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Prova di orchestra

L'editoriale di Janiki Cingoli, Direttore del centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Il vertice a tre tra Obama, Netanyahu e Abu Mazen, tenutosi a New York non è stato solo una   photo opportunity. La stretta di mano tra i leader israeliano e palestinese ha messo fine ad una incomunicabilità che durava dalla vittoria elettorale di Netanyahu.

Ma l’incontro ha dato modo soprattutto ad Obama di esternare tutta la sua impazienza per il prolungato palleggio negoziale israelo-palestinese, che nelle scorse settimane ha costretto il suo Inviato Speciale George Mitchell ad una spoletta defatigante e senza risultato.(...)

Nelle prossime settimane i contatti di Mitchell con le due delegazioni presenti a New York e tra le due delegazioni dovrebbero ripartire, sotto la supervisione della stessa Hillary Clinton, per arrivare poi a metà ottobre ad un qualche avvenimento ufficiale per la riapertura dei negoziati, già si parla di un possibile vertice a Sharm El-Sheikh.

Nella valutazione del vertice, occorre tener conto di una osservazione assai acuta fatta da Aluf Benn, sul quotidiano israeliano Ha’aretz: l’approccio di Obama è diverso da quello dei precedenti presidenti USA, da Clinton a Bush, che hanno iniziato ad occuparsi di Medio Oriente a fine mandato: egli è all’inizio, ha davanti i prossimi quattro anni e probabilmente sarà rieletto. Per lui il problema non è sottoscrivere un documento (non a caso anche in questo vertice non si è discusso su un possibile comunicato congiunto), è raggiungere l’obbiettivo in una ottica di medio termine, incamerando risultati successivi. Li ha già ottenuti, parzialmente, con Netanyahu, che è stato costretto a accettare la piattaforma due stati due popoli, pur tra mille limitazioni, ha rimosso molti dei blocchi stradali in Cisgiordania e ora è costretto a misurarsi con la questione degli insediamenti; li ha ottenuti in termini di sicurezza dai palestinesi, ed ora i due servizi di sicurezza israeliano e palestinese collaborano come mai prima; e sta cercando di ottenerli da alcuni stati arabi, in termini di passi concreti e intermedi in direzione del riconoscimento di Israele. In questa prospettiva, il vertice va considerato come una tappa, certo rilevante, ma non determinante.

Tuttavia, il disagio crescente per il caotico sviluppo dei contatti negoziali delle ultime settimane deve essere stato assai acuto, nel Presidente USA, se ha sentito il bisogno di convocare il vertice per esprimere la sua posizione e la sua determinazione ad andare avanti, ignorando tutti i rifiuti ricevuti dalle parti in causa, e la crescente confusione che si era venuta determinando.

Viene in mente il film di Fellini, “Prova di orchestra”, quando ogni musicista suona per conto suo, finché non arriva il suono del grande gong, e tutto rientra nell’ordine. Anche a New York il gong di Obama ha suonato, ma non è detto che il concerto cominci.

Pubblicato il 24/9/2009 alle 21.55 nella rubrica Focus Medio Oriente.

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