Blog: http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it

Il ritorno della pirateria

di Natalino Ronzitti, professore ordinario di Diritto Internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali - 27/11/2008 - dal sito AffarInternazionali

La pirateria è un vecchio “crimine di diritto delle genti”, consistente nella depredazione di navi ed equipaggi “per fini privati” da parte di un'altra nave. La pirateria veniva ed è repressa perché mette in pericolo la libertà dei traffici marittimi. Trattandosi di un crimine commesso per “fini privati”, essa si distingue dal terrorismo, che qualifica la commissione di atti di violenza per fini politici. Fino a poco tempo fa, l’attenzione dei commentatori era posta sul terrorismo marittimo, e alla pirateria, che è peraltro disciplinata dal diritto internazionale del mare, venivano dedicate poche righe nella manualistica corrente. Gli incidenti registrati non erano numerosi, per lo più confinati nello Stretto di Malacca o nelle coste adiacenti alla Nigeria.

La situazione è completamente mutata con la guerra civile in Somalia e la mancanza di un apparato statale in grado di attuare un’efficace politica preventiva e repressiva. Secondo un recente briefing del Direttore generale dell’Organizzazione marittima internazionale, sono stati compiuti al largo della Somalia 440 atti di pirateria a partire dal 1984. Di questi, 120 hanno avuto luogo nel 2008. Sono state attaccate e catturate oltre 35 navi, ed un riscatto è stato chiesto per la liberazione di navi ed equipaggi. Attualmente sono nelle mani dei pirati 14 navi e 280 uomini di equipaggio. Si sono verificate anche perdite di vite umane.

Le regole del diritto internazionale del mare, codificate nella Convenzione di Ginevra del 1958 sull’alto mare e nella Convenzione sul diritto del mare del 1982, sono chiare. Ciascuno Stato può fermare e catturare una nave pirata in alto mare. In servizio antipirateria possono operare solo le navi da guerra o le navi contrassegnate e riconoscibili quali mezzi in servizio di Stato e adibite a questo scopo dallo Stato della bandiera. La cattura può avvenire solo in alto mare. Per operare nelle acque territoriali altrui è necessario il consenso dello Stato costiero. Si suppone infatti che questi abbia la capacità di mantenere l’ordine nelle proprie acque. Anzi, la repressione della pirateria è un dovere dello Stato costiero. La nave e il carico catturati dai pirati e liberati dalla nave da guerra in alto mare non diventano proprietà dello Stato che la libera. La regola è espressa nel latinetto “pirata non mutat dominium”, al contrario di quanto avviene nella guerra marittima, dove la nave nemica e il carico possono costituire preda bellica dello Stato cattore. Il principio è chiaro, ma la sua applicazione non lo è, e la norma internazionale lascia una notevole discrezionalità allo Stato che opera la cattura, pur salvaguardando i diritti dei terzi in buona fede. Allo Stato che cattura la nave pirata, spetta il diritto di sequestrarla e di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dell’equipaggio e di disporre dei beni, nella salvaguardia dei diritti dei proprietari.

Come ha reagito la comunità internazionale? In primo luogo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato due risoluzioni - 1816 del 2 giugno 2008 e 1838 del 7 ottobre 2008 - con cui autorizza gli Stati con navi nella zona ad entrare nelle acque territoriali somale. Tra l’altro si tratta di scortare le navi del World Food Program, che portano aiuti umanitari in Somalia. Le risoluzioni sono state adottate all’unanimità, ma la Cina ed altri paesi del terzo mondo hanno precisato che l’ingresso nelle acque somale non costituisce un precedente per modificare le regole del diritto del mare che consentono agli Stati esteri di operare solo in alto mare. È in preparazione una terza risoluzione del Consiglio, che dovrebbe disporre misure più incisive.

Intanto l’Oceano Indiano sta diventando molto affollato. Una flotta Nato, con la missione di scortare i convogli umanitari è presente nella zona, e la missione dovrebbe essere prorogata, nonostante che l’Ue abbia deciso un’azione comune per il dispaccio di una squadra navale, che dovrebbe essere operativa tra qualche giorno. L’Italia, che fa parte dell’operazione Nato, dovrebbe far parte pure di quella Ue. Tra l’altro sembra che le regole d’ingaggio Ue siano più incisive di quelle Nato.

Nell’Oceano indiano si trovano anche Cina e Russia. L’India non è andata tanto per il sottile, aprendo il fuoco contro una supposta nave pirata (altre fonti dicono che si è trattato di un errore poiché è stato affondato un peschereccio!). Gli Usa sono presenti con la Combined Task Force (Ctf) 150, che, oltre a svolgere missione antiterrorismo, svolge anche missione antipirateria. Anche il Pakistan ne fa parte.

Si ha l’impressione, però, che manchi un coordinamento. Le numerose “iniziative” lanciate dagli Stati Uniti, tipo la Proliferation Security Initiative (Psi) che comporta il fermo di navi estere in alto mare con il consenso della bandiera, potrebbero servire da modello per un’iniziativa congiunta contro la pirateria, che non può essere affidata alle sole Nazioni Unite. Ad esempio, nell’impossibilità di stabilizzare la situazione a terra, si potrebbe prevedere la chiusura delle coste somale, con una sorta di blocco alla rovescia (si può entrare, ma non uscire).

Le regole del diritto del mare già consentono di prendere misure incisive, compreso l’uso della forza, quando la nave sospetta di darsi alla pirateria non risponda all’alt che le viene intimato e risultano vani i tentativi di arrestarla. Quanto alla giurisdizione penale, essa può essere esercitata, come si è detto, dalla nave che procede alla cattura e la Francia lo ha già fatto con la cattura di 12 pirati, responsabili dell'abbordaggio di un panfilo francese, arrestati e trasportati in Francia. Altra possibilità è quella di consegnare i pirati catturati ad uno Stato della regione, ma qui sorgono altri problemi, tra cui quello di una giustizia conforme ai diritti dell’uomo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Codice della Navigazione contiene disposizioni (artt. 1135-1136) per l’esercizio della giurisdizione penale e la conseguente irrogazione delle pene. È allo studio un decreto-legge a completamento delle disposizioni del Codice, specialmente per quanto riguarda la convalida dell’arresto.

Intanto gli “utenti” del mare sono preoccupati. I noli sono aumentati e i premi assicurativi anche. Le compagnie di navigazione preferiscono spesso pagare un riscatto per liberare la nave e non si vede come questa prassi possa essere fermata. Danneggiate sono anche le navi dedite alla pesca d’altura, in particolare quelle impiegate nella cattura dei tonni.

È ammissibile l’impiego di compagnie militari private? I “contractors” americani si sono già fatti avanti, ma le compagnie di navigazione non vedono con favore uno sviluppo del genere. Tra l’altro l’impiego di “contractors” solleva delicati problemi giuridici. Se una nave commerciale, con a bordo una compagnia di “contractors”, viene attaccata dai pirati, essa potrà reagire in legittima difesa e, secondo alcuni, potrebbe addirittura procedere alla cattura della nave pirata. Ma può una compagnia di “contractors” armare una nave per condurre la lotta alla pirateria? Le regole del diritto del mare prescrivono che la cattura possa essere operata solo da navi da guerra o navi in servizio di Stato adibite a questo scopo, ma nella seconda categoria difficilmente possono essere ricomprese le navi dei “contractors”.

Com’è facilmente intuibile i problemi non sono di poco conto. È pertanto necessaria una nuova “Iniziativa”, facente capo ad una coalizione di potenze marittime. Invece di redigere una convenzione, impresa non facile, sarebbe auspicabile l’adozione di uno Statement of Principles, contenente una serie di regole, non in contrasto, ma a sviluppo delle attuali norme di diritto internazionale del mare. Ove necessario, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza potrebbero conferire portata obbligatoria alle regole contenute nello Statement. In altri termini, l’Iniziativa, lungi dall’essere antagonista alle Nazioni Unite, dovrebbe avere natura complementare: Iniziativa e Nazioni Unite sarebbero mutually reinforcing. 

Pubblicato il 27/11/2008 alle 22.51 nella rubrica Comunità.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web