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Nucleare sì, nucleare no - al di là della teoria...

Il sito de La Voce è sempre uno strumento molto utile per provare ad approfondire alcune tematiche in termini che non sempre sono "in evidenza" nel dibattito pubblico.
E' il caso dell'articolo apparso ieri a firma di Filippo Cavazzuti.

(Filippo Cavazzuti è dal 1980 professore ordinario di Scienza delle finanze e diritto finanziario nella Facoltà di economia dell'Università di Bologna. Attualmente è docente di “Economia e regolazione dei mercati finanziari” presso la medesima facoltà. E' stato senatore della Repubblica dal 1983 al 1996; sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro dal 1996 al 1998; commissario Consob dal 1999 al 2003; socio fondatore e membro del Comitato scientifico di Prometeia - Associazione per le previsioni econometriche. Ha inoltre collaborato a "Il Sole-24 Ore" ed al “Corriere della Sera”.)

Dopo l'improvviso annuncio del ritorno al nucleare, è opportuno ragionare quantomeno sugli assetti proprietari di questa industria, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili e sulla redditività degli impianti. Cerchiamo di farlo guardando alle scelte di Regno Unito, Francia e Finlandia, che nei venti anni di rinuncia del nostro paese hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l'energia nucleare. Esempi che possono aiutarci a evitare una impervia via italiana al nucleare.

Lasciate alle spalle le prime reazioni all’improvviso annuncio di ripresa del nucleare e in attesa che si formi, se si formerà, una opinione pubblica decisamente a favore di tale opzione, e che gli esperti indichino di quale generazione (terza, quarta o intermedia) debbano essere le nuove centrali nucleari, vale la pena di cominciare a riflettere su alcuni problemi che inevitabilmente si presenteranno sul campo per effetto di tale scelta.
A venti anni dall’abbandono del nucleare, la memoria può risultare appannata, è opportuno quindi riferirsi a quanto già sperimentato nei tre paesi europei (Regno Unito, Francia e Finlandia) che hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l’energia nucleare; ciò per evitare una impervia via italiana al nucleare. È opportuno dunque ragionare quantomeno sugli assetti proprietari dell’industria nucleare, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili (uranio) e sulla redditività degli impianti.

GLI ASSETTI PROPRIETARI

In Francia, si sa, tutto il controllo l’industria elettrica (Edf, Areva Np ex Framatome e Cogéma, Eurodif-Eur0pean Gaseous Diffusion Uranium Enrichment Consortiun) è nelle mani dello Stato. Inoltre, la Francia vende energia elettrica anche fuori dai confini domestici .
Nel Regno Unito, nel 1989 venne decisa la privatizzazione dell’industria elettrica dopo avere scorporato le centrali governate dal Central Electricity Genereteng Board e fatte confluire nelle mani pubbliche di Nuclear Electrica Plc e di Scottish Nuclear Ltd Impresa pubblica, interamente posseduta dal governo inglese dal 1984 è anche British Nuclear Fuels Plc responsabile per il decommissioning e i servizi tecnologici.
In Finlandia la società Fortum Oyj, creata nel 1998 per coprire la generazione, la distribuzione e la vendita dell’energia elettrica oltre che la manutenzione degli impianti, è una società quotata, la cui maggioranza (51 per cento) è nelle mani del governo finlandese. Fortum vende energia anche nei paesi baltici, alla Polonia e nei paesi del nord ovest della Russia.
Se ora volgiamo lo sguardo all’Italia e all’Enel (che alcuni vorrebbero privatizzare) in particolare, osserviamo che con il 21,8 per cento del suo capitale nelle mani del ministero dell’Economia e con il 10,35 per cento nelle mani della Cassa depositi e prestiti, la società è scalabile solo nel caso di acquisto sul mercato di dimensioni tali da promuovere un’Opa totalitaria. È però anche vero che l’Enel è difesa dai poteri speciali ancora oggi nelle mani del ministero dell’Economia.
Ma nel caso che, come già è stato sostenuto da soggetti interessati, Enel produca e gestisca centrali nucleari che si fa? Si fa gli indifferenti oppure Enel si ricompra sul mercato le azioni sufficienti per giungere al controllo di diritto, il 51 per cento del capitale? Oppure, si scorpora da Enel quel po’ di nucleare che ha e lo si conferisce da una impresa pubblica? La si nazionalizza per la seconda volta? E i privati che vogliono entrare nel settore nucleare, sarà loro permesso oppure vietato e, se sì, in base a quali condizioni di legge? Oppure tutto il settore nucleare finirà nelle mani delle ex municipalizzate governate dagli enti pubblici locali, che molti vorrebbero invece privatizzare? Oppure andrà nella Cassa depositi e prestiti? Tutte soluzioni possibili, anche se non tutte egualmente raccomandabili, ma su cui sarebbe bene ragionare.

LA REGOLAMENTAZIONE

Francia, Regno Unito e Finlandia, seppure in presenza di imprese pubbliche, hanno previsto con legge una potente e pervasiva regolamentazione del settore, in alcuni casi anche tramite l’istituzione di una apposita autorità.
In Finlandia per effetto del Nuclear Energy Act del 1987 è stata istituita la Finland Radiation and Nuclear Safety Autority responsabile dell regolamentazione e della supervisione.
Nel Regno Unito, per effetto di una complessa legislazione,avviata nella metà degli anni Cinquanta, le competenze sono ripartite tra diversi organi di governo tra cui lo Health and Safety executive e il correlato Nuclear Safety Directorate, che rilascia le licenze e definisce gli standard di sicurezza degli impianti.
In Francia nel giugno del 2006 stata costituita la Autorité de sureté nucléaire per controllare, tra l’altro, le attività nucleari civili al fine di proteggere il pubblico e l’ambiente dai rischi legati alle attività nucleari.
I pochi esempi riportati attestano la copiosa attività legislativa e regolamentare che i diversi paesi che ancora promuovono il nucleare hanno dovuto approntare.
L’Italia non dispone di alcunché al riguardo e non è pensabile che con pochi aggiustamenti possa essere riconvertita l’Enea o l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Si dovrà anche scegliere tra una regolazione affidata a qualche ministero oppure a una nuova autorità indipendente evitando sovrapposizioni di funzioni. Un lungo processo legislativo dunque si impone, che dovrebbe portare a risultati bipartisan onde evitare che nell’alternarsi delle maggioranze l’industria nucleare subisca un devastante processo di stop and go. Un settore nucleare a singhiozzo sarebbe uno spreco enorme di risorse umane e finanziarie.

PREZZO DELL'URANIO E REDDITIVITÀ DEGLI IMPIANTI

Non molte sono le miniere di uranio nel mondo. Oggi meno di venti paesi estraggono il metallo, ma i più importanti sono appena tre: Australia, Kazachstan e Canada, che contengono circa il 50 per cento delle riserve note. (1) Seguono il Niger, la Russia, la Namibia, l'Uzbekistan, gli Usa, il Sudafrica e la Cina. E poiché i paesi sono così pochi, e alcuni anche molto poveri, si formerà una nuova Opec dell’uranio al pari di quanto fanno gli emirati? O, nel caso dell’Italia, si avrà una dipendenza dai paesi produttori come nel caso del gas russo? Si aggiunga che non esiste un mercato multilaterale degli scambi di uranio, ma soltanto contratti bilaterali. In queste condizioni, quale sarà il prezzo dell’uranio tra quindici o venti anni quando le centrali italiane saranno a regime ? Era di 7 dollari per libbra nel 2001, ma di oltre 120 dollari nel 2007. Continuerà a crescere nel lungo termine? E se crescesse di più del prezzo del petrolio o del gas, che fine farebbe la produzione di energia delle centrali nucleari? Dovrebbe essere sussidiata dal bilancio pubblico?
E se ad esempio nel futuro dovesse risultare più vantaggioso l'utilizzo delle centrali a gas rispetto a quelle nucleari, magari gestite da società per azioni - pubbliche o private che siano - che hanno fatto appello al pubblico risparmio per il finanziamento dei loro colossali investimenti, non si renderebbe quanto meno necessaria la ricerca di nuovi acquirenti e di nuovi mercati su cui collocare l'energia prodotta in Italia? Altrimenti, come ammortizzare gli impianti delle società quotate e difenderne il valore di mercato? Non a caso Francia e Finlandia, temibili concorrenti, già vendono energia elettrica anche fuori dei mercati domestici.
Sono soltanto alcuni interrogativi tra i tanti che vengono alla mente, come ad esempio quello del reperimento degli ingegneri nucleari non più prodotti dalla nostra università, a cui si dovrebbe cominciare a rispondere se, dopo il primo annuncio, si vuole evitare di imboccare una rovinosa via italiana al nucleare.

 

Pubblicato il 11/6/2008 alle 8.45 nella rubrica Idee.

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