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Israele: che fare?

Israele. Il teatro delle ombre
di Janiki Cingoli, Centro Italiano per la pace in Madio Oriente 12-02-2009
    

L’inattesa vincitrice morale è certamente Tzipi Livni, con 28 seggi, contro i 27 di Netanyahu (resta però da scrutinare il voto di circa 200.000 militari), anche se le elezioni marcano uno spostamento a destra di Israele.

A favore della Livni ha giocato il suo essere donna, il suo viso relativamente nuovo. Ma ha giocato soprattutto la scelta per un voto utile, l’unico che potesse contrastare l’avanzata di Netanyahu. Persino un quotidiano di sinistra come Ha’aretz ha pubblicato un editoriale in suo favore. Ciò ha drenato voti alla sua sinistra, al Partito Laburista e al Meretz, che sono crollati ai minimi storici (rispettivamente 13 e 3). Si è trattato quindi di un travaso di voti all’interno del centro-sinistra, che tuttavia complessivamente è divenuto minoranza, con 55 seggi su 120. Ciò renderà difficile alla leader di Kadima la formazione di un governo da lei diretto.

Dal canto suo, il leader del Likud subisce un colpo ed esce ridimensionato nella sua figura. I voti gli sono stati sottratti dalla dura concorrenza di Yisrael Beiteinu, la formazione di estrema destra laica, espressione anche dell’elettorato russo, che ha raddoppiato i voti conquistando 15 seggi ed è divenuto l’ago della bilancia politica del Paese. Il suo capo ha condotto una campagna dai toni forti, in particolare contro la minoranza arabo-israeliana, accusata di slealtà verso lo Stato ebraico, assumendo talora connotati apertamente razzisti. Il suo approccio marcatamente laico ha d’altronde suscitato la condanna dello Shas, il Partito religioso sefardita alleato alla destra:  il Rabbino Ovadia Youssef ha parlato di voti dati a Lieberman come di voti dati a Satana, anche per arginare una possibile perdita di voti a suo favore.

Il leader del Likud dispone sulla carta di una maggioranza di 65 seggi, il cosiddetto blocco nazionale, ma deve fare i conti con la rivalità tra Shas e Yisrael Beiteinu, poco disposti a convivere, ed anche con il consistente gruppo di ultradestri che sono stati eletti nella sua stessa lista, e rischia così di restare ingabbiato sul terreno politico e diplomatico.

Una maggioranza di quel tipo, così pesantemente sbilanciato sull’estrema destra, lo porterebbe ad uno scontro con la nuova amministrazione americana, che ha fatto della soluzione del conflitto israelo-palestinese una delle sue prime priorità. La Livni potrebbe certamente garantire una maggiore sintonia con il presidente Obama.
Pertanto l’ipotesi di un governo di unità nazionale, fondato sui due partiti maggiori e forse con una presidenza a rotazione, come all’epoca dei governi Shamir-Peres negli anni ’80, non è da escludere, e non a caso è stata la prima proposta avanzata da Kadima. Altro discorso è la sua funzionalità: l’esperienza del passato mostra che, efficace per i problemi economici del Paese, un governo di quel tipo rischia di diventare paralizzante ai fini del processo di pace.

Mente sulla scena si svolgono i primi frenetici contatti per assicurarsi quella vittoria che le elezioni non hanno indicato con certezza, nella realtà sono in corso altri processi, in larga parte contradditori con le dichiarazioni pubbliche: è un po’ come nel teatro cinese delle ombre.
Olmert infatti, che resterà in carica per i 45 giorni previsti per la formazione del nuovo governo, sta portando avanti stringenti trattative indirette con Hamas, mediate dagli egiziani, per arrivare al rilascio del soldato rapito Shalit, in cambio di prigionieri palestinesi (si parla di 1400), tra cui molti responsabili di gravi e sanguinosi atti terroristici. Nello scambio entrerebbe anche Marwan Barghouti, il leader della seconda intifada condannato da Israele a cinque ergastoli, che potrebbe divenire il nuovo leader di Al Fatah, promuovendo altresì la ricomposizione interpalestinese.
Parallelamente, sembra questione di giorni la conclusione dei negoziati, mediati dal potente capo dell’intelligence egiziana Omar Suleiman, per una tregua di 18 mesi con Hamas, estendibile successivamente ad altri 18, legata alla riapertura dei valichi di Gaza. E’ un po’ come se nel gioco dell’oca della guerra, così drammatico, si fosse ritornati alla casella di partenza, prima dell’offensiva israeliana. Con Hamas che vede riconfermato il suo controllo sulla Striscia e la sua popolarità ancora accresciuta, a scapito di quel che resta di Abu Mazen.

E’ probabile che, al di là dei proclami, i nuovi leader eletti preferiscano che sia Olmert a sbrigare la faccenda, senza doversene occupare successivamente e garantendosi un periodo di calma alla frontiera Sud del Paese.

Infine, si deve considerare che è in atto un profondo processo di riassestamento di tutto il quadro politico e diplomatico regionale, principalmente su impulso del presidente Obama: gli Stati Uniti stanno per nominare un nuovo ambasciatore a Damasco, dopo tanti anni di rottura, ed anche Ahmadinejad, proprio in questi giorni, ha risposto positivamente alla proposta Usa di aprire contatti per stabilire un nuovo e più positivo tipo di relazioni. La stessa tradizionale alleanza israeliana con la Turchia ha subìto un duro colpo con la recente offensiva a Gaza, e comunque Erdogan aspira a svolgere un ruolo più dinamico e a tutto campo nell’area.

La questione è se la nuova leadership israeliana sarà in grado di misurarsi con questo processo da protagonista, o si limiterà a subirlo resistendovi e cercando di minimizzare i danni.

La destra fa bene a Israele
di ABRAHAM B. YEHOSHUA, da LaStampa del 14 febbraio 2009

Europei e americani interessati ai problemi del Medio Oriente non possono analizzare e comprendere i risultati delle ultime elezioni in Israele unicamente in base al solito criterio: sinistra opposta a destra, colombe che sostengono il processo di pace e la formula «due Stati per due popoli» contro falchi che lo osteggiano.

Più che in molti altri Paesi, infatti, in Israele i conflitti politici e ideologici non rispecchiano soltanto i rapporti di forza e i contrasti su opinioni e valori interni alla società israeliana, ma sono significativamente influenzati dalle posizioni e dall’atteggiamento degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare. Il successo della destra israeliana alle recenti elezioni è dunque anche dovuto all’aggressività di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano dopo il ritiro unilaterale da quelle zone operato dai governi di centro-sinistra. Ironicamente, si potrebbe affermare che queste organizzazioni terroristiche potrebbero reclamare un posto nella futura coalizione di Netanyahu per il «lavoro» svolto a suo favore negli ultimi anni. Sarebbe quindi un errore pensare che la svolta a destra dell’elettorato israeliano segni un ribaltamento ideologico. Tutto sommato è più questione di Stato d’animo che di ideologia.

Da 42 anni sono schierato a sinistra. Dalla guerra dei Sei giorni sostengo il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese entro i confini del 1967. Dalla metà degli Anni 70 riconosco gli esponenti dell’Olp come i rappresentanti del popolo palestinese e asserisco la necessità di condurre un negoziato di pace con loro a patto che riconoscano lo Stato di Israele.

Posso dunque testimoniare che l’intero sistema politico israeliano è in continuo e lento movimento verso le posizioni di pace della sinistra. Non dimentichiamo che fino a una decina di anni fa anche Tzipi Livni e molti esponenti di Kadima erano membri del Likud e sostenitori dell’ideologia del «Grande Israele» prima di moderare le loro convinzioni. E al di là delle sue posizioni razziste e nazionaliste anche «Israel Beitenu» di Avigdor Lieberman, partito sostanzialmente laico, è a favore di concessioni territoriali ai palestinesi, non tanto come riconoscimento dei loro diritti ma per limitare il loro numero entro i confini di Israele. Quindi, malgrado il rammarico e l’amarezza per la svolta a destra dell’elettorato israeliano, occorre capire che questo risultato è determinato più dall’umore della gente che da ferme convinzioni ideologiche.

Nel 2003 un nuovo partito denominato «Shinui», assertore di un’ideologia strenuamente antireligiosa, aveva ricevuto l’ampio sostegno degli elettori in un periodo in cui i ricatti politici dei partiti religiosi indisponevano molti di loro. Questo partito nel frattempo è sparito dal panorama politico e il suo posto è stato preso dalla formazione di ultradestra di Lieberman che mescola scaltramente laicità e nazionalismo e gode del favore di numerosi israeliani di origine russa. Nel 2006 era stato il turno di un bizzarro partito per i diritti dei pensionati, completamente scomparso dopo il voto dell’altro ieri, di ottenere non pochi seggi in Parlamento.

Gli israeliani non sono dunque autonomi nelle loro decisioni ma interagiscono con chi li circonda e dipendono dalle posizioni e dalle azioni dei loro nemici. Talvolta la loro reazione ad ansie e timori è giustificata, talaltra eccessiva, ma sempre contrassegnata da un senso di sfiducia di base. Ciò che avviene in Israele dipende inoltre dalle posizioni del governo degli Stati Uniti e dalle promesse della comunità europea di garantire la sicurezza dello Stato ebraico.

Quindi, nonostante i comprensibili timori per il rafforzamento della destra, non dobbiamo dimenticare che il nuovo governo americano e la comunità europea hanno la forza, il dovere e anche il diritto di spingerci verso grandi concessioni sia sul tema della pace con la Siria sia su quello della creazione di uno Stato palestinese. E come nel caso dell’accordo di pace con l’Egitto, siglato nel 1979 da un leader storico della destra, Menachem Begin, è forse più opportuno che sia un esecutivo di destra, supportato dalle fazioni di sinistra della Knesset, a fare future concessioni piuttosto che un governo composto unicamente da partiti di sinistra.

(Traduzione di A. Shomroni)

Pubblicato il 14/2/2009 alle 12.34 nella rubrica Focus Medio Oriente.

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