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Mr. President e il mondo

La Stampa, 4/11/2008 BORIS BIANCHERI
 
In ogni parte del mondo, dall’Asia all’America Latina, dall’Africa all’Europa, non c’è chi non trattenga il fiato in attesa del risultato delle elezioni presidenziali americane. Nel 2000 fu decisivo un migliaio di voti in Florida per dare a Bush la vittoria su Gore. Anche questa volta, quali che siano i sondaggi a livello nazionale, non è impossibile che sia il risultato magari di uno solo dei 50 Stati americani a determinare, nel complesso meccanismo elettorale, la vittoria dell’uno o dell’altro dei candidati.

Se queste elezioni si svolgessero nel mondo intero, Obama sarebbe già praticamente eletto. In Europa, i sondaggi Gallup lo danno preferito con larghissimo margine, con punte particolarmente elevate in Germania e in Italia. Giocano in questa scelta i fattori più diversi: l’antipatia per Bush, il carisma personale di Obama, l’avversione alla guerra in Iraq, la trasposizione in chiave americana dei paradigmi ideologici e politici europei, il mito della fine dei pregiudizi razziali (anche se un’inchiesta fatta in Germania rivela che quasi nessuno dei tedeschi che vorrebbe Obama presidente in America sarebbe pronto a scegliere un Cancelliere di colore in casa propria) e infine la certezza che la vittoria del candidato democratico sarebbe vantaggiosa per l’Europa, per il legame transatlantico e per una concezione multipolare del mondo.

Tutte queste considerazioni possono essere più o meno condivise ma sono perfettamente legittime. Sull’ultimo punto, tuttavia - cioè che il successo di Obama darebbe luogo a una politica estera americana più vicina alla nostra visione del mondo - credo sia utile introdurre una nota di cautela. Non certo perché io pensi il contrario, e cioè che siano invece McCain e la sua squadra a concepire i rapporti internazionali in modo più vicino ai nostri interessi, ma per una cautela di carattere più generale.

Nessuno dei due candidati è stato particolarmente esplicito su come intende affrontare i vari temi internazionali che sono attualmente sul tappeto: i rapporti euro-americani, il clima, le relazioni con la Russia, l’incognita iraniana, la lotta ai talebani in Afghanistan e in Pakistan, e così via. Semmai, a sbilanciarsi di più, durante le primarie democratiche, era stata Hillary Clinton, che aveva elencato minuziosamente il suo punto di vista sui vari problemi del mondo, ma la cosa, come sappiamo, non le è servita a vincere. McCain e Obama sono stati più vaghi e prudenti, anche perché i singoli temi di politica estera interessano solo marginalmente gli elettori, in America come altrove.

La realtà è che la politica estera, anche se si tratta di una potenza globale come lo sono gli Stati Uniti, non può essere programmata in anticipo se non in termini tanto generali che non significano quasi più nulla. La guerra al terrorismo e l’intervento militare in Iraq non erano nei programmi di Bush più di quanto la guerra del Kosovo lo fosse in quelli di Bill Clinton. Bush, anzi, iniziò il suo mandato concentrandosi su problemi interni e mantenendo, sul piano internazionale, le iniziative dell’amministrazione precedente. Poi giunse l’11 settembre a sconvolgere gli Stati Uniti e il mondo e a dare della guerra al terrorismo un ruolo centrale condiviso da tutti. Ricordate il «siamo tutti americani» di quei momenti? Da lì nacque l’azione militare in Afghanistan e, dal successo di quella, l’operazione Iraq, fallimentare nella gestione della pace ancor più che della guerra.

Un governo può avere un programma di politica fiscale, di politica sanitaria, di espansione dell’economia o di riduzione della spesa pubblica perché sa di poter perseguire i suoi programmi presentando al proprio Parlamento delle leggi che, se approvate, conducono a questi risultati. Non è in suo potere programmare in termini altrettanto precisi la politica estera che è quasi sempre il frutto di una reazione ad avvenimenti estranei alla volontà di chi governa, di cui non si possono scegliere i tempi né, di solito, prevedere tutte le conseguenze, e di fronte ai quali occorre spesso fare scelte di intuito e improvvisazione.

La stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la scomparsa di un universo contro il quale l’America aveva lottato per decenni, colse il mondo di sorpresa e trovò gli Stati Uniti incapaci di contribuire a guidarla. La crisi in Georgia nello scorso agosto ha rischiato, per un eccesso di reazione da parte americana, di sconvolgere i propositi europei di pianificare laboriosamente dei nuovi rapporti con la Russia. Il Presidente degli Stati Uniti ha, in materia di politica estera, una grande autonomia. Il nostro futuro dipenderà più dalle sue doti di carattere che dalla bontà dei suoi programmi, più dal temperamento o dall’equilibrio che dalla forza della ragione, più dal caso che dalla ideologia. Speriamo bene.

Pubblicato il 4/11/2008 alle 21.48 nella rubrica Idee.

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