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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
La Guerra Che (Non) C'è, La Politica Che Non Parla
post pubblicato in Focus Europe, il 20 settembre 2010


Come gli agenti segreti, a volte anche i soldati esistono solo nel momento della loro morte. Così è stato per il tenente Romani, appartenente a un corpo scelto, denominato Task Force 45. Di questo corpo si è già parlato in passato (vd.articoli che seguono); la sua esistenza non era quindi in realtà "totalmente top secret", ma sicuramente il ruolo che ricopre nell'intervento in Afghanistan è molto delicato e non pubblicizzabile nello stile del racconto (necessario e vero, ma spesso troppo accentuato, quasi retorico) dei "nostri ragazzi che aiutano i bambini afghani ad andare a scuola"
 
Il tragico evento che ci ha privato di uno dei nostri combattenti ci permette di vedere un po' più da vicino una guerra speciale, tanto da non poter essere "raccontata"; una guerra vera e propria, difficilmente "vendibile" all'opinione pubblica come missione umanitaria, ma inevitabilmente connessa alla parte più nota del nostro impegno miltare, e comunque non meno nobile (o quanto meno, anche per chi non riuscisse a credere alla nobiltà della guerra, non meno necessaria).
 
Il problema è che la "doppiezza" inevitabile di questo impegno rischia di accrescere le difficoltà nel gestire momenti difficili come quello di oggi e - più cinicamente, ma è necessario dirlo - anche nel "riscuotere" i "dividendi politici" di una guerra nella quale saremo impegnati ancora per molto tempo (su questo vd. articolo di Oscar Giannino del luglio scorso, anche se non esplicitamente riferito a questo gruppo di soldati...).
 
La politica deve riprendere in mano la verità piena di questa guerra: il che non vuol dire "raccontare tutto", è ovvio (molti avvenimenti delle varie guerre post-Muro di Berlino - i vari interventi in Iraq, il Kosovo, l'Afghanistan - rimarranno giustamente celati); ma significa gestire una "narrazione pubblica" e politica che renda ragione di tutta la complessità di questo sforzo, anche nelle sue parti più ambigue e meno limpide; e questo è necessario in caso di esito positivo come in caso di esito negativo, ma anche e soprattutto nel caso - molto più probabile, come per quasi tutte le guerre - in cui l'esito sia uno strano misto di vittoria e disfatta, che la politica e la diplomazia dovranno gestire giorno per giorno anche dopo il futuro ritiro delle truppe.
 
Se non sarà così. andremo sempre più avanti in un processo di dissoluzione della responsabilità pubblica e democratica: tanto per parlare facile e per immagini, importerà sempre meno chi sarà il Ministro della Difesa e degli Esteri, e quale sarà la maggioranza che governa questo paese; e così per tutti gli altri paesi impegnati in questo tipo di operazioni.
 
Si badi: con Obama si è accentuato pericolosamente anche per gli Usa questo fenomeno di erosione di responsabilità, con le strutture militari che sembrano quasi "disobbedire" - apertamente o quasi - al Comandante in Capo eletto (fenomeno che comunque nelle società democratiche è almeno in parte fisiologico, perché è bene che i "corpi separati" dello Stato "resistano" e siano in posizione "dialettica" rispetto ai decisori politici).  
 
Per quanto riguarda il nostro continente la situazione è aggravata dalla mancanza di un decisore politico unico, ed è anche per questo - si sa - che l'Europa rischia di essere irrilevante nel mondo.
 
Francesco Maria Mariotti
 
I soldati invisibili (grassetto mio) (...) La Task Force 45 è l'élite delle nostre forze speciali. Ufficialmente non esiste, soldati invisibili che non sono neppure conteggiati nel contingente dei 3.500 uomini schierati in Afghanistan e nella provincia di Herat dove hanno il comando gli italiani della brigata alpina Taurinense del generale Claudio Berto. I fantasmi della Task Force 45 sono incaricati di bloccare le incursioni dei talebani dal confine pakistano e dalla turbolenta provincia dell'Helmand. Ma sono anche in prima linea a nord, nella vallata di Bala Murghab e ancora più su, quando ci si avvicina alle vette acuminate al confine con il Tagikistan e l'Iran. Quanti sono? Forse 200, selezionati tra le fila del 9° Reggimento d'assalto paracadutisti Col Moschin, eredi degli Arditi del Grappa della prima guerra mondiale, e integrati da incursori della Marina del Comsubin, carabinieri del Gis e forze speciali dell'Aviazione. Sono militari addestrati alla sopravvivenza in ogni condizione, anche in quelle più estreme e disumane, dove le facoltà mentali e nervose devono essere pari almeno a quelle fisiche. All'insaputa di gran parte degli italiani gli uomini della Task Force hanno partecipato, in stretto coordinanento con le altre forze alleate, a scontri importanti e sanguinosi. A Farah sono schierati da quattro anni: è una delle zone più insidiose sotto il comando italiano. (...)
 
Altri riferimenti negli articoli che seguono:
 
 
 
luglio 2010: Oscar Giannino su Chicago-Blog (grassetto mio) (...) Ben prima delle trascurabili vicende interne italiane e del colore di degrado bizantino di cui sono impastate, sono le dimissioni di un Capo dello Stato di Germania – il Paese leader dell’Europa – ad aver dato appieno la cifra della piena irrilevanza dell’Europa. Ha osato dire che la Germania sta in Afghanistan per via dell’importanza economica e commerciale che il Paese ha nel mondo. E questa elementare verità  è bastata a mandarlo a casa. In un Paese che è leader europeo ma che,  dopo il noto bombardamento chiesto a  sostegno delle proprie truppe e che ha provocato vittime civili anche per responsabilità dei militari germanici impegnati a terra, si tiene lontano da ogni linea di fuoco persino più di noi italiani, che pur senza dirlo abbiamo sin qui eliminato secondo le mie fonti militari e “coperte” circa 1400 talebani – ma sui giornali naturalmente non si può scriverlo! Un’Europa simile è irrilevante, nel mondo d’oggi. Non perché si debba essere bellicisti. Ma perché è irrilevante chi vuole giocare ruoli senza assumersene oneri e responsabilità: e vale nella difesa, come nell’economia.(...)
 
Quella strana missione chiamata Afghanistan (l'Espresso - gennaio 2008) (...) L'hanno chiamata Operazione Sarissa, come la lunga lancia delle falangi di Alessandro Magno che si spinsero fino all'Afghanistan. Non è soltanto un nome epico, ispirato dall'ideologia di 'nuovi opliti' tipica dei soldati americani mandati a combattere sulle rive dell'Eufrate. La scelta testimonia l'attività di questi uomini: mentre i loro commilitoni se ne stanno chiusi nelle basi, loro sono la lancia che colpisce i talebani. E probabilmente l'Operazione Sarissa è la missione più delicata e segreta condotta dalle forze armate italiane negli ultimi anni. Sia per la zona d'operazione: la regione a ridosso del confine iraniano, frontiera del confronto tra Teheran e Washington. Sia per l'uso di tattiche molto aggressive, ai limiti delle regole d'ingaggio permesse dal Parlamento ai militari italiani. Gli opliti dell'Operazione Sarissa sono circa 200, che si alternano in prima linea ogni tre mesi. Sono tutti commandos, in pratica il meglio delle nostre forze armate: squadre di incursori di Marina del Comsubin, di parà assaltatori del Col Moschin, di alpini ranger del Monte Cervino. Agiscono in team di sette uomini, muovendosi a piedi o con un paio di jeep. Il loro compito è strategico: impedire i rifornimenti di armi per la guerriglia che arrivano dall'Iran e ostacolare il pendolarismo delle bande talebane che danno battaglia nella zona di Kandahar e poi si rifugiano nelle vallate più tranquille del quadrante afghano affidato all'Italia. (...) Molte volte però le squadre italiane agiscono fianco a fianco degli alleati. In tal caso, sono inquadrati nella Task Force 45: il braccio d'assalto del comando Nato di Kabul, che include americani, britannici, francesi, tedeschi, spagnoli. Anche il nome non è casuale: si chiamava così un raggruppamento improvvisato in Toscana nel 1944 che univa soldati americani, britannici, italiani, brasiliani e partigiani. I documenti ufficiali li ricordano con la frase storica coniata da Churchill per gli eroi della Raf: "Mai così pochi fecero così tanto". Quello che accade anche in Afghanistan. Con un problema irrisolto, lo stesso che condiziona tutta la missione italiana: chi comanda veramente la Task force 45? L'Alleanza atlantica o gli americani? (...)
 
Da un articolo del Giornale del 2008: "(...) I fantasmi della Task Force 45 incaricati di bloccare l’infiltrazione dei talebani provenienti dal confine pachistano a sud e dalle provincia più orientale di Helmand sono meno di duecento uomini selezionati principalmente tra le fila del Nono Reggimento Col Moschin e integrati da incursori della Marina, alpini paracadutisti, carabinieri del Gis e forze speciali dell’Aviazione. Abituati a operare in stretto coordinamento con le forze speciali alleate, questi specialisti della guerra hanno partecipato, all’insaputa di gran parte degli italiani, a tutti gli scontri più importanti degli ultimi due anni. «A Farah ogni operazione dei talebani, dalla posa di trappole esplosive agli attacchi contro di noi, è coordinata dai comandanti che dalla città di Quetta in Pakistan decidono la strategia di penetrazione nel settore occidentale», spiega a Il Giornale un ufficiale responsabile dell’intelligence. Questo fa di Farah la più insidiosa delle quattro province occidentali sotto comando italiano. «I numeri parlano chiaro, solo quest’anno abbiamo affrontato una ventina di scontri a fuoco, abbiamo recuperato tre mezzi distrutti dalle trappole esplosive e abbiamo neutralizzato almeno altri cinque ordigni pronti a colpire i nostri mezzi. Insomma, qui a Farah – spiega il comandante Enrico mentre scruta la pista attraverso i visori notturni - si opera in una situazione di pericolo costante e reale, siamo stati fortunati ad aver avuto soltanto dei feriti, per proteggerci Dio ha veramente fatto gli straordinari» (...)".
 
Da un articolo di Panorama del 2008: "(...) Nel deserto circondato da montagne di Farah combatte la Task force 45. La punta di lancia del contingente italiano è composta esclusivamente da corpi speciali. Un pugno di incursori del 9º reggimento Col Moschin, marinai del Comsubin, Ranger degli alpini paracadutisti, specialisti dell’aviazione e carabinieri dei Gis. Per la prima volta dei giornalisti italiani seguono una missione di questi soldati, che erano «fantasmi» per il precedente governo. Unica regola: niente cognomi, gradi o fotografie in cui si riconoscano i volti degli incursori.(...)"
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
mobilitazioni...
post pubblicato in Cristiani, il 11 settembre 2010


Mi piacerebbe che il mondo si mobilitasse contro l'eccidio dei cristiani in alcuni paesi - così come contro qualsiasi tentativo di annientare violentemente una fede - quanto si sta mobilitando contro il rogo di libri sacri, evento inutile e folle, inventato da un fesso e "valorizzato" da massmedia prigionieri del loro stesso funzionamento



permalink | inviato da franzmaria il 11/9/2010 alle 15:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 settembre 2001
post pubblicato in Comunità, il 11 settembre 2010


11 settembre 2001: memoria, silenzio, preghiera; e difendere quotidianamente la libertà, che è sicurezza, pluralismo anche nella propria intima identità personale, e gioia di vivere: solo in minima parte - anche se importantissima - questo insieme di elementi può essere prodotta da stati, politiche e dinamiche collettive; la più parte è una battaglia personale continua e a tratti solitaria.


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La Turchia di domani
post pubblicato in Focus Europe, il 11 settembre 2010


(...) Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura.
Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

Europa - Africa (con la Cina sullo sfondo, naturalmente): Gheddafi ha forse ragione?
post pubblicato in Focus Europe, il 1 settembre 2010


Per riflettere con una impostazione un po' meno episodica ed emotiva sulla visita di Gheddafi (gestita in maniera pessima dalla nostra diplomazia e dal nostro governo) può essere interessante un articolo del sempre bravo Mario Deaglio sulla Stampa, chiaro e lucido nel delineare gli scenari che avremo di fronte nel prossimo futuro. 

I rapporti fra Europa (non solo Italia) e Africa vanno pensati tenendo anche presente che da tempo (vd. un articolo di AffriInternazionali del 2006uno del 2007 e uno più recente del 2010), il continente africano tende a guardare con molto interesse al rapporto con la Cina, che ha per certi aspetti meno scrupoli e sicuramente più velocità di azione dell'Occidente. 

La sfida è aperta; rovesciamo le brutte parole di Gheddafi, riprendiamoci la nostra dignità di Stato fondatore della Unione Europea, e guardiamo ai fatti, provando a vedere le opportunità che si possono delineare.

Buona lettura

Francesco Maria Mariotti

 
 
La visita del colonnello Gheddafi, con le sue modalità a dir poco insolite, ha presentato elementi di forte sgradevolezza e ha impressionato l’opinione pubblica per quello che è stato percepito come un forte accento antieuropeo e anticristiano. Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione.

Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.
 (...) Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso.

L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle «invasioni barbariche» che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo.

Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa.

L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto.
 

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