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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
"Questa volta è un errore" (Michael Walzer)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 25 marzo 2011


Da una segnalazione della sempre interessante ml del Circolo Rosselli di Milanoun'intervista a Micheal Walzer su cui vale la pena riflettere

Devo dire che trovo alcuni interventi, come questo ma non solo, eccessivamente teorici rispetto a decisioni di politica estera che hanno un "qui e ora" sempre diverso; la politica estera è un ambito in cui è praticamente impossibile essere "giusti", ed è invitabile l'utilizzo non solo di "due pesi due misure", ma direi "molti" pesi e "molte" misure.

Per questo i criteri che indica Walzer sono da valutare con prudenza e su alcuni si potrebbero levare diverse e fondatissime obiezioni. Per esemplificare: è impossibile poter stilare una sorta di decalogo dell'"interventismo democratico" o "umanitario" (espressioni che trovo sempre più incongruenti, incapaci di definire qualcosa, se non forse una volontà o una speranza). 

In generale è preferibile non creare cornici teoriche troppo adattate all'oggi; la politica estera è anche e soprattutto  - e rimarrà sempre - una politica di potenza, indipendentemente dalla democraticità o meno dei suoi agenti e delle sue soluzioni.

Detto ciò, alcuni principi che Walzer enuncia sicuramente rappresentano uno stimolo importante all'analisi del concreto che oggi ci troviamo a gestire.

Francesco Maria Mariotti

(...) Eppure, in questo caso, c' era la possibilità che Gheddafi scatenasse una feroce repressione contro l' opposizione nelle città riconquistate. 

«Ecco, appunto, una repressione, non un massacro,o un genocidio. Una repressione dell' opposizione libica sarebbe stata un fatto drammatico, tragico. Ma purtroppo, non spetta alla comunità internazionale intervenire ogni volta che una rivolta democratica non raggiunge i suoi obiettivi. Altrimenti, si dovrebbe intervenire continuamente, ovunque, e questo non è politicamentee moralmente opportuno. La prima regola dell' interventismo democratico è quella di non cercare di riportare in vita un movimento di opposizione che non ce la fa a sostenere i suoi obiettivi, autonomamente, sul campo». 

Quando è invece necessario, e giusto, intervenire militarmente? Quando la guerra è "umanitaria"? 

«È facile fare alcuni esempi. Era giusto intervenire di fronte ai "campi della morte" dei Khmer Rossi in Cambogia. Era giusto intervenire in Ruanda o nel Darfur. Niente di quello che sta succedendo oggi in Libia è lontanamente comparabile a quanto accaduto in quei paesi». 

È l' entità del massacro che giustifica la "guerra umanitaria"? 

«Mettiamola così. La "guerra umanitaria" è quella che salva centinaia di migliaia di persone da morte sicura. Anche la "guerra umanitaria", sarebbe ipocrita negarlo, produce danni collaterali e mette a rischio le vite degli innocenti. Ma una guerra umanitaria ferma un massacro, e quindi salva molte più vite di quante ne mette a rischio». 

Quindi la "guerra umanitaria" è slegata da motivazioni politiche? 

«Non lo è nel caso di un movimento che metta a rischio la stabilità del mondo, come nel caso del fascismo nella Seconda guerra mondiale. Ma nel caso della Libia, Gheddafi non attaccava o minacciava nessuno, all' esterno. (...)


Un mondo senza leadership
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 marzo 2011


 
(...) La coalizione internazionale si è messa nei pasticci da sola. E’ ormai chiaro che i raids militari sono cominciati senza che fossero state chiarite questioni essenziali per la loro riuscita: dalla catena di comando agli obiettivi finali. E siccome la gente è tutt’altro che stupida, il consenso diminuisce. Non è facile restare favorevoli a un’impresa guidata da leaders che sembrano passare il tempo a combattersi politicamente a vicenda, invece di concentrarsi su Gheddafi. Dovremmo forse inventare una parola nuova per definire i governanti delle nazioni occidentali: leaders, persone che guidano - sperabilmente verso una méta sicura e migliore - non sembra la parola più adatta.
 
Nel giorno del dibattito parlamentare italiano, è importante ricordare il punto decisivo: la missione in Libia è stata decisa tardi, è cominciata male ma è interesse del nostro Paese - di tutto, non di una sua parte - che riesca. Non è il momento di fare i conti al nostro interno e non è il momento di fare i conti con la Francia, che ha deciso di bombardare in anticipo, senza coinvolgerci, una nostra fonte energetica primaria. E’ il momento di partecipare, come Italia, a una soluzione che funzioni. Perché saremmo i primi a pagare le conseguenze di un fallimento sui cieli di Libia.
 
(...) La riluttanza degli Stati Uniti ha lasciato spazio alla Francia, che è riuscita a mobilitare la missione internazionale prima dello showdown a Bengasi; ma che sbaglia quando ritiene che sue scelte unilaterali possano essere accettate a scatola chiusa dagli altri.
 
La Francia è una specie di seconda America: l’unica altra potenza democratica a concepire il proprio ruolo nel mondo come una missione universale. Peccato che il resto del mondo non la pensi così. L’alternativa alla leadership americana non può essere la guida nevrotica di Nicolas Sarkozy, dettata almeno in parte da cattivi presagi elettorali. E neanche può essere un accordo franco-inglese, che fra l’altro - anche senza bisogno di tornare a Suez - non è detto che funzioni. Non a caso anche il premier britannico David Cameron ritiene che sia meglio ricorrere alla Nato, che ha il vantaggio di meccanismi di comando integrati e sperimentati.
 
(...) Qual è il nostro interesse sul futuro della Libia? Una volta distrutto uno status quo che ci avvantaggiava (ma in modo illusorio), l’Italia deve avere chiari gli esiti politici da perseguire. Per magra consolazione, la confusione sugli obiettivi finali della missione non è solo nostra: fra una lettura stretta del mandato Onu (la protezione della popolazione civile) e una interpretazione larga dei risultati da raggiungere (la deposizione di Gheddafi), le oscillazioni prevalgono dovunque.
 
L’Italia ha interesse a evitare un esito possibile ma che sarebbe pessimo anche per noi: la spartizione della Libia, con un governo non particolarmente amico in Cirenaica (con le sue fonti energetiche) e uno decisamente nemico in Tripolitania (con i rischi di ritorsione).
 
La Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza sottolinea la difesa dell’integrità della Libia. A differenza di quanto sembra a tratti pensare il premier italiano, la deposizione di Gheddafi è diventata una delle condizioni decisive per preservarla. L’intervento non può proporsi in modo diretto un cambio di regime. Ma sarà riuscito solo se avrà aiutato la popolazione libica a darsi un altro governo.
Una Guerra Senza Orizzonte
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 18 marzo 2011


Spero di sbagliarmi, e spero ancora di più che queste righe diventino prestissimo vecchie, considerate le notizie degli ultimi minuti che dicono di un "cessate il fuoco" ordinato da Gheddafi.

Personalmente provo una grande angoscia; ho moltissimi dubbi nei confronti di una guerra che sembra iniziare senza capire per chi stiamo combattendo e per quale scopo. (Uso il noi perché, al di là dell'iniziativa anglo-francese, gli italiani potrebbero dare basi di appoggio e perché si stanno valutando le implicazioni anche in ambito NATO)  

Come già scritto in precedenza, non si può rispondere a questi interrogativi semplicemente dicendo che interveniamo  "per proteggere i civili", perché stiamo entrando in una guerra già in atto e questo significa inevitabilmente parteggiare per una fazione, non solo difendere astrattamente i deboli. 

Inoltre appare ancora forte nelle ipotesi che si stanno facendo l'illusione di risolvere "dall'alto", con la sola azione aerea, una battaglia che non può che essere decisa sul terreno.

Fare la guerra senza voler fare la guerra: il modo peggiore di combattere, perché tutte le scelte appariranno costrette e "di reazione", non rispondenti a un nostro disegno.

Fare la guerra senza un orizzonte politico: il modo peggiore di combattere, perché, quale che sia il risultato finale (che prezzo siamo disposti a pagare per vincere contro Gheddafi? attaccheremo veramente solo le infrastrutture militari?) il destino finale della Libia non è stato discusso, e non è chiaro a chi daremo in mano la Libia, se e quando Gheddafi verrà sconfitto.

L'Italia forse può agire, ma deve farlo subito, per una mediazione che dia un orizzonte a questo dramma: salvacondotto ai Gheddafi, transizione con un governo che realizzi il compromesso fra le fazioni, nascondendo dietro qualche prestanome la famiglia del rais, affinché il clan accetti di andare via pur mantenendo qualche interesse intatto. 

Sarà poco morale, e forse è già troppo tardi, ma è molto peggio combattere nel vuoto e senza le idee chiare.

Spero grandemente di sbagliarmi.

Francesco Maria Mariotti

(nota chiusa alle 15:30 di venerdì 18 marzo 2011)

 
(...)Ministro, come si comporterà la Germania? 
«La Germania non parteciperà a un intervento militare in Libia. Siamo convinti che l’alternativa a un intervento militare non sia l’inerzia, bensì pressioni politiche e sanzioni finanziarie ed economiche mirate. Su questo punto la Germania ha assunto un ruolo di guida sia in Europa che nel Consiglio di sicurezza, vogliamo portare avanti queste iniziative e inasprirle. L'obiettivo è fare in modo che il dittatore Gheddafi, che conduce una guerra contro il suo stesso popolo, non possa andare avanti. La strada è quella delle sanzioni, delle pressioni politiche, dell’isolamento internazionale. Le Nazioni Unite giocano un ruolo decisivo, ma tutto quello che va al di là di sanzioni mirate può essere preso in considerazione solo se c'è il sostegno e la partecipazione anche dei Paesi della Lega Araba». 

Cosa significa questo in concreto? 
«Che non spedirò nessun soldato tedesco in Libia. Che succede, ad esempio, se si verificano eventi nella Costa d'Avorio? Che facciamo con gli altri Paesi in cui l’opposizione è vittima di oppressioni barbariche? È spaventoso vedere le immagini che arrivano dalla Libia, l’istinto dice che uno dovrebbe intervenire ora, ma un intervento militare è solo l’inizio, è la partecipazione a una guerra civile, che può durare a lungo». 

Così rischia però di isolarsi da Francia e Gran Bretagna. 
«Siamo molto amici dei nostri partner europei, ma tuttavia non spediremo soldati tedeschi in Libia. Rispettiamo le nostre responsabilità internazionali, ad esempio in Afghanistan». 

Quindi una partecipazione della Germania è esclusa, comunque essa si configuri? 
«Lo ripeto: non partecipiamo con saldati tedeschi a una missione militare in Libia. È difficile prevederne le conseguenze sui movimenti per la libertà nell’intero mondo arabo e nordafricano e questo ci preoccupa: noi vogliamo che questi movimenti siano rafforzati e non indeboliti. Sono molto preoccupato per la situazione in altri Paesi della regione, come in Bahrein, dove credo che sia necessario un dialogo nazionale: non ci sarà una soluzione internazionale, ma solo una nazionale. Gli sviluppi nello Yemen sono molto inquietanti. Le immagini che ci arrivano dalla Libia sono sconvolgenti, ma la soluzione militare, che sembra tanto semplice, non lo è affatto, bensì è pericolosa, è piena di rischi e conseguenze. Che succede se non si riesce a bloccare l'avanzata delle truppe di terra con gli attacchi aerei? Il prossimo passo sono le truppe di terra?» (...)

Nucleare - attendiamo prima di decidere?
post pubblicato in Comunità, il 17 marzo 2011


Personalmente sarei favorevole al nucleare. Non amo però la retorica dei nuclearisti che in questi giorni insultano i contrari alle centrali come se fossero degli irrazionali superstiziosi; il nucleare è ancora una scelta da tenere in seria considerazione, ma dobbiamo necessariamente alzare i livelli di sicurezza (pur sapendo che la sicurezza totale non esiste) e sapere di più.

Con quello che sta succedendo, non è "coraggio riformista" andare avanti come se nulla fosse, perché ogni scelta - anche la più coraggiosa e giusta - va pesata e spiegata, e deve superare gli scetticismi di molti e la legittima angoscia di tanti.

Il paese - e l'Europa - hanno la possibilità di aprire una vera discussione, onesta e leale; a patto di evitare la retorica; da entrambe le parti.
Non perdiamo l'occasione

Francesco Maria Mariotti

17 marzo 2011, Congelare il referendum, il Foglio
 
Il vantaggio che avrebbe l’Italia a rimandare il quesito sul nucleare
 Ai primi di giugno gli elettori dovranno rispondere al quesito referendario che punta a impedire la costruzione di centrali atomiche nel nostro paese. E’ evidente che una consultazione a ridosso degli avvenimenti disastrosi che hanno colpito il Giappone sarebbe dominata da un’ondata emotiva, prima che si sia in grado di valutare razionalmente le condizioni specifiche che si sono realizzate in quel paese, le diverse garanzie di sicurezza che offrono le centrali di nuova generazione, l’impegno a definire standard europei che tutti saranno chiamati a rispettare. Sarebbe ragionevole rinviare questo confronto dando il tempo necessario a tutti, a cominciare dalle forze politiche, di elaborare in modo conclusivo i dati provenienti del Giappone, senza essere trascinate dallo tsunami psicologico che si traduce in una psicosi di massa. (...)


 

Gheddafi spiazza l'Occidente (E. Bettiza)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 14 marzo 2011



La riconquista di Brega, porta d’ingresso alla Cirenaica isolata, ultimo caposaldo degli insorti disorganizzati e allo sbaraglio, segna il decisivo punto di svolta a favore delle truppe di Gheddafi nell’avanzata verso la metà secessionista della Libia. Ogni ora che passa accresce sempre più il riconsolidamento del regime repressivo del Colonnello, dei suoi accoliti e soprattutto dei suoi figli addestrati al comando militare e alle pubbliche relazioni. Un’occhiata alla carta geografica basta a darci l’istantanea della situazione. Bengasi, roccaforte dei ribelli, è nel mirino. Dopo la caduta di Ras Lanuf, centro petrolifero da cui i ribelli intendevano lanciare un attacco simbolico contro Sirte, città natale di Gheddafi, soltanto l’intervento unanime della comunità internazionale avrebbe potuto arrestare questa riscossa implacabile del raiss.

Ma l’unanimità non c’è stata, non c’è, ed è azzardato sperare che ci sarà nei prossimi giorni. Lo stesso concetto di «comunità internazionale» si sta rivelando vacuo e quasi sinonimo del nulla di fatto. Quelli che davano per certa o imminente la fine della dittatura libica, a cominciare dal presidente Obama, dovranno rivedere il loro affrettato pronostico e fare i conti, come ai tempi di Miloševic e del Kosovo, con la paralisi dell’Onu e l’inusitata tenuta di potere di un dittatore spietato e caparbio. (...)

Già il figlio più politicizzato del raiss, Saìf al Islam, in una recente intervista al «Corriere della Sera» ha evocato la possibilità di un’opzione energetica in favore dei cinesi, minacciando gravi ritorsioni contro governanti e investitori italiani accusati di «tradimento» e «complicità con i terroristi cirenaici». Minacce mirate che, assieme a quella di sommergere la Penisola con migliaia di fuggiaschi africani, non si dovrebbero prendere tanto alla leggera. Un Muammar Gheddafi condannato come criminale in Occidente ma inaspettatamente resuscitato, grazie ai veti di Pechino e di Mosca, alla sommità di tonnellate d’oro nero porrà grossi e tremendi quesiti all’Italia e all’Europa nel suo insieme. Come ha scritto sul «Foglio» Carlo Panella, correremo il rischio di avere alle porte di casa uno «Stato pirata» governato da «un imprenditore del terrorismo».

Si capisce meglio, anche se duole capirlo, la prudenza con cui i governi di Roma e di Berlino hanno cercato di trattare, fin dall’inizio, una crisi che non definirei «rivoluzionaria» ma, piuttosto, un condensato spontaneo di collere tribali contro una tirannide tribale e personale insieme. Il tutto, com’era in parte prevedibile, non poteva che insabbiarsi in una rivolta disperata e abbandonata a se stessa. Una rivolta non ad armi pari. Il clan di potere che, aggredito, sembrava destinato al collasso corre invece armatissimo verso Bengasi e Tobruk alla riconquista del tempo e dello spazio perduto. Nelle prossime ore comprenderemo se i giochi resteranno aperti o se si sono già chiusi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8503&ID_sezione=&sezione= 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/3/2011 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per ora vince Gheddafi? - 2
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011



(...) I ribelli chiedono con crescente insistenza che la comunità internazionale intervenga per porre fine a una repressione che il prolungarsi della guerra civile rende sempre più violenta, mentre parimenti fa aumentare il nostro disagio di assistere inermi a quanto avviene. Eppure, proprio mentre Gheddafi accentuava la sua pressione sugli insorti, scemavano rapidamente le prospettive di un intervento militare occidentale diretto almeno a impedire l’impiego dei bombardieri contro la popolazione civile. Le ragioni tecniche e legali che rendono estremamente complicata l’attuazione di una no fly zone sui cieli della Libia sono state ampiamente spiegate in questi giorni. Sembra però opportuno sottolineare che proprio la capacità di resistenza mostrata dal colonnello modifica il quadro complessivo e rende l’ipotesi di intervento militare esterno ancora più implausibile. Non solo perché questo andrebbe incontro a difficoltà maggiori o a un numero di perdite prevedibilmente più alto. Ma per un fatto squisitamente politico.

Sino a pochi giorni fa un intervento militare esterno sarebbe stato un modo per accelerare un destino segnato, allo scopo di limitare il sacrificio di vite umane. Si sarebbe cioè configurato come un intervento umanitario un po’ più «muscolare», una sorta di operazione «Restore Hope» (Somalia 1991), auspicabilmente di maggior successo. Oggi il medesimo intervento avrebbe il senso di far pendere la bilancia a favore di una parte contro un’altra in una situazione di guerra civile ancora molto fluida e dall’esito incerto. Sarebbe un intervento dal chiaro significato politico: ben più arduo da accettare non solo per Cina e Russia, ma anche per molti Paesi arabi e africani. Guadagnando tempo, resistendo, Gheddafi sa così di rendere molto più difficile che lo sdegno occidentale possa produrre ciò che in cuor suo più teme, l’escalation (anche militare) dell’internazionalizzazione della crisi.


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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per ora vince Gheddafi?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011


Ma per ora vince il raiss, di Lucia Annunziata, laStampa, 8 marzo 2011

(...) La Casa Bianca, per bocca del capo dello staff William Daley, ha però fatto subito piazza pulita di queste intemperanze, facendo presente la difficoltà a mettere in atto una no fly zone su una nazione vasta come la Libia, armata di moderne difese antiaeree di fabbricazione russa. «Tanti parlano di no fly zone - ha detto Daley con un certo sprezzo - come se si trattasse di un videogame», frase che in giornata ha ripreso, e non a caso, il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. Ugualmente sprezzante nei confronti di ogni ipotesi militare è stato l’uomo che, eventualmente, avrebbe nelle sue mani proprio la gestione di un intervento di tal genere, il segretario alla Difesa Robert Gates, definendole «chiacchiere». Un Paese vasto come l’Alaska, ha detto Gates, trovando la perfetta immagine per chiarire le dimensioni di una impresa armata, non può che iniziare con attacchi aerei e finire con una operazione di vaste proporzioni. Il termine va tradotto con «invasione di terra».

In ogni caso, e qualunque fossero i piani di guerra, non ci sarebbe mai un appoggio internazionale sufficiente a far approvare all’Onu un mandato. Mancano all’appello i membri chiave del Consiglio, come la Russia (ieri lo ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov) e la Cina, e mancano potenze regionali come il Brasile. Così come in Medioriente mancherebbe l’appoggio della Lega Araba che già si è schierata contro ogni intervento occidentale.

L’Italia, già riluttante nemica di Gheddafi, ha ancora meno dubbi sul che fare: «Mi pare di sentir parlare di interventi militari e credo che sarebbe un errore molto grave», ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quello che rimane sul tavolo, dunque, sono le solite strade - un piano Marshall, che è la parola magica che si evoca quando non si sa cosa dire, oppure la via diplomatica dei contatti con l’opposizione, o ancora un massiccio invio di mezzi per aiutare la popolazione delle zone liberate o i profughi. Misure necessarie, ma tutte di contorno rispetto al problema che si è creato ormai in Libia: cioè che il colonnello Gheddafi non appare vicino, e forse nemmeno lontano, a cadere.

Giorno dopo giorno, i combattimenti stanno svelando la assoluta improvvisazione con cui i ribelli hanno avviato la loro rivolta. Ma se la buona fede con cui si sono avviati in una vicenda che oggi appare forse più grande delle loro forze è spiegabile con il contesto generale con cui si sono mossi, la sorpresa della resistenza messa in atto dal Colonnello parla anche della esilità delle nostre conoscenze dei rapporti di forza, della situazione sul terreno, e della struttura di potere nella Libia di Gheddafi.(...)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8480&ID_sezione=&sezione=

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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Se le quote rosa diventano mimose (da laVoce.Info)
post pubblicato in Comunità, il 8 marzo 2011


SE LE QUOTE ROSA DIVENTANO MIMOSE

di Fausto Panunzi 08.03.2011

L'8 marzo di ogni anno ci si interroga sulla condizione femminile. Una soluzione per ridurre il divario tra i sessi nel mondo del lavoro è utilizzare le quote. Le prevede ad esempio un disegno di legge che impone di riservare alle donne il 30 per cento dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate entro il 2015. Nel breve periodo, il rischio è quello di cooptare donne non preparate che potrebbero finire per confermare eventuali stereotipi negativi. Né va scartata del tutto l'ipotesi che le quote siano come le mimose: l'omaggio di un solo giorno.

 
(...) È quindi importante agire affinché la discriminazione tra i sessi sia ridimensionata perché essa implica un grande spreco di talento. Uno strumento tipico usato per affrontare possibili problemi di discriminazione è quello delle quote riservate alle minoranze. Un esempio di applicazione della politica delle quote è la legge su cui si è arrivati all'accordo in commissione Finanze del Senato, ispirata a norme simili promulgate in Norvegia e Spagna, che prevede che entro il 2015 il 30 per cento dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate sia riservato alle donne. Per le aziende che non si adegueranno, dovrebbe scattare una procedura che prevede la diffida di quattro mesi, poi una sanzione, un'altra diffida di tre mesi e infine la decadenza del Cda.
Secondo i dati di uno studio Cerved, riportato dal Corriere Economia del 7 marzo, solo il 12 per cento delle società quotate italiane soddisfa oggi tale requisito. Lo studio citato riporta anche altri risultati: nel triennio 2007-2009 le imprese con un Cda “rosa” hanno avuto migliore redditività e una minore probabilità di insolvenza rispetto a quelli con una più ridotta partecipazione femminile.

UNA QUOTA FORSE ECCESSIVA

Il problema di tali studi è che la correlazione tra redditività o solvibilità e partecipazione femminile ai Cda non implica in alcun modo causalità. Potrebbe essere vera una causalità inversa, cioè che la maggiore redditività consenta alle imprese di avere un numero più elevato di donne nei Cda o ci potrebbe essere una terza variabile, non considerata nell’analisi, che spiega sia la maggiore redditività che la maggiore quota femminile nei Cda.
Non avendo a disposizione lo studio Cerved, non ho potuto controllare se affronti tali questioni. Nella letteratura accademica, il lavoro più rilevante scritto di recente è quello di Renée Adams e Daniel Ferreira. (1) I risultati confermano che le donne si comportano in modo diverso dagli uomini nei Cda. Ad esempio, hanno un maggior tasso di presenza alle riunioni e partecipano a un maggior numero di comitati. I Cda con più donne sostituiscono più facilmente gli amministratori delegati nel caso di performance negativa. Tuttavia, una volta che si sia controllato per la possibilità di causalità inversa e di possibili variabili omesse, Adams e Ferreira trovano che le imprese con un rapporto più paritario tra uomini e donne nei Cda hanno una performance peggiore. Gli autori scrivono esplicitamente che i loro risultati suggeriscono che l’imposizione di quote obbligatorie per i consigli di amministrazione possa, in alcuni casi, ridurre il valore delle imprese.
Ovviamente, lo studio di Adams e Ferreira non è la parola definitiva sul tema, ma suggerisce almeno due tipi di considerazioni. La prima è che passare dall’assenza di quote al 30 per cento, anche se in tre-quattro anni, è forse eccessivo. Il rischio che si corre nel breve periodo, come già sottolineato, tra gli altri, da Luigi Zingales, è quello di cooptare donne non preparate che potrebbero avere l’effetto di confermare eventuali stereotipi negativi sulla loro presenza nei Cda. Meglio un approccio graduale con delle quote crescenti nel tempo.(...)
 
Marta Dassù, Il pericolo è un altro Kosovo
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 4 marzo 2011


Segnalo l'articolo di Marta Dassù comparso sulla Stampa di giovedì 3 marzo (i grassetti nel brano che riporto sono miei).
Le preoccupazioni sono le medesime di cui ho parlato pochi giorni fa (potete leggere il post poco più sotto): siamo consapevoli dei costi di un'operazione in Libia? Siamo in grado di gestire tutte le conseguenze di una posizione "interventista"?
 
Di seguito anche i link di altri interventi sulla situazione in NordAfrica.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Uno stallo del genere, con tutti i pericoli che si porta dietro, era prevedibile. Il comportamento di Gheddafi non è poi molto diverso da quello di Milosevic, altro dittatore amico dell’Italia e che alla fine (1999) abbiamo bombardato, assieme agli impianti di Telecom a Belgrado. Il punto è che la gestione internazionale della crisi libica rischia di entrare in una spirale molto simile: dalle sanzioni economiche ai corridoi umanitari, fino ai bombardamenti militari. Siamo preparati a un esito del genere? La sensazione, guardando agli interventi occidentali degli ultimi due decenni, è che questo tipo di guerre moderne nascano appunto così: come guerre non dichiarate e forse neanche volute, ma che diventano inevitabili come ultimo anello di una catena di azioni-reazioni. Quale Paese in prima linea, molto più esposto di altri, l’Italia ha interesse a evitare che la risposta internazionale alla crisi libica ricalchi le stesse dinamiche. Perchél’esito sarebbe già scritto: finiremo per bombardare Tripoli.

Se americani ed europei decidessero di colpire sedi e strumenti del potere di Gheddafi, come si comincia a chiedere da Bengasi, le implicazioni sarebbero almeno tre. Primo: diventeremmo alleati di una parte in conflitto, così come lo diventammo a suo tempo dei guerriglieri kosovari-albanesi. E’ una scelta politica che siamo intenzionati a compiere? Non è facile rispondere, anche perché non è chiaro, in realtà, come sia composta la galassia assai frammentata dell’opposizione cirenaica. Secondo: l’appoggio cinese e russo alla prima risoluzione dell’Onu è stato essenziale; ma è escluso che Pechino (e forse Mosca) possano votare a favore di un’azione militare, che sarebbe quindi essenzialmente americana ed europea. Dopo aver bombardato, gli occidentali sarebbero comunque oggetto del risentimento della popolazione locale: la gratitudine dei popoli liberati è merce rara.

Terzo: l’uso della forza nei conflitti interni agli Stati non si esaurisce con il primo intervento. Crea anzi le premesse di una lunga presenza, militare e politica, trasformando nei fatti la «responsabilità di proteggere» - ossia un intervento motivato da ragioni umanitarie - in un semi-protettorato. A dodici anni dall’intervento in Kosovo siamo sempre lì, con i nostri soldati e i nostri soldi. E’ un onere che l’Italia e l’Europa sono pronte ad assumersi, in Libia? (...) 

 
 
 

 
Libertà, parola su cui riflettere (Bidussa e Ichino)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 1 marzo 2011


Liberazione e libertà (una riflessione di David Bidussa)

Nelle ultime settimane si è parlato molto di rivoluzione aproposito dei fatti che hanno interessato Tunisia, Egitto e poiLibia. Per favorire una corretta comprensione e, soprattutto, nonincorrere in improvvisi “risvegli” come già accaduto peraltri eventi, é bene distinguere tra liberazione e libertà.Per ora si è vista molta liberazione, la pratica della libertàdeve ancora trovare la sua via.

http://www.moked.it/unione_informa/110227/110227.html#alef

LA LIBERTA’ NON SI TROVA ALLO STATO DI NATURA, di Pietro Ichino

DEPORRE UN TIRANNO, COMESTA ACCADENDO NEI PAESI DELL’AFRICA MEDITERRANEA, E’ MOLTO PIU’FACILE CHE DAR VITA A UNA DEMOCRAZIA FONDATA SU DI UNA VERA DIVISIONEDEI POTERI E A UN’ECONOMIA CONCORRENZIALE

Editoriale telegraficoper la Newsletter n. 141 del 28 febbraio 2011

Tutti, giustamente,esultano per il travolgente movimento di popoli che nel nord-Africaha abbattuto due regimi autoritari e ne sta abbattendo un terzo,sempre in nome della libertà. Quasi tutti, però,dimenticano un fastidioso particolare: la libertà non si trovaallo stato di natura. Un regime di vera libertà culturale,divisione dei poteri politici e concorrenza in economia èquanto di più artificiale esista al mondo: richiede unknow-how sofisticatissimo e non facilmente trasferibile. Per questo,purtroppo, la caduta di un despota è una buona notiziasoltanto a metà.

Il discorso valeanche, se del caso, sulla sponda opposta del Mediterraneo.

http://www.pietroichino.it/?p=13121


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