza categoria di domande per le quali è facile trovare una risposta ferma a patto di seguire un ragionamento di tipo scientifico, che si affida alla logica anziché alle emozioni. La nutrizione artificiale è un trattamento medico, perché richiede competenze medico-farmaceutiche ed infermieristiche specializzate, tanto più se per infilare la cannula è necessario un intervento chirurgico (...)
L'articolo di Anna Meldolesi

"(...)Riteniamo che nei pronunciamenti istituzionali in tema di SV (Stato vegetativo), NA (Nutrizione Artificiale) e neonati prematuri estremi, i presupposti ideologici siano stati presentati come verità scientifiche al fine di giustificare precise scelte politiche.
Come medici coinvolti nella ricerca e nella cura delle persone in SV, dei grandi prematuri e nei trattamenti di NA, denunciamo con grande preoccupazione la gestione istituzionale di queste problematiche. Ciò, anche in previsione di una legge sulle direttive anticipate di trattamento che dovrebbe fornire strumenti per una relazione di cura rispettosa dei valori, delle preferenze e dei desideri della persona anche a chi ha perso la capacità di esprimersi o di decidere e, nel caso dei prematuri estremi, dare un peso fondamentale nel processo decisionale ai genitori, ovunque riconosciuti i naturali garanti del diritto all’autodeterminazione di un bambino che non può ancora autonomamente esprimerlo.
Posizioni ideologiche precostituite limitano oggettivamente la libertà della relazione di cura condizionando i medici nello svolgimento del loro compito: prendere decisioni cliniche ancorate alle migliori evidenze disponibili, bilanciando caso per caso i principi bioetici di autonomia della persona, beneficialità/non maleficialità ed equità nella distribuzione delle risorse disponibili, nel rispetto del sistema valoriale di ogni persona e dello scenario deontologico e giuridico di riferimento. Tale approccio costituisce il “core” della professione medica; il solo che ci consente di assumere consapevolmente le grandi responsabilità che scaturiscono dalla crescente complessità della pratica clinica, in una società caratterizzata dalla coesistenza di differenti sistemi valoriali cui lo Stato democratico deve garantire il più alto reciproco rispetto.
L’uso strumentale della scienza è inaccettabile e genera una pericolosa confusione fra i piani scientifico, bioetico, religioso e politico seminando nella coscienza dei cittadini incertezza e sfiducia nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale.
Svolga la politica il suo ruolo assumendo su di sé la responsabilità delle proprie scelte senza distorcere l’evidenza scientifica al fine di giustificarle." (Stato vegetativo, nutrizione artificiale, prematuri estremi: fra evidenze scientifiche e contaminazioni ideologiche della scienza)

La crisi istituzionale, vista da Michele Ainis

L'egoismo delle nazioni
post pubblicato in Focus Europe, il 1 febbraio 2009


Mario Monti, Corriere della Sera, 1 febbraio 2009

Quando l'economia mondiale galoppava in una crescita apparentemente inarrestabile, trascinata dall'America e dall'Asia, l'Europa era vista come un continente destinato al declino, appesantito dall'attenzione agli aspetti sociali e dalla lentezza delle decisioni comunitarie. Oggi anche l'Europa è colpita dalla crisi scoppiata in America e che non risparmia neanche l'Asia. Eppure proprio all'Europa si guarda, d'improvviso, con rispetto e con una certa ammirazione (...)

Tutti considerano ora indispensabile un forte coordinamento internazionale delle decisioni dei governi e citano l'Unione Europea come realizzazione più avanzata su questa via. Nell'affrontare la crisi, l'Europa ha due grandi punti di forza, ma è anche esposta a un rischio che altri non corrono. Il primo punto di forza è l'economia sociale di mercato. Ad essa sono improntate le strutture degli Stati membri e le politiche dell'Unione Europea. Negli anni scorsi si sono fatti sforzi, che dovranno proseguire, per rendere i sistemi di protezione sociale compatibili con le esigenze della competizione internazionale. Ma l'Europa ha il vantaggio di avere già strumenti che l'America e l'Asia sentono ora il bisogno di introdurre. Il secondo punto di forza è l'esperienza nel governo della globalizzazione. Benché limitato alla scala continentale, il governo dell'integrazione si fa in Europa da cinquant'anni. Il coordinamento delle politiche pubbliche, divenute vere politiche comunitarie in certe materie, ha permesso di governare l'apertura dei mercati nazionali senza determinare sconvolgimenti e promuovendo la crescita. (...)

Il rischio di passare da un estremo all'altro, con un ritorno disordinato degli Stati nei mercati e con nuove regolamentazioni dettate dall'urgenza, c'è dappertutto. Ma in Europa può essere più distruttivo. In Europa, il «mercato», accompagnato dal «sociale », non è solo un modo in cui sono organizzate le attività economiche. E' anche il fondamento dell'integrazione europea. L'Unione Europea si è a lungo chiamata «Mercato comune». Se gli Stati membri, nel gestire la crisi, tornano a praticare politiche essenzialmente nazionali, senza curarsi troppo delle conseguenze negative sugli altri Stati, se la sorveglianza della Commissione europea viene vista con insofferenza, se queste tendenze prendono piede, allora l'Europa rischia di perdere la base principale della propria integrazione. Di andare verso la disintegrazione, proprio nel momento in cui il mondo riconosce la validità della costruzione europea e vuole imitarla.
Economisti contro politici
post pubblicato in Comunità, il 1 febbraio 2009


Mario Deaglio, la Stampa del 31 gennaio 2009

(...) Di fronte a una situazione di questo genere c’è poco da disquisire, il politico con responsabilità di governo è come un medico di fronte a una grave emorragia: deve prima di tutto cercare di bloccarla. Poco importa se la cura può avere effetti collaterali dannosi perché l’alternativa è che il malato muoia. Non ci si deve quindi stupire che, in un modo o nell’altro, i governi di tutti i Paesi stiano mettendo da parte i principi del libero mercato e interferiscano apertamente con gli ingranaggi più delicati dell’economia, fino a due mesi fa considerati intoccabili. Molte volte lo fanno controvoglia, sono dei «socialisti riluttanti», secondo la definizione coniata trent’anni fa dallo studioso americano Michael Novak.(...)

La difficoltà di far convivere principi e necessità appare evidente nel discorso pronunciato ieri dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel al World Economic Forum di Davos, l’ormai tradizionale luogo d’incontro tra i vertici delle imprese, della finanza e dei governi, quest’anno, non a caso, un po’ sotto tono. In un intervento di largo respiro, quale raramente si sente in un’Europa tutta ripiegata sui propri problemi contingenti, Merkel ha parlato di un «capitalismo diverso» e ha delineato un intreccio tra pubblico e privato, tra mercato e non mercato ben diverso da quel capitalismo americano arrogante e aggressivo che è rimasto di fatto sepolto sotto la montagna di titoli «tossici» che ha esso stesso creato.

Naturalmente, la posizione di Merkel, come quelle di Obama e Sarkozy è piena di contraddizioni, ma tutti i governanti devono muoversi con fatica in una realtà contraddittoria; il Cancelliere tedesco ha inneggiato alla libertà d’iniziativa ma il suo governo non ha avuto alcuna esitazione a salvare istituti bancari in crisi e a lanciare imponenti misure di sostegno per i settori in difficoltà come l’auto. Il fatto è che i capi di Stato e di governo non devono scrivere saggi scientifici ma cercare di far funzionare Paesi molto complicati. La speranza di oggi sta nel pragmatismo dei politici che può alleviare una crisi di entità sconosciuta; per i saggi scientifici ci sarà tempo dopo.

Emma Bonino: ACCANIMENTO DEMOCRATICO
post pubblicato in Idee, il 1 febbraio 2009


Dall'intervista di Emma Bonino all'Espresso del 30 gennaio 2009 (di Daniela Minerva)

(...) Come valuta il disegno di legge presentato dal senatore della Pdl Leonardo Calabrò?
Il testo della maggioranza è contro il testamento biologico perché afferma che nessuno può rinunciare all`alimentazione e all`idratazione forzate in quanto non sarebbero prestazioni mediche ma "forme di sostegno vitale" e quindi fuori dalla sfera decisionale dell`individuo. Su questa posizione convergono i teodem del Pd, facendo sì che in Parlamento la maggioranza abbia amplissimi numeri per portare a casa questa controriforma. Ma se il testamento biologico non può servire a decidere su nutrizione e idratazione artificiale è persino controproducente, perché è un passo indietro rispetto a quanto previsto dall`articolo 32 della Costituzione e a quanto già riconosciuto dalla magistratura nei confronti di Piergiorgio Welbv, Giovanni Nuvoli ed Eluana Englaro.

L`assemblea dei gruppi parlamentari dei Pd tenuta lunedì 19 gennaio ha evitato un voto di maggioranza e ha preferito esprimere un "orientamento prevalente". Così, ha lasciato libertà di voto. Ha rinunciato a fare opposizione?
L`unico modo per bloccare maggioranza e teodem, non essendo la loro posizione una novità, sarebbe stata una grande mobilitazione popolare, attorno e a partire dalla "rivoluzione di un padre", come l`ha chiamata Roberto Saviano su "Repubblica", che sta compiendo Beppino Englaro. Optare invece per una pura battaglia parlamentare, visti i numeri, è una complicità oltre che una resa. Aggravata da un atteggiamento elusivo perché altro non è se ci aggiungiamo l' "orientamento prevalente" su di un testo d`indirizzo, soprattutto di fronte al fatto che 88 senatori del Pd su 118 hanno firmato un testo legislativo, articolato e puntuale, a prima firma Ignazio Marino e che noi radicali abbiamo sottoscritto. Semmai è questo l`unico "orientamento prevalente" a essere emerso in maniera trasparente. (...)

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