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Cadere in piedi nel caos (il Nord Africa e noi)

E' facile a posteriori dire che non si dovevano appoggiare regimi che ora stanno morendo; la politica estera non tratta però di possibilità troppo azzardate, e per definizione è a più facce e, spesso, menzognera. 

Arte della diplomazia vuole che il proprio Stato - non necessariamente il proprio governo - cada sempre in piedi, quale che sia il rivolgimento di politica internazionale che si attua.
 
Questo in parole povere significa giocare su più tavoli, magari su uno esplicitamente, su altri più sottotraccia, "diversificando il rischio". L'Italia e l'Europa devono poter gestire al meglio l'esito, chiunque vinca la partita delicatissima in corso in Nord Africa - anzi, le partite in corso. .
 
In questo senso è forse utile stare fermi, come sembra suggerire Marco Cremonesi oggi sul Corriere, e come si era già detto da queste parti quando si analizzava la rivoluzione degli studenti in Iran; però in politica "si fa" sempre qualcosa, anche "stando fermi". 
Si tratta quindi almeno di dire quale possa essere la direzione auspicabile, per noi e per loro.
 
Come dimostra il caos di queste ore, puntare tutto sulla piazza è assurdo, perché la piazza legittima sempre e solo se stessa, oggi contro Mubarak domani magari di nuovo contro l'eventuale successore; puntando sulla piazza, in realtà si rischia di scommettere di fatto - al di là delle belle intenzioni - su chi la reprimerà meglio..
 
Molto più utile - per tutti - lavorare su percorsi di transizione morbida, per quello che possibile (se possibile, altrimenti sarà quello che verrà dal caso, dalla fortuna e dalla guerra civile in nuce che già oggi si gioca in quei territori, sperando che eventuali nuovi governanti non ambiscano ad "esportarla")

Transizione morbida significa anche salvaguardare le vite e i patrimoni dei vecchi governanti, dare loro un salvacondotto in termini di protezione da tribunali internazionali e da vendette dell'opposizione, collaborare attivamente nel passaggio delle consegne, evitando che altri attori terzi - a noi avversi - incidano sulla situazione.
 
L'importante è chiarire - nei confronti della comunità internazionale - al di là del personaggio X o Y che andrà a ricoprire il Ruolo Principale, i nomi di chi tiene il cordone della borsa e la pistola in mano; ovvero chi gestisce le infrastrutture fondamentali - militari ed economiche - dei paesi coinvolti. Tanto per esempio: chi sono, oggi, gli uomini di El Baradei, che si candida a sostituire Mubarak?
 
Altri ragionamenti appartengono al palcoscenico della politica estera, dove si raccoglie l'applauso, si recita in versi e si vincono i nobel della pace; ma è da dietro le quinte, e da posizioni che non corrispondono a quelle dei protagonisti, che si può evitare - forse - che la scintilla sprigioni l'incendio in tutto il teatro.
 
Francesco Maria Mariotti
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Pubblicato il 2/2/2011 alle 21.38 nella rubrica Focus Mediterraneo - Afriche.

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