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"Questa volta è un errore" (Michael Walzer)

Da una segnalazione della sempre interessante ml del Circolo Rosselli di Milanoun'intervista a Micheal Walzer su cui vale la pena riflettere

Devo dire che trovo alcuni interventi, come questo ma non solo, eccessivamente teorici rispetto a decisioni di politica estera che hanno un "qui e ora" sempre diverso; la politica estera è un ambito in cui è praticamente impossibile essere "giusti", ed è invitabile l'utilizzo non solo di "due pesi due misure", ma direi "molti" pesi e "molte" misure.

Per questo i criteri che indica Walzer sono da valutare con prudenza e su alcuni si potrebbero levare diverse e fondatissime obiezioni. Per esemplificare: è impossibile poter stilare una sorta di decalogo dell'"interventismo democratico" o "umanitario" (espressioni che trovo sempre più incongruenti, incapaci di definire qualcosa, se non forse una volontà o una speranza). 

In generale è preferibile non creare cornici teoriche troppo adattate all'oggi; la politica estera è anche e soprattutto  - e rimarrà sempre - una politica di potenza, indipendentemente dalla democraticità o meno dei suoi agenti e delle sue soluzioni.

Detto ciò, alcuni principi che Walzer enuncia sicuramente rappresentano uno stimolo importante all'analisi del concreto che oggi ci troviamo a gestire.

Francesco Maria Mariotti

(...) Eppure, in questo caso, c' era la possibilità che Gheddafi scatenasse una feroce repressione contro l' opposizione nelle città riconquistate. 

«Ecco, appunto, una repressione, non un massacro,o un genocidio. Una repressione dell' opposizione libica sarebbe stata un fatto drammatico, tragico. Ma purtroppo, non spetta alla comunità internazionale intervenire ogni volta che una rivolta democratica non raggiunge i suoi obiettivi. Altrimenti, si dovrebbe intervenire continuamente, ovunque, e questo non è politicamentee moralmente opportuno. La prima regola dell' interventismo democratico è quella di non cercare di riportare in vita un movimento di opposizione che non ce la fa a sostenere i suoi obiettivi, autonomamente, sul campo». 

Quando è invece necessario, e giusto, intervenire militarmente? Quando la guerra è "umanitaria"? 

«È facile fare alcuni esempi. Era giusto intervenire di fronte ai "campi della morte" dei Khmer Rossi in Cambogia. Era giusto intervenire in Ruanda o nel Darfur. Niente di quello che sta succedendo oggi in Libia è lontanamente comparabile a quanto accaduto in quei paesi». 

È l' entità del massacro che giustifica la "guerra umanitaria"? 

«Mettiamola così. La "guerra umanitaria" è quella che salva centinaia di migliaia di persone da morte sicura. Anche la "guerra umanitaria", sarebbe ipocrita negarlo, produce danni collaterali e mette a rischio le vite degli innocenti. Ma una guerra umanitaria ferma un massacro, e quindi salva molte più vite di quante ne mette a rischio». 

Quindi la "guerra umanitaria" è slegata da motivazioni politiche? 

«Non lo è nel caso di un movimento che metta a rischio la stabilità del mondo, come nel caso del fascismo nella Seconda guerra mondiale. Ma nel caso della Libia, Gheddafi non attaccava o minacciava nessuno, all' esterno. (...)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/24/questa-volta-un-errore.html

Pubblicato il 25/3/2011 alle 15.46 nella rubrica Focus Mediterraneo - Afriche.

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