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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Un piccolo villaggio in India...
post pubblicato in Comunità, il 31 luglio 2010


 
Verrebbe spontaneo, come un moto del cuore, "tifare per gli avi" e per il villaggio degli adivasi, ma non pare possibile, anche perché questo villaggio vive - par di capire - grazie al fatto che il loro riso ha un prezzo protetto dal governo, situazione alla lunga difficile da conservare. 

Eppure questa storia è bella, per il fatto che vi troviamo un po' tutti gli elementi del conflitto che abbiamo vissuto e viviamo anche noi, di fronte allo svolgersi della modernità, nella sua potenza distruttrice e creatrice al tempo stesso. 

Dobbiamo sapere, anche se è difficile crederlo, che Dio ci proteggerà anche quando abbatteremo il Suo tempio per mettere a frutto la terra che ci ha affidato. 
Purché non dimentichiamo "gli avi", l'eterno in noi, che è anche però - e soprattutto - futuro, Terra promessa, non idolatrato presente.

Per questo è bene il progresso, anche distruttivo, ma è "necessaria" la conservazione che vi si oppone; per ricordare che ogni lavoro viene dal nulla di Dio e va verso il tutto di Dio, per portare a Lui il frutto (che deve esserci, anche se può apparire spesso come "spreco"). 

Prima ancora di qualsiasi riforma del lavoro, è bene ricordare questo.
Altrimenti ogni padrone di lavoro - anche quando siamo noi stessi a noi - sarà anche Faraone della nostra anima.

Francesco Maria Mariotti

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permalink | inviato da franzmaria il 31/7/2010 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lettere da un padre
post pubblicato in Persone, il 27 luglio 2010


Segnalo un bell'articolo di Chiara Beria di Argentine in memoria del padre, nel decennale della morte.
Un ricordo di un magistrato, una riflessione importante per discutere anche dell'oggi.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Spesso nello scorrere degli anni ricevevo una sua lettera («Personale. A Chiara») con notazioni, consigli, persino lodi per ciò che avevo scritto. In pensione dal 1990 dopo una intera vita dedicata all’istituzione giustizia (da giudice a consigliere nel ’68 del Csm; da capo gabinetto al ministero della Giustizia a presidente dell’Associazione magistrati negli anni del terrorismo in cui furono uccisi Alessandrini, Galli, Tartaglione, Minervini tutti magistrati riformisti suoi amici e stimati colleghi; da presidente del Tribunale dei Minori a Procuratore Generale di Milano) papà fin dai giorni di Mani Pulite, in un crescendo quasi angoscioso – ferita che porto e mai si rimarginerà – m’indirizzava però parole di netto rimprovero.
 
Febbraio 1993 «...come puoi scrivere un articolo che si avvale di violazione del segreto di ufficio se non di quello istruttorio...». E ancora: «...una cosa è la difesa dell’iniziativa giudiziaria e di quello di positivo ha fatto il pool, altro è condividere certe condotte, certi comportamenti che poco hanno a che fare con la terzietà della giustizia...». Giustizia a furor di popolo, carcerazioni per ottenere confessioni, esasperato protagonismo e pm che, in un batter d’indagine, entravano in politica. Il vecchio magistrato che negli anni di piombo aveva sempre opposto «la civiltà dei processi alla violenza» scriveva di notte non tanto alla figlia incapace di capire che anche il fine migliore – lotta alla corruzione – non giustifica mai i mezzi ma, soprattutto ai suoi ex colleghi, con la profetica consapevolezza di chi, già da tempo, vedeva fallire per colpa di un pugno di toghe e dell’ignavia di tanti politici con le sue battaglie la sua visione di una magistratura qualificata, moderna, integra.
 
Fare il magistrato per papà non era una missione salvifica ma una professione da esercitare con rigore ed equilibrio. «...lo Stato non ci delega, nei fatti, altro potere che di capire interessi e conflitti e dipanarli per esso e la collettività», scriveva nel 1984. E ancora nell’articolo «Magistrati potenti, magistratura sconfitta» avvertiva: «Senza preparazione professionale della magistratura, senza apparato di supporto la maggior parte delle riforme sta per naufragare... e i giudici rischiano di diventare se non i responsabili quanto meno i curatori del loro fallimento». (...)
 



permalink | inviato da franzmaria il 27/7/2010 alle 0:26 | Versione per la stampa
Europa: allarme acqua?
post pubblicato in Focus Europe, il 12 luglio 2010




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permalink | inviato da franzmaria il 12/7/2010 alle 23:3 | Versione per la stampa
AmeriCina, appuntamento a novembre
post pubblicato in Focus Oriente, il 12 luglio 2010



La Cina si sta già preparando a pieno regime e l’America senza dubbio sta facendo altrettanto. Infatti nell’agenda politica globale non c’è appuntamento da qui alla fine di novembre più importante.In quel periodo il presidente cinese Hu Jintao comincerà la sua visita in Usa che dovrebbe dare nuovo impulso alle relazioni bilaterali tra le due maggiori potenze attuali America e Cina, comunque si voglia chiamare questo rapporto, G2 o «AmeriCina». Eppure, da qui a novembre, perché la visita sia davvero un successo, i due Paesi dovranno sormontare una serie di problemi complessi. Oggi il rapporto è ostaggio di contorte questioni strategico militari.

Il dialogo bilaterale è bloccato perché Washington vorrebbe parlare senza cambiare nulla; Pechino invece vuole che prima l’America risolva la questione della vendita delle armi a Taiwan e le missioni Usa di sorveglianza/spionaggio intorno alla Cina. (...)

Se Taiwan, abitata da gente di etnia Han, come la maggioranza della Cina, diventa formalmente indipendente, perché dovrebbero rimanere cinesi il Xinjiang o il Tibet, abitati da etnie non Han? Ma se Xinjiang e Tibet diventano indipendenti, Pechino perde metà del suo territorio nazionale. In altre parole, la vendita di armi americane a Taiwan gioca all’interno della politica cinese e taiwanese a favore di forze che vogliono allontanare le parti. D’altro canto l’America è obbligata alla vendita per una legge del congresso. E comunque, se smettesse di vendere armi ciò potrebbe essere visto dall’opinione pubblica Usa come se una timida America consegnasse l’agnello taiwanese al lupo cinese. In passato la vicenda era secondaria, ora è diventata più urgente perché Pechino sta registrando molti passi avanti bilaterali e quindi vorrebbe e assicurare i suoi successi chiudendo il problema delle armi. Inoltre ci sono le missioni di sorveglianza americane sulla Cina. Navi e aerei Usa ne compiono circa un migliaio con vari scopi: rilevazioni di fondali o accertamento delle capacità militar tecnologiche cinesi. 

In queste occasioni ci sono stati degli incidenti, nel 2001 o l’anno scorso, cose che potrebbero sempre accendere conflitti più importanti. Gli Usa vorrebbero stabilire quindi un codice di condotta per le missioni. La Cina si oppone perché un codice di condotta stabilirebbe un rapporto con gli Usa di avversario, da guerra fredda. Poi ciò varrebbe solo per gli Usa, Pechino non è in grado di compiere simili azioni intorno al territorio americano. Infine c’è il problema della vendita di tecnologia duale americana alla Cina, cosa che servirebbe spesso, come col nucleare, anche a ridurre le crescenti emissioni di carbone di Pechino. Qui Washington ha fatto delle concessioni, ma sono minime secondo la Cina che vorrebbe molto di più.

L’America diede e fece dare molte tecnologie a Pechino fino al 1989, ma dopo i fatti di Tiananmen impose un embargo che dura fino ad oggi. Ci vorrebbe un grande patto politico bilaterale per togliere l’embargo, ma a oggi tale patto è complicato anche dal fatto che molti vicini, dal Giappone all’India, si sentono schiacciati dalla crescita cinese. Essi temono che uno spostamento americano verso Pechino possa cambiare definitivamente equilibri politici ed economici in Asia e quindi nel mondo.(...)

La nuova «AmeriCina» mette però in un cono d’ombra l’Europa. Ciò tanto più che l’Usa-Cina deve comprendere i nuovi equilibri dell’Asia Pacifico. Così, anche sul nostro benessere grava un punto di domanda: visto che la visione militare in questo caso viene prima di quella industriale, anche l’economia dell’Europa potrebbe subirne conseguenze. Ciò probabilmente non domani, ma già il dopodomani è in forse.

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permalink | inviato da franzmaria il 12/7/2010 alle 22:21 | Versione per la stampa
L'Europa che funziona: Antiterrorismo E Garanzie di libertà
post pubblicato in Focus Europe, il 10 luglio 2010


Martin Schulz sulla Stampa di oggi spiega che il Parlamento Europeo è stato in grado di cambiare un accordo Antiterrorismo con gli Stati Uniti, che nelle prime versioni era troppo sbilanciato sul fattore sicurezza con nessun riguardo ad alcuni importanti principi di riservatezza, privacy, controllabilità dell'uso dei dati personali. Se e quando vuole, l'Europa politica sa esserci con determinazione, imprimendo svolte importanti. 
Ricordiamolo anche quando pensiamo a come agire su molte altre questioni (vd. crisi economica)

Francesco Maria Mariotti

***

Antiterrorismo, i motivi del sì all'intesa Ue-Usa

Caro direttore,
lo scorso febbraio, resistendo a forti pressioni internazionali, il Parlamento europeo si è opposto all’entrata in vigore di un accordo tra Stati Uniti e Unione Europea sul trasferimento di dati bancari a Washington nell’ambito della lotta al terrorismo. Forte di 184 eurodeputati, il Gruppo Socialista e Democratico è stato tra i maggiori oppositori di quell’accordo in quanto, a nostro avviso, conteneva una serie di condizioni inaccettabili.
Nello specifico, il trasferimento in massa di dati al Dipartimento del Tesoro americano non ci sembrava proporzionato allo scopo, tanto più in assenza di una supervisione europea delle operazioni.

Lo scopo dell’accordo era troppo ampio e potenzialmente onnicomprensivo, facendo genericamente riferimento alla lotta al terrorismo. Inoltre, per i cittadini non era previsto il diritto a essere informati, a verificare la correttezza dei dati raccolti, a chiederne eventualmente la correzione, o a fare ricorso in caso di violazioni o abusi. Infine, tutti i dati estrapolati potevano essere conservati addirittura per 90 anni e non vi era l’obbligo di cancellare i dati ritenuti inutili. (...)

È opportuno ricordare che il Parlamento europeo non ha alcun ruolo nei negoziati. Tuttavia, per entrare in vigore, un trattato internazionale di questa rilevanza ha bisogno del via libera di Strasburgo. È per questo che, posti dinanzi al rischio di una seconda bocciatura, due settimane fa gli Stati Uniti e il Consiglio dell’Ue hanno dovuto prendere atto delle nostre riserve e, dopo aver riaperto per la terza volta (mai era accaduto in passato!) i negoziati, hanno finalmente concluso un accordo profondamente modificato. 

Nello specifico, la quantità di dati che sarà inviata a Washington è stata sensibilmente ridotta, escludendo tutti i dati riguardanti il sistema di pagamenti europeo (Sepa). Inoltre, i dati potranno essere utilizzati unicamente per persone già sospettate o sulla base di precise prove. Come ufficialmente richiesto dal nostro gruppo politico, dei funzionari europei saranno permanentemente distaccati a Washington per controllare direttamente le estrapolazioni dei dati e bloccare le operazioni in caso di violazioni. Anche in questo caso, è la prima volta che gli Stati Uniti accettano una simile presenza in casa loro. 

La Commissione europea, inoltre, dovrà presentare entro il termine di un anno una proposta di legge per estrapolare i dati utili direttamente sul suolo europeo, evitando quindi l’invio in massa di tutti i dati bancari, a prescindere dalla loro rilevanza. Sempre su richiesta dei Socialisti e Democratici, saranno esplicitamente proibite ricerche arbitrarie o a campione, sulla scorta di profili etnici o di altro tipo. 

I cittadini europei avranno inoltre diritto di verificare le informazioni raccolte su di loro, chiederne la correzione o la cancellazione, e potranno fare ricorso in caso di abuso, con gli stessi diritti dei cittadini americani. Anche il ruolo delle autorità nazionali garanti della privacy è stato rinforzato. (...)
La globalizzazione non è la resa della politica
post pubblicato in Diario, il 8 luglio 2010


Segnalo un articolo di GIovanni Balcet su LaVoce.Info; sintetico e semplice, complessivamente buono; si potevano approfondire alcuni punti, ma è molto apprezzabile il tentativo di superare il pessimismo sulla globalizzazione e la critica all'eurocentrismo: 

"(...) Tuttavia, il costo del lavoro non è tutto. Nell’industria automobilistica, la sua incidenza sui costi totali di produzione è stimabile attorno al 7 per cento: rilevante certo, ma c’è dell’altro. Sui costi e sulla redditività aziendale incidono le economie di scala, i volumi di produzione; incidono la qualità e la produttività del lavoro, dunque il livello di istruzione e di formazione dei lavoratori, come pure l’intensità di capitale fisso e l’efficienza dei macchinari. La tecnologia, l’innovazione e il design determinano la qualità del prodotto e il suo costo. La globalizzazione non consiste soltanto in un mercato integrato, all’interno del quale unicamente il costo del lavoro determina la competitività delle imprese e le loro scelte localizzative. Questa visione semplificata non spiega perché la fabbrica della Volkswagen a Wolfsburg, coeva e quasi gemella di Mirafiori, sia ancor oggi uno dei più grandi complessi produttivi di autoveicoli al mondo, con una produzione di 736mila veicoli nel 2009, nonostante i salari più elevati del pianeta. (...)"


Francesco Maria Mariotti

E' possibile una via di uscita "progressista" dalla crisi?
post pubblicato in Focus Europe, il 5 luglio 2010


Segnalo l'articolo di Mario Deaglio sulla Stampa di oggi; i grassetti dai pezzi citati sono miei.
 
Toccherebbe alla sinistra rispondere ai quesiti posti da Deaglio, ma sarà molto più facile una risposta apparentemente "reazionaria", almeno in prima battuta: chiusura all'immigrazione, restrizione degli scambi attraverso leggi più o meno protezionistiche, costruite con modelli "accettabili" (leggi: barriera di protezione da concorrenza sleale, accordi di reindustrializzazione sulla falsa riga di Pomigliano, espulsione degli immigrati dal mercato del lavoro e contemporaneo allungamento della vita lavorativa dei cittadini). 
 
Un tentativo di gestire l'impoverimento, tentando di circoscriverlo, in attesa che si possa trovare una soluzione diversa, qualcosa - una guerra? un ribellione sociale di vaste proporzioni? speriamo di no - che "rilegittimi" il deficit spending, dia insomma la scossa politica di cui i decisori abbisognano per poter giustificare anche manovre poco ortodosse in termini di finanza pubblica. Ma questa forse è fantapolitica, per ora.
 
Per il momento dobbiamo continuare a scommettere sulla difficile (impossibile?) congiunzione di riduzione del debito e crescita economica. Sperando che il sistema tenga, che l'euro resista; che alfine i leader politici europei decidano che cosa è un'Europa che deve stare nel mondo e come dire al mondo nuove regole di coabitazione. Anche finanziaria.
 
Se si è forti politicamente, si possono bypassare le resistenze dei mercati, ci si può mettere direttamente a confronto con loro, al limite facendo giocare pesantemente le Banche centrali (un po' di tempo fa ipotizzava qualcosa del genere Luigi Spaventa); ma bisogna avere la fantasia politica di creare qualcosa di nuovo, prima di essere costretti dalla tempesta a improvvisare scialuppe di salvataggio troppo piccole per contenere tutti.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Perché il cattivo umore, la greve atmosfera di scontentezza che traspare dai dati e dai commenti di operatori e analisti finanziari? Non è forse vero che la ripresa è cominciata, che le cose stanno andando meglio, come ripetono un po’ tutti da più di un anno? Per comprendere le ragioni di un simile brusco cambiamento, si può far riferimento, in questo periodo di campionati mondiali, a una metafora calcistica: si prenda il caso di un grandissimo campione, un asso del pallone che ha fatto guadagnare punti, coppe e scudetti alla sua squadra e che, un brutto giorno, si fa seriamente male. La società per la quale gioca consulta i migliori specialisti, lo sottopone a operazioni complicate e a cure molto costose senza badare a spese e anzi indebitandosi seriamente purché il suo beniamino torni in campo e si rimetta a segnare.

Usciti dalla sala operatoria, medici e dirigenti di questa società calcistica fanno dichiarazioni ottimistiche. Tutti dicono che il campione si riprenderà presto, anzi che si sta già riprendendo, tra poco tornerà in campo e i tifosi si apprestano a festeggiare il ritorno del loro beniamino. Ed ecco che il campione esce dall’ospedale. Saluta e sorride, ma poco alla volta la triste verità trapela: invece di correre, il campione riesce a stento a stare in piedi e a correre senza ossigeno proprio non ce la fa. La strada del recupero improvvisamente si prospetta più lunga, più dura, più incerta. E davanti alla società per quale gioca si delinea la prospettiva di un campionato meno brillante e di un bilancio meno solido. I tifosi sono costernati e gli azionisti pensano che si potrebbe anche cambiare, o mettere in minoranza, il presidente.

In luogo di campione sportivo si legga economia americana, al posto di società sportiva si legga Stati Uniti, invece di un campionato di calcio si immagini il «campionato mondiale» della crescita, alle medicine e all’ossigeno si sostituiscano gli incentivi. «Tifosi» sono tutti coloro che investono nelle Borse e «azionisti» sono i vari Paesi del mondo che accettano la supremazia economica e finanziaria degli Stati Uniti e tengono in dollari gran parte delle loro riserve. Una serie di dati recentissimi sulla congiuntura americana, e in particolare sull’occupazione, mostra che la non eccezionale crescita di quel Paese è strettamente legata agli incentivi che il governo americano distribuisce generosamente indebitandosi e che ha utilizzato prima di tutto per salvare le grandi banche (sarebbe stato difficile fare diversamente).

Senza incentivi l’economia perderebbe colpi e ogni speranza di recuperare almeno una parte degli otto milioni di disoccupati creati dalla crisi prima delle elezioni parziali americane del prossimo ottobre, nelle quali la delusione degli elettori potrebbe togliere al partito del presidente Obama il controllo di una o di entrambe le Camere. (...)
 
Gli europei, dal canto loro, hanno di fatto rinunciato a far crescere la loro economia con il debito e appaiono rassegnati alla non crescita oppure a una crescita molto bassa: le manovre dei Paesi dell’euro, concordate sotto la dura pressione dei tedeschi, rallentano ancora lo scarsissimo slancio dell’economia anche se i governi spesso si illudono di riuscire a tagliare la spesa pubblica senza rallentare la domanda privata.

Il resto del mondo, cinesi in testa, comincia a interrogarsi sull’opportunità di continuare a utilizzare il dollaro come principale moneta di riserva. I recenti, giganteschi accordi commerciali conclusi da Pechino con alcuni Paesi sudamericani prevedono scambi non più regolati in dollari mentre l’uso internazionale dello yuan comincia a diffondersi tra i Paesi asiatici fornitori della Cina. Anche per questo sta diventando sempre più difficile salvare i bilanci pubblici e contemporaneamente rilanciare, o anche solo conservare, l’occupazione; l’ora di una difficile scelta sulla priorità tra occupazione e risparmio sembra avvicinarsi rapidamente.
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